L’ibrido come rotta ineludibile

di GIUSEPPINA PELLEGRINO

In ricordo di Bruno Latour.

Bruno Latour è mancato al mondo cui fino all’ultimo ha continuato a parlare e che ha sviscerato in modo sempre (più) attuale, pregnante e provocatorio, in una notte d’autunno, tra l’8 e il 9 ottobre. Sono tante le discipline, le comunità scientifiche, le studiose e gli studiosi che si sentono in un qualche modo orfani e smarriti. Mancanti della sua persistente e infaticabile acutezza analitica e provocazione intellettuale, talvolta criptica ma sempre lucidissima; comunque, orfani arricchiti da concetti, categorie e analisi critiche che hanno ampiamente travalicato e attraversato molteplici comunità e appartenenze disciplinari. Comunità e appartenenze non rilevanti per lui stesso, come dichiara a Sergio Manghi nel 2018, in un’intervista:

La mia appartenenza disciplinare non è molto importante per me. Sociologia è stato il nome del mio lavoro per tutto il tempo prima che andassi in pensione, ma in fondo sono anche un filosofo empirico, mentre la disciplina che mi ha maggiormente accettato è l’antropologia… Ecco, direi che mi trovo tra queste tre definizioni.

Dunque, filosofo (empirico), antropologo (della non modernità e della simmetria), sociologo (che porta nell’analisi del sociale la semiotica e le «masse mancanti» dei non umani, degli artefatti e della tecnoscienza), ma sempre fuori dagli schemi.

Se c’è una cifra, tra le altre, che restituisca la portata della figura e dell’opera di Bruno Latour, è quella dell’ibridazione, della continuità tra umano e non umano, della tecnoscienza. Una cifra declinata e decifrata in una miriade di campi, dal laboratorio scientifico alla storia della scienza, dagli artefatti sociotecnici alla critica della modernità, fino all’ecologia politica, alla crisi climatica e al confinamento pandemico. Non c’è crisi o interconnessione decisiva che, a partire dai tardi anni ’70, Latour non abbia illuminato in modi sorprendenti ed eterodossi, e, solo negli ultimi anni, con una serie di premi prestigiosi, si è appuntato il crisma del riconoscimento ufficiale alla sua opera, talvolta incompresa soprattutto in patria.

Orfani ed eredi cruciali del pensiero latouriano sono certamente le sociologie della scienza e della tecnica, e in particolare la comunità degli STS (Science and Technology Studies, o studi sociali sulla scienza e la tecnologia), che a Latour deve l’elaborazione e anche la ricomposizione dell’Actor-Network Theory, una delle principali correnti ed anime di questo campo di studi inter e transdisciplinari. Nell’analisi della scienza e della tecnica, che è poi anche una critica della sociologia della società, Latour porta con altri studiosi francesi, come Madeleine Akrich e Michel Callon, il contributo della semiotica generativa di Greimas e gli echi della narratologia di Propp, introducendo il fondamentale termine di attante per definire ciò che opera un cambiamento ed una delega dell’azione.

L’agency del non umano, la sua capacità d’azione e le conseguenze che ne derivano anche sul piano morale, sono un portato di radicale innovatività e rottura, tanto con la sociologia della scienza istituzionale di matrice mertoniana, quanto con i primi passi della sociologia della conoscenza scientifica e le scuole di Edimburgo e di Bath che hanno avviato lo studio delle controversie scientifiche e tecnologiche. Alla fine degli anni ’70, Latour con Steve Woolgar (1979) porta il suo primo e fondamentale apporto agli STS con la prima etnografia di laboratorio (condotta presso il Salk Institute in California), che darà il via ai cosiddetti Laboratory Studies.

Ma è con La scienza in azione, quasi un decennio dopo (1987), passando per il fondamentale focus sui microbi e sulla figura di Louis Pasteur (1984) come icona (ricontestualizzata) di un processo ben più ampio («la pastorizzazione della Francia» nella traduzione inglese) che Latour mostra compiutamente come non si debba avere alcuna soggezione della scienza e della tecnica. Scienziati e ingegneri, costruttori di fatti e costruttori di oggetti sono i costituenti (e i costituiti) di un Giano bifronte, la tecnoscienza, in cui come già nel laboratorio si mescolano citazioni, retorica, artefatti, microscopi, macchine e soprattutto catene di alleanze e di arruolamenti che rendono l’attore-rete della tecnoscienza più o meno stabile e «resistente» (alle controversie, alla politica, alla società, con cui però la tecnoscienza entra in continua interlocuzione e «macchinazione», come Latour mostra già nel caso di Pasteur e dei suoi microbi).

Ma Latour non resta mai fermo alla scienza e alla tecnica, le inscrive e le riscrive come tecnoscienza (ibrida ed impura per definizione) per ricontestualizzarle in una più ampia disamina, filosofica ed antropologica, della modernità di cui scienza e tecnica sono classicamente considerate costitutive. In questo senso, un’opera centrale e ricca di conseguenze nell’evoluzione del pensiero latouriano, è l’antropologia simmetrica di Non siamo mai stati moderni, che apre gli anni ’90 ed in cui Latour coglie il doppio movimento che rende non moderna o più che moderna ciò che da sempre è stata pensata come modernità.

Il paradosso è che negando gli ibridi con l’azione di purificazione e distinzione di matrice cartesiana (mente-corpo, natura-cultura, scienza-politica, scienza-società, scienza-tecnologia, umano-non umano), gli ibridi non vengono eliminati ma proliferano, e questo movimento di purificazione/proliferazione rende costitutivamente contraddittorio e illusorio ciò che si pensa come modernità. A ben vedere, questa critica alla purificazione apparente che è alla radice delle contraddizioni della (non) modernità, è anche alla base dell’ecologia politica, il cuore dell’ultima decade del pensiero latouriano, che però ha il suo incipit alla fine degli anni ’90 con Politiche della natura, in cui si interroga e mette al centro la relazione tra natura, scienza e democrazia.

Così come aveva fatto in precedenza per la vita di laboratorio, la scienza in azione contrapposta alla scienza pronta all’uso, le macchine come «macchinazioni» (nel senso machiavellico di alleanze e conflitti), gli artefatti quotidiani (cinture di sicurezza, chiavi d’albergo, porte automatiche), anche per il concetto di ecologia politica Latour propone una visione improntata all’ibridazione, al superamento delle distinzioni e delle purificazioni, che restano puramente e meramente artificiali.

Il rapporto con l’ecologia politica è il rapporto critico con una serie di concetti che fanno il paio con la scienza e la tecnologia: in questo caso, la natura, ancora una volta la politica (come già in Non siamo mai stati moderni), l’ambientalismo e il cambiamento climatico, temi confluiti e riletti nell’appello recente e accorato ad una metamorfosi come alternativa ed antidoto al confinamento pandemico, ennesima risposta e strategia purificatrice ad un mondo e ad un pianeta (Gaia) che invece non può che essere e vivere come ibrido, mescolato, confuso e soggetto appunto a movimenti metamorfici, di trasformazione nella continuità tra generi, forme, modi di esistenza solo artificialmente separati e separabili.

Un’altra cifra del pensiero latouriano è poi quella della ricomposizione evolutiva, l’ibridazione e il continuo ritorno ai temi, alle categorie e alle teorie che hanno contraddistinto il suo percorso intellettuale e la sua opera di indagine etnografica, filosofica, ontologica e socio-antropologica. Un continuo dialogo con la sua stessa opera oltre che con il mondo, come società e come pianeta, e le sue sfide. Così in Riassemblare il sociale a metà degli anni 2000 rilegge e ricompone l’Actor-Network Theory e la sua critica alla sociologia della società (in francese, il titolo è «Cambiare la società, rifare la sociologia»); nel 2012 torna sulla critica alla non-modernità con il progetto sui modi dell’esistenza configurando un’antropologia dei Moderni; e come non vedere nel concetto di regime climatico e nell’appello alla metamorfosi un’evoluzione ed un’estensione di quelle politiche della natura di cui già si era occupato in precedenza?

Iconico ed ibrido anche nel linguaggio, dai titoli delle sue opere allo stile (si pensi all’esperimento quasi narrativo di Aramis ma anche ai progetti multimodali e multimediali di ibridazione tra scienze umane, sociali e mondo delle arti degli ultimi anni), Bruno Latour manca e mancherà ad un mondo che, come ha scritto nel suo ricordo Patrice Maniglier, è e resta in un momento latouriano. Vale a dire che mai come adesso, con la pandemia e la crisi climatica, la tecnoscienza latouriana e la necessità letteralmente vitale di alleare ed ibridare l’umano e il non umano si rivelano pregnanti ed ineludibili.

In un mondo che si ostina a permanere nella sua (non) modernità, negando gli ibridi e rifuggendo la metamorfosi senza coscienza dei danni e delle conseguenze, o assumendo troppo tardi il prezzo del dualismo riduzionista, Bruno Latour continuerà a tracciare la rotta, segnalando l’imperativo di accogliere l’ibrido e l’eterogeneo di cui siamo ineludibilmente fatti e nel quale continuamente agiamo e siamo agiti.

Riferimenti bibliografici
B. Latour, I microbi. Trattato scientifico-politico, Editori Riuniti, Torino 1991.
Id., Non siamo mai stati moderni. Saggio di Antropologia simmetrica, Elèuthera, Milano 1995.

Id., La scienza in azione. Introduzione alla sociologia della scienza, Edizioni di Comunità, Torino 1998.
Id., Politiche della natura. Per una democrazia delle scienze, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000.

Id., Riassemblare il sociale. Actor-Network Theory, Meltemi, Milano 2022.
S. Manghi, Intervista a Bruno Latour, in “Quaderni di Sociologia”, n. 77, 2018. 

Bruno Latour, Beaune 1947 – Parigi 2022. 

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