Con la morte di Arnaldo Pomodoro, scomparso alla soglia dei novantanove anni, se ne va uno dei grandi protagonisti dell’arte italiana del Novecento. Non si tratta di una formula di comodo, né di facile retorica, buona per ogni occasione di celebrazione e ricordo. Pomodoro è stato davvero una figura di rilievo, un artista significativo e innovativo, capace di intercettare, assorbire e riconfigurare alcune tra le istanze più importanti che hanno animato e, in larga parte, orientato gli sviluppi artistici novecenteschi. È difficile ripercorrerne, anche solo per rapidi cenni, la lunga attività artistica e intellettuale. Orafo, scenografo, architetto, professore invitato nei dipartimenti di arte di Stanford, Berkeley e del Mills College, Pomodoro è stato innanzitutto uno scultore, uno scultore “moderno”, nel senso più pieno e ricco di significati che il termine ha assunto nel corso del Novecento: “moderno”, perché la sua ricerca è stata fondamentalmente, e prima di ogni cosa, una ricerca sull’arte stessa, e cioè sulla struttura, i modelli, i limiti e le convenzioni della propria pratica; e perché questa ricerca lo ha portato a indagare la scultura nel suo rapporto con l’ambiente e il paesaggio, fuori e dentro, per così dire, la monumentalità “classica” del fare scultoreo, in un senso, appunto, “moderno”. Da questo punto di vista, non c’è frattura nel passaggio dalle sculture e gli altorilievi degli anni cinquanta e sessanta alla grande dimensione delle celebri sfere di bronzo e delle opere ambientali e più marcatamente “architettoniche” dei decenni successivi, ma solo uno sviluppo e una declinazione su scala differente di una stessa linea di ricerca, costantemente rivisitata, aggiornata e rivitalizzata.

Per cercare di definire le coordinate principali di questa ricerca si potrebbe partire, naturalmente, proprio dalle sfere di bronzo, divenute nel tempo, anche grazie alla collocazione in luoghi pubblici di particolare suggestione e prestigio (dal Cortile della Pigna dei Musei Vaticani al Palazzo dell’ONU di New York fino al Trinity College di Dublino, per citarne solo alcuni), il simbolo più riconoscibile e più riconosciuto della sua lunga produzione. Molto è stato detto e scritto su queste sfere, caratterizzate, come è noto, da squarci che ne infrangono la perfezione formale per rivelare un’anatomia interna complessa e misteriosa, fatta di denti, ingranaggi e, in molti casi, di altre sfere. Pomodoro inizia a lavorare sulle forme della geometria solida agli inizi degli anni sessanta: non solo sfere (Sfera n. 1 e Sfera con sfera sono del 1963, mentre nel 1966 l’Expo di Montreal gli commissiona la prima sfera monumentale), ma anche cubi, dischi, coni e colonne. Eppure, per comprendere meglio la grammatica di base della sua ricerca, è bene fare un passo indietro e tornare ai primi lavori di scultura. Siamo nella seconda metà degli anni cinquanta, nel pieno della stagione Informale, e Pomodoro realizza opere di piccole o medie dimensioni in piombo, ferro, cemento e bronzo ricche di segni e incisioni che richiamano la scrittura cuneiforme di antichi papiri e tavolette (Tavola dei segni, La colonna del viaggiatore 1, Grande tavola della memoria). Gesto, segno, materia e spazio: gli ingredienti della sua scultura, e dunque i problemi che essa pone e prova a risolvere, sono gli stessi dell’Informale. Solo che in Pomodoro, come nei grandi artisti dell’epoca – Fontana, ad esempio, con cui lo stesso Pomodoro in quegli anni ha rapporti stretti e produttivi – il gesto che incide e lacera la superficie non è mai un gesto gratuito, ma è volto a creare una tensione tra segno, materia e immagine che si ricompone in una qualche unità significante, e cioè in una qualche “forma”. Da questo punto vista, si potrebbe quasi dire che la sua scultura, fin dai primi lavori, si sia fatta carico di esplorare e tentare di riarticolare quel rapporto dialettico tra segno e immagine inquadrato magistralmente da Cesare Brandi nel celebre saggio del 1960 (che, d’altronde, propone un’ambiziosa indagine storico-artistica che muove proprio dalle raffigurazioni preistoriche e dai geroglifici per finire, non a caso, con l’Informale).

Arnaldo Pomodoro, Sfera con sfera, 1982/83, Dublino, Trinity College.

Al di là di ogni forzatura interpretativa, comunque, ciò che più conta è che già nei primi anni di attività la materia scultorea di Pomodoro si presti, sì, ad accogliere alfabeti arcaici, segni archetipici e tracce di un passato misterioso, ma senza mai rinunciare alla composizione e all’immagine. È a partire da qui – da questa particolare forma di “scrittura sulla scultura” – che prende le mosse la sua ricerca sulle forme geometriche e sui tagli che lacerano l’immagine plastica tridimensionale, creando un contrasto (e un legame) tra l’involucro levigato, il suo interno oscuro e l’ambiente che lo circonda (e che si riflette sulle superfici delle opere).

Questa tensione tra esterno e interno è anche una tensione di natura temporale, tra presente e passato, e cioè tra la superficie o l’involucro e le tracce di memoria che essi contengono e mostrano. Ed è una tensione che si ritrova, in modo ancora più evidente, nelle opere “ambientali” e nelle “sculture di paesaggio” progettate da Pomodoro nei decenni successivi. Il tempo, del resto, come notato da Giulio Carlo Argan in uno scritto breve ma fulminante dedicato al progetto per il cimitero di Urbino, costituisce «il tema dominante della scultura di Pomodoro», soprattutto «umanamente e umanisticamente inteso come memoria». Proprio il progetto per il cimitero sepolto – mai realizzato, nonostante la vittoria del concorso bandito dal comune di Urbino nel 1973 – insieme al monumento di Pietrarubbia (1975) rappresentano, per Argan stesso, due opere esemplari in tal senso, capaci di fornire «un riepilogo e un bilancio» della prima fase della sua attività artistica. A Pietrarubbia, piccolo borgo marchigiano già all’epoca quasi disabitato, Pomodoro realizza una grande scultura ambientale “in divenire” (completata nel 2015), composta da diversi elementi, che accoglie al proprio interno lo spettatore e l’ambiente che la penetra con luci e ombre, configurandosi quasi «come una macchina del tempo che capti e trascriva il vissuto, le tracce invisibili degli eventi accaduti in quel luogo». Nel progetto per il cimitero di Urbino, la continuità con il passato è ancora più marcata. La proposta di Pomodoro è innovativa rispetto alla classica tipologia cimiteriale, e sembra riprendere l’idea del taglio su scala decisamente maggiore. Si tratta infatti di un cimitero tutto in scavo, senza architettura emergente, con i loculi costruiti nel solco tracciato nella collina: una “scultura del paesaggio”, appunto, che si inserisce perfettamente nell’ambiente naturale su cui interviene. In questo solco tracciato sulla collina Argan vede, dal punto di vista poetico, «un’elegia sul motivo della morte e della memoria, della natura e del tempo», con la terra che si apre per ricevere e conservare le spoglie di vite vissute, e dal punto di vista tipologico, «l’invenzione più significativa, nella storia dell’arte, dopo il monumento del Canova a Maria Cristina d’Austria, a Vienna».

Arnaldo Pomodoro, The Pietrarubbia Group, 1975-2015, Milano, Università Milano-Bicocca.

Nelle opere di Pomodoro il tempo è memoria, ma anche esperienza vissuta dalla comunità e dagli spettatori che le vivono e le attraversano. In questo senso, un esempio tra i più significativi – e tra i più celebri – è costituito da L’ingresso nel labirinto, un’installazione ambientale realizzata nell’arco di sedici anni (1995-2011) e ispirata all’Epopea di Gilgamesh. Nel labirinto si ritrovano i temi, i modelli e i segni che hanno caratterizzato tutta la sua ricerca artistica, dalla scrittura arcaica alla dimensione ambientale e architettonica, fino al rapporto tra passato e presente, tra memoria ed esperienza vissuta. Ma si ritrova soprattutto quella propensione per una forma aperta, capace di farsi ambiente o paesaggio, di intercettare segni e tracce, di dialogare con lo spettatore, che è forse la cifra stilistica di tutta la sua ricerca. Una ricerca che ha lasciato un segno profondo nel mondo delle arti contemporanee. Non è cosa da poco.

Riferimenti bibliografici
G.C. Argan, Arnaldo Pomodoro: il tempo e la memoria, in Arnaldo Pomodoro, Collana “Maestri contemporanei”, Edizioni Vanessa, Milano 1978.

Arnaldo Pomodoro, Morciano di Romagna, 23 giugno 1926 – Milano, 22 giugno 2025.

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