Il film Providence and the guitar (A providênça e a guitarra), quarto lungometraggio del regista portoghese João Nicolau, con il montaggio di Alessandro Comodin, porta sullo schermo una riflessione gioiosa sull’essere artisti come condizione esistenziale, attraverso la creazione, con una buona dose immaginativa, di una dimensione utopica e idilliaca che agisce da potente antidoto contro le penurie dell’artista immerso nell’orizzonte tardo-capitalista della contemporaneità. Un’operazione artistica condotta dai due autori attraverso la tecnica compositiva del montaggio, che gli consente di accostare orizzontalmente sequenze ambientate in un lontano passato a sequenze che si svolgono ai giorni nostri, stabilendo tra esse una giustapposizione dialettica.
Nel corso della pellicola, vincitrice del Concorso Internazionale al Bellaria Film Festival, seguiamo così le vicende della coppia di artisti Elvira e Léon, teatranti e musicanti in una Lisbona del tempo che fu, con tutte le disavventure e i successi che la precarietà del loro mestiere comporta. Chitarra e provvidenza, come appare nel titolo, sono un binomio che va sempre a braccetto, e la stessa difficoltà nel tirare a campare col mestiere dell’arte viene ripresa dalle sequenze ambientate nel tempo presente. In un contesto scandito dalle logiche produttive e l’anestetizzazione collettiva, si svolgono infatti le vicende di altri due Elvira e Léon dei giorni nostri, lui musicista in una band, lei militante in un partito politico.
Se ci lasciassimo ingannare dal suggerimento del titolo, potrebbe sembrare che il tema centrale dell’opera, tratta dall’omonimo racconto di Robert Louis Stevenson, sia quello della precarietà intrinseca alla vita dell’artista, valida tanto per il passato quanto per il presente. Ma il film offre ben altri spunti di riflessione se considerato alla luce della tecnica di montaggio utilizzata, che presuppone il contributo di un terzo occhio, quello dello spettatore nel presente storico in cui si trova e che condivide anche col regista dell’opera, nel decifrare i termini di questa giustapposizione.
Accogliendo l’idea del montaggio come dispositivo denarrativizzante, le cui parti non sono vincolate da alcun nesso cronologico, notiamo anzitutto come il tempo passato in cui si collocano le vicende dei due teatranti non sia connotato temporalmente in alcun modo, al punto da assumere le fattezze di un passato mitico, un tempo fuori dal tempo che in quanto tale non precede il presente, ma lo contrasta, fungendone da rovescio.
Questa peculiare dimensione spaziotemporale messa in scena dal regista, cui potremmo riferirci come «cronotopo» usando l’espressione del teorico del romanzo Michail Bachtin, assume quelli che per lo stesso Bachtin sono i connotati dell’idillio: un piccolo mondo autosufficiente, staccato dal resto del mondo e fondato sull’unità di luogo – dunque, molto suscettibile di astrazione. La dimensione idilliaca traspare anche ad un livello figurativo, grazie alla forte componente pittorica delle scene rappresentate. Notiamo infatti la cura estetica della scenografia e la preziosità dei costumi indossati, unite alla volontà del regista, già in fase di casting, di scegliere per il ruolo di protagonisti la coppia di attori formata da Pedro Inês e Clara Riedenstein, la cui presenza scenica si sarebbe combinata bene anche cromaticamente. A ciò si aggiunge la scelta di ottenere un “effetto pellicola”, nonostante le riprese condotte in digitale per motivi di budget.
All’interno di uno scenario così tratteggiato si muovono due entusiasti Elvira e Léon, la cui postura di teatranti nell’arte e nella vita è accentuata dalla teatralità della recitazione, estesa anche a scene quotidiane. Léon si muove come se fosse su un palco quando regala un’arancia a dei bambini appostati sul marciapiede, Elvira usa le sue doti verbali ammaliatrici e movenze d’attrice nel convincere l’oste ad ospitare il loro spettacolo.
Di tutt’altra stoffa sono invece le sequenze ambientate nel tempo presente, dove tutto urla al decadimento e alla miserabilità della condizione dell’artista, a partire dal nome della band in cui il protagonista suona, i “Disgraçao”. È il presente di quello che Mark Fisher, nel suo saggio-manifesto del 2009, ha chiamato “realismo capitalista”, un’atmosfera stagnante in cui il sistema tardo-capitalista in cui siamo immersi è dato a tutti gli effetti per assunto, ha colonizzato in toto gli immaginari, e risulta impossibile anche solo immaginare delle vie di fuga, delle forme alternative in grado di opporvisi.
In questo scenario, anche la musica punk-rock della band di Léon non è più in grado di realizzare la propria vocazione ribelle, poiché ridotta ad ingranaggio di un sistema che ha inglobato al suo interno ogni aspetto della realtà. Lo mostra bene l’inquadratura sul suo pubblico, una coreografia di corpi colti in una smorfia mista di terrore e di resa che sembra incarnare lo slogan di Margaret Thatcher “There is no alternative”, per Fisher emblematico del sentimento dei tempi. Nulla a che vedere con le “Canzoni romantiche e dilettevoli” dei due Elvira e Léon del passato, ancora in grado di rallegrare il pubblico di avventori.
Il Léon stesso del tempo presente appare trasandato durante le prove con la sua band prossima alla scissione, esausto per la fatica di un vivere in cui le difficoltà produttive inghiottiscono la velleità artistica. Soltanto nell’attacco della canzone durante il concerto sembra balenare sul volto di Léon un barlume di gioia, un guizzo di esaltazione per l’atto creativo, che lo lega per contro al Léon del passato.
Questo teatrante squattrinato dal carattere istrionico e magnetico ci mostra, insieme alla bellissima Elvira, la gioia di fare l’arte per l’arte, con tutte le difficoltà che la condizione di artisti porta con sé, ma rimanendo artisti dentro, sempre, non lasciandosi corrompere o scalfire. Un’utopia in cui ogni artista contemporaneo può riconoscersi, dove, attraverso le vicende di Elvira e Léon, quella dell’artista è riabilitata come condizione esistenziale più che professionale, e dunque sempre viva e pulsante, oltre ogni insuccesso o condizione avversa. È cruciale in questo senso la conversazione che Elvira ha con la donna che li ospita quando insieme a Léon rimangono senza un tetto, in cui alla vita triste della donna, dovuta alle aspettative di profitto circa l’arte del marito, Elvira contrappone l’idea della vocazione artistica come una missione che tiene in vita colui che la compie, ne accende il temperamento, lo rende affascinante per coloro che incontra, a prescindere dalle doti effettive o dai guadagni.
Contro un presente in cui l’arte serve al profitto proprio e altrui, gli Elvira e Léon del passato ci mostrano un’arte che non è serva di niente. Che è utile, certo, per far quadrare i conti a fine mese, ma che non manca di mostrarsi nella sua componente più libera e giocosa. Come votata alla libertà e al gioco è l’arte di Nicolau e Comodin, che si divertono a confondere lo spettatore con i giochi del montaggio, svelando soltanto in ultimo la chiave per comprendere l’opera. È infatti con la corsa di Léon in costume d’epoca all’interno di un tunnel temporale che collega il piano del passato con quello del presente, e viceversa, che comprendiamo che il paradigma cronologico non sta in piedi, e che l’opera ci sta dicendo molto di più. E non è un caso che, grazie a questa corsa, Léon riesca ad espiare nel passato idillico un demone che ha creato inimicandosi i compagni nel presente, il tempo dell’individualismo e dell’odio.
In uno dei suoi saggi, Ursula K. Le Guin spiega che la forza dell’utopia sta nel rompere l’assuefazione della mente nel pensare che le cose non possano essere diverse da come sono allo stato attuale, un pensiero che assume una forza maggiore se contestualizzato nel presente descritto da Mark Fisher e che questo lungometraggio fa proprio. Spalancando le tende del sipario su un altro tempo e un altro spazio, João Nicolau e Alessandro Comodin ci mostrano che un’alternativa può esistere, quantomeno nel modo di fare arte. Un’alternativa sognante, spettacolare, in cui gli Elvira e Léon del passato diventano l’ideale a cui tendere per provare ad essere artisti, nel mestiere e nell’anima, sfuggendo leggeri alle maglie della contemporaneità.
Providence and The Guitar. Regia: João Nicolau; sceneggiatura: João Nicolau, Mariana Ricardo; montaggio: Alessandro Comodin; interpreti: Pedro Inês, Clara Riedenstein, Salvador Sobral, Isaac Graça, Jenna Thiam, Américo Silva, Beatriz Brás, Leonardo Garibaldi, João Pereira, José Raposo, Miguel Lobo Antunes; produzione: O Som e a Fúria; distribuzione: Shellac; origine: Portogallo; durata: 125′; anno: 2026.
Ultimi commenti
Alessandra 17 Maggio 2026
Ho trovato questo articolo ben scritto e molto interessante. Mi è piaciuta molto questa parte: "Contro un presente in cui l’arte serve al profitto proprio e altrui, gli Elvira e Léon del passato ci mostrano un’arte che non è serva di niente. Che è utile, certo, per far quadrare i conti a fine mese, ma che non manca di mostrarsi nella sua componente più libera e giocosa." Lo vedo come un invito a considerare l'arte libera, anche se vincolata al sostentamento dell'artista.