Il mondo come totalità

di GIOIA SILI 

Il mistico. Sentimento del mondo e limiti del linguaggio di Stefano Oliva.

Il linguaggio è la frattura che separa l’umano dal resto del mondo. Ad ogni modo, vale la pena domandarsi se sia possibile interrompere, o almeno sospendere, questa profonda scissione. Invero, tale aspirazione si rivela un obiettivo raggiungibile se pensato nei termini di un’esperienza estetica, la cui radicalità è racchiusa nella traduzione letterale del verbo greco αισθάνομαι (sentire, percepire mediante i sensi).

Da una simile premessa teorica prende avvio il libro di Stefano Oliva, intitolato Il mistico. Sentimento del mondo e limiti del linguaggio (Mimesis 2021). Si tratta di un volume particolarmente denso di significato per la sua propensione a confrontarsi con la messa in discussione del soggetto come pienezza ontologica. Attraverso il dialogo con alcuni tra i principali protagonisti del pensiero novecentesco (Bertrand Russel, Simone Weil, Jacques Lacan e Martin Heidegger), l’autore compie un itinerario all’interno di quel «singolare sentimento impersonale» (Oliva 2021, p. 10) che prende il nome di mistico, adottando come punto di vista privilegiato la riflessione di Ludwig Wittgenstein. È proprio il filosofo austriaco a rappresentare una guida capace di indicare la via da percorrere, tra le tante possibili. Nella tradizione filosofica occidentale, come in gran parte di quella orientale, la questione del mistico rimanda immediatamente all’idea di un superamento del pensiero logico-razionale. La convinzione secondo cui questo sentimento possa avere, al contrario, un forte «radicamento linguistico» appare quindi del tutto originale e merita di essere approfondita.

Ragionare sulla natura intrinsecamente paradossale del mistico vuol dire in primo luogo liberare il terreno dalle semplificazioni orientate ad ascriverlo alla mistica e al misticismo. Uno sguardo attento, infatti, dimostra che l’interrogazione sulla possibilità dei limiti del linguaggio non è riconducibile in maniera esclusiva né all’una né all’altro. Se la mistica è da intendersi, sulla scorta di Michel de Certeau, alla stregua di un’unitaria “scienza del divino”, dall’altra parte il misticismo, riprendendo la descrizione offerta da Russel, può essere considerato come un’ingerenza del sentimento nella sfera d’influenza della logica. Il “Mistico” di cui parla Wittgenstein nelle ultime proposizioni del Tractatus logico-philosophicus (1921), pur condividendo alcuni punti di partenza, differisce da entrambi gli orientamenti: si tratta di un sentimento che, lungi dall’essere indipendente dal linguaggio, appare immanente a esso, configurandosi come suo limite interno.

Non occorre, dunque, andare molto lontano per ritrovare una simile consapevolezza poiché «è proprio nei discorsi più ordinari, nell’uso più abituale che facciamo delle nostre parole che si rivela e insieme si nasconde il Mistico» (ivi, p. 22). Ecco allora il carattere paradossale del concetto indagato dal filosofo austriaco: l’ineffabile non affiora in un territorio sconosciuto situato oltre i confini della razionalità, ma trova la sua origine all’interno della logica. Nello specifico, dalle pagine del Tractatus, emerge una peculiare inclinazione per la quale il soggetto non è un individuo isolato che riconosce l’oggetto passivo davanti a sé, ma un’entità che s’inserisce, senza alcuna separazione, in una percezione totale e impersonale del mondo.

Mists on the mountain, Shitao

Mists on the mountain (Shitao, 1707)

Gli autori cui è affidato il compito di accompagnare il lettore tra le pieghe del mistico offrono il proprio contributo in maniera differente. L’interpretazione fornita da Weil, ad esempio, pone l’accento sulla nozione di «persona impersonale», che evidenzia la possibilità di un abbandono dell’Io a favore di un sentire non più sottoposto al vincolo della soggettività, mentre nella ricerca di Heidegger il mistico assume i contorni di una “tonalità emotiva”, intesa primariamente come modalità di apertura verso il mondo. Occorre soffermare l’attenzione anche sulle pagine dedicate al registro lacaniano del reale e al suo rapporto con il limite del linguaggio. Nel corso del suo insegnamento, lo psicoanalista francese utilizza varie figure per dare forma a quella «dimensione dell’impossibile» che sfugge all’azione esercitata dal significante, presentandosi come una faglia al centro della simbolizzazione. Seppur dotato di caratteristiche precise, il reale lacaniano mostra una certa affinità con il mistico di Wittgenstein. In questa prospettiva, l’esempio più noto di uso non strumentale del linguaggio offerto dallo stesso Lacan è l’originale scrittura di James Joyce, fatta di neologismi, giochi di parole, enigmi e condensazioni verbali. In Finnegans Wake (1939) lo scrittore inglese costruisce e sperimenta una sintassi rivoluzionaria, lasciando alle proprie spalle il terreno dell’interpretazione.

Per comprendere tale intreccio tra contingenza e necessità, è opportuno rivolgere lo sguardo a un altro modo di entrare in contatto con ciò che sembra sottrarsi all’uso comunicativo del linguaggio, pur rimanendo all’interno della sua trama. Nell’ultima stagione del suo insegnamento, Lacan si avvicina al mondo della scrittura poetica cinese, individuando nella figura di François Cheng un prezioso intermediario. Attraverso la materialità della poesia diviene possibile ascoltare il reale. Essa ci allontana, infatti, dal meccanismo senza fine della catena significante, in cui ogni senso rimanda inevitabilmente a un altro in una sequenza destinata a non trovare compimento. La scrittura poetica, ripete Lacan nel corso degli ultimi seminari, è in grado di far risuonare qualcosa di diverso rispetto al senso: non si tratta più soltanto di comprendere, ma di sentire. Come scrive Oscar Mannoni, «la poesia utilizza un versante del linguaggio in cui la linguistica, per natura o piuttosto per costruzione, non può prendere piede» (Mannoni 1994, p. 47). Nell’istante in cui ci apprestiamo a elaborare la spiegazione o la parafrasi di un componimento poetico, la magia inspiegabile prodotta dalla combinazione dei suoni improvvisamente svanisce: è proprio nella materialità delle parole, infatti, che «è contenuto un tesoro e il significato è solo di circostanza» (ivi, p. 54).

Una simile esperienza consente di valicare il limite dell’ordine simbolico, in cui «tutto è al suo posto, proprio come in una biblioteca» (Miller 2006, p. 98). Sentire, essere in ascolto, coincide allora con la capacità di andare oltre i significati per cogliere il movimento della lettera, afferrare la sua dimensione corporea e alla fine accettare pure il peso di un’apparente mancanza di senso. L’uso creativo della lingua contribuisce a delimitare i confini di un’estetica “impersonale”, nella quale è interrotta la tradizionale dicotomia tra il soggetto e il mondo per arrivare ad afferrare la vita nella sua singolarità. Sospendere il dualismo significa così provare a sostenere la pressione di un’esperienza non ordinaria, che trova nell’intensità di un incontro la chiave di accesso al reale dell’esistenza. Tale possibilità di abbandono sembra dunque essere riservata soltanto ai mistici, agli artisti e ai poeti.

Torniamo allora al mistico di Wittgenstein. Nelle pagine di Della certezza (1969), il pensatore austriaco si sofferma sull’analisi filosofica del senso comune. A distanza di molti anni dalla stesura del Tractatus, Wittgenstein prosegue la ricerca tesa a indagare i limiti del linguaggio. Ancora una volta viene fuori chiaramente come la filosofia non sia riconducibile a un mero esercizio speculativo, ma vada intesa piuttosto al pari di un’«attività di purificazione e chiarificazione dello sguardo» (Oliva 2021, p. 90). Tale definizione non mira a proporre un’audace risoluzione del pensiero nell’arte: il mistico, infatti, si spinge ancora più in là, assumendo l’aspetto di una tonalità affettiva in grado di condurre verso la radicale sospensione di ogni dualismo. Proprio questa capacità di sospendere e rallentare, che attraverso un sentire impersonale consente di guardare il mondo non come un oggetto, ma come una totalità determinata, costituisce l’ambizione più profonda della filosofia.

Adieu au langage

Adieu au langage (Godard, 2014)

Riferimenti bibliografici
J. Joyce, Finnegans Wake, Mondadori, Milano 2019.
J. Lacan, Il Seminario. Libro XXIII. Il sinthomo 1975-1976, Astrolabio, Roma 2006.
O. Mannoni, Un così vivo stupore. La vergogna, il riso, la morte, Armando, Roma 1994.
J.-A. Miller, Pezzi staccati. Introduzione al Seminario XXIII, Astrolabio, Roma 2006.

Stefano Oliva, Il mistico. Sentimento del mondo e limiti del linguaggio, Mimesis, Milano 2021.

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