In un passo dei Grundrisse che dovrebbe ancora darci molto da pensare, Marx se la prende con Adam Smith per la sua concezione riduttiva del lavoro. Smith, spiega Marx, considera il lavoro in generale non solo come un sacrificio, ma come una maledizione, e invece il riposo come lo stato che nell’essere umano coincide con la felicità. Non lo sfiora nemmeno l’idea che ogni essere umano in salute abbia bisogno di una “normale porzione di lavoro, e di eliminare il riposo”. Non si avvede neppure del fatto che, se il lavoro implica una resistenza, il suo superamento (tanto più quando quella è autoimposta) possa essere espressione della soggettivazione dell’uomo, della sua realizzazione e della sua libertà. Certo, conclude Marx, in contesto capitalistico il lavoro si presenta come qualcosa di repellente, ma si può e anzi si deve pensare un lavoro che non sia pena, ma autorealizzazione dell’individuo, per quanto questo lavoro possa anche implicare uno sforzo serissimo (come è il caso del compositore). E comunque, il lavoro non diverrà mai puro spasso, come Marx ritiene accada nella concezione ingenua di Fourier (Marx 1973, pp. 277-279). Il ricchissimo studio di Sergio Labate, Lavoro e modernità (ETS, 2025), potrebbe essere letto come una lunga meditazione di questo passo marxiano.
Il saggio si apre con un commento al quadro di Georg Scholz posto in copertina, nel quale sono tipizzati un grasso padrone che fuma il sigaro sulla sua automobile e un uomo emaciato accanto a quello che probabilmente è suo figlio. Questi ultimi, che hanno tutta l’aria di essere operai, portano entrambi un giornale sottobraccio ed escono verso la sinistra del quadro, mentre il padrone se ne va verso la destra. Alle spalle di tutti, una fabbrica con ciminiera fumante. Ciò che interessa l’Autore non è tanto l’opposizione fin troppo icastica del padrone e degli operai sul loro sfondo comune, quanto la duplicità del lavoro incarnata dalle figure operaie: insieme oppressione fisica e morale, e però anche istanza di emancipazione sociale e culturale (il giornale-coscienza di classe).
Ma se lo studio di Labate è certo una riflessione sul lavoro (in particolare sul lavoro moderno, cioè sul lavoro salariato in età capitalistica, ma anche sull’attuale cancellazione di ogni istanza di emancipazione attraverso il lavoro, che lascia a quest’ultimo solo il lato del mero sfruttamento), è una non meno importante riflessione sulla natura della filosofia. Ciò che interessa all’Autore è farla finita con una concezione elitista della pratica filosofica, che egli intravede ancora nel pensiero di un’autrice come Hannah Arendt, a cui pure dedica intense analisi. Elitista sarebbe ogni concezione della filosofia che si fondi su una gerarchia delle attività umane e sull’affermazione di una preminenza della contemplazione (e dell’azione politica) sulle attività produttive. Anche la critica del lavoro moderno in nome di una valorizzazione dell’ozio o dell’inoperosità implicherebbe una gerarchia del genere.
Alla posizione elitista, che mentre critica l’oppressione del lavoro salariato in realtà finisce per stigmatizzare il lavoro in quanto tale, il lavoro necessario, Labate oppone un’ipotesi di partenza secondo cui “persino nella fatica della necessità l’essere umano può rimanere se stesso, mentre è nell’asservimento e nella mercificazione del proprio lavoro che egli perde la dignità. Il lavoro che egemonizza la modernità non è disumano perché è necessario, ma perché è alienato” (Labate 2025, p. 127). Questo non significa che l’Autore intenda semplicemente capovolgere la gerarchia di valore tra contemplazione e lavoro. La sua operazione è ben più significativa: si tratta di considerare che il lavoro umano, ogni lavoro umano, è in quanto tale “un’esperienza filosofica o contemplativa, nella misura in cui dischiude la possibilità di una comprensione ontologica dell’esistenza umana. La contemplazione non è un mestiere riservato a pochi, ma un compito che appartiene a tutti” (ivi, p. 175).
Che il lavoro possa essere un’esperienza filosofica capace di cogliere i tratti fondamentali dell’esistenza umana significa, per l’Autore, che il lavoro consente di identificare: 1. una «indigenza trascendentale che può essere colmata solo tramite la fatica del proprio corpo e lo scambio organico con la natura» (ivi, p. 83), e 2. il fatto che l’essere umano, mancando delle determinazioni istintuali caratteristiche di ogni altro animale, ha bisogno di operare storicamente, cioè di lavorare, per dare una forma alla propria esistenza, per esistere come soggettività. Duplice matrice di quella differenza antropologica (che pure si vuole non antropocentrica) che per Labate sta al fondo di ogni soggettivazione, di ogni storicità e di ogni istanza di emancipazione.
Soffermiamoci, in particolare, sulla questione dell’indigenza. Il testo distingue l’indigenza trascendentale da quella che gli economisti chiamano scarsità, come distingue il lavoro necessario dal lavoro alienato. Ma in entrambi i casi il problema è lo stesso: ponendo queste distinzioni, si finisce col riconoscere una pertinenza ontologica alle categorie storiche che pure si vorrebbero criticare (il lavoro alienato e la scarsità). L’Autore critica apertamente l’economia moderna, che fa della scarsità “un vero e proprio postulato della vita umana” (ivi, p. 30). Citando il caso di Keynes (ma si può risalire a Ricardo, come hanno mostrato Le Parole e le cose di Foucault), contesta la posizione di chi pensa di trovare la radice della scarsità economica moderna (cioè della carenza che rende ragione, fra l’altro, della lotta concorrenziale) in una presunta condizione naturale (e dunque insuperabile) propria degli esseri umani. Critica la scarsità elevata a trascendentale, dunque. Ma insieme conserva quel minimo di scarsità che chiama indigenza, conferendogli la funzione di preservare la carenza ontologica dell’essere umano e dunque la necessità del lavoro.
È curioso, fra l’altro, che Labate ricordi come una certa antropologia economica del Novecento (da Sahlins a Suzman) abbia smontato dalle fondamenta la costruzione secondo cui i primitivi, soggetti all’imperio della necessità, avrebbero passato la loro vita a lavorare per la propria sussistenza, ma non dia troppo peso alla conclusione che fu di questi antropologi, e cioè che la scarsità o l’abbondanza e dunque anche il lavoro necessario sono sempre relativi ai desideri più che ai bisogni.
Il punto, in conclusione, è soprattutto politico. Si tratta di capire se, per lottare contro lo sfruttamento e l’alienazione del lavoro, sia necessario isolare ciò che, nel lavoro stesso, in quanto ontologicamente fondato, può presentarsi come istanza di liberazione, oppure se non sia più utile riferirsi all’attività libera come ad un esercizio che non abbia più nulla a che fare con presunte mancanze originarie dell’essere umano. Se la lotta contro il lavoro alienato possa essere condotta in nome di un lavoro libero, o se non debba invece condursi nel nome di un uso della vita che nulla abbia più a che fare con il lavoro.
Riferimenti bibliografici
K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, vol. II, La Nuova Italia, Firenze 1973.
Sergio Labate, Lavoro e modernità. Un saggio filosofico, ETS, Pisa 2025.