Il linguaggio non è più posto a livello delle cose,
ma fende la loro identità come una lama affilata.
Michel Foucault

Cosa fa sì che la letteratura diventi un problema intrinseco dell’apparato concettuale filosofico? Il volume Il discorso filosofico intorno alla letteratura. Percorsi teoretici nel pensiero francese (2024)  di Chiara Scarlato prende le mosse da tale domanda e, soffermandosi sul pensiero filosofico francese, che in modo abbastanza omogeneo ha dialogato con le opere di scrittori come Artaud, Borges, Kafka, Mallarmé e Proust, sonda i suoi interrogativi (dal soggetto all’esperienza, dal segno al linguaggio, dal pensiero all’espressione). L’autrice traccia una linea di continuità che include figure come Paulhan, Beauvoir, Barthes, e Foucault, per giungere infine a Deleuze e Derrida. Quest’ultimo rappresenta nell’argomentazione un punto di rottura che segna due momenti distinti della ricerca – uno fondativo e l’altro disseminante (Scarlato 2024, p. 16) –  e che costituirà la base per un successivo studio monografico volto ad approfondire percorsi teoretici complementari a quelli qui esaminati.

Il quadro teorico del libro poggia su un’analisi di matrice foucaultiana adottata per delineare in che modo la letteratura moderna nasca spesso dalla contaminazione sinergica tra elaborazione teoretica e scrittura letteraria. Ad esempio, nelle ricerche foucaultiane degli anni sessanta, la letteratura si incarica con Foucault della duplice funzione di contro-discorso e quasi-discorso: il suo compito è quello di destabilizzare le categorizzazioni e i discorsi positivi che, escludendo tutto ciò che è “alterità”, generano forme di marginalizzazione.  

Seguendo questa prospettiva, Scarlato sceglie di non dedicarsi all’analisi dell’architettura formale del testo, riconfigurando la letteratura come un oggetto teoretico autonomo, ontologicamente equiparabile all’esperienza, alla realtà e alla verità. La letteratura interessa l’autrice in quanto contro-discorso che agisce in uno «spazio di dispersione e trasgressione» (ivi, p. 200), sovvertendo l’ordine codificato del sapere dominante; e in quanto quasi-discorso (ivi, p. 205), ossia come un discorso che destruttura la presunta integrità originaria delle sue stesse categorie portanti (la soggettività, “chi parla?”; il tempo; “quando?” e lo spazio “da dove?”).  

Difatti, Scarlato osserva come la prospettiva teoretica si sia spontaneamente imposta come la più adatta ad articolare una filosofia della letteratura. Ciò perché, in primo luogo, salvaguarda l’autonomia epistemologica dei due ambiti disciplinari e ne favorisce il dialogo:

Preservando l’integrità di ciascuna delle due aree di interesse, il vantaggio di associare una filosofia della letteratura a una prospettiva teoretica sta nella possibilità di rinnovare continuamente le problematizzazioni dei contenuti e dei metodi della ricerca, senza mai esaurire l’esplorazione di quel campo in cui avviene il raccordo tra le interrogazioni della letteratura e gli attraversamenti della filosofia, ma anche tra le questioni poste dalla filosofia e le risoluzioni prospettate dalla letteratura (ivi, p. 8).

In secondo luogo, perché all’interno del contesto strutturalista e post-strutturalista francese, l’approccio teoretico permette di individuare unomologia privilegiata tra il discorso filosofico-letterario e il discorso sulla follia. Come sottolinea l’autrice, nel momento in cui il soggetto è destituito dal centro di un regime valoriale di verità (ivi, p. 154), con l’accrescere della consapevolezza del suo essere disunito, frammentato e nomade, la riflessione letteraria comincia a indagare il nuovo status esistenziale e biopolitico dell’individuo. Questo riposizionamento implica da un lato una ridefinizione della letteratura, che diventa testimonianza di una molteplicità di storie e mondi, rivelando un’«esistenza umana irriducibile alla comprensione di una sola verità» (ivi, p. 128); dall’altro, l’urgenza di un metodo di interrogazione filosofica del letterario, eterogeneo e non conciliante, che rifiuti ogni subordinazione, gerarchizzazione e appiattimento di distonicità (ivi, p. 17).

Se, come osserva Foucault in Malattia mentale e psicologia (1954), la psicologia è strutturalmente incapace di dominare la follia – perché questa eccede ogni sistema di categorizzazione ed è anzi ciò che rende possibile la psicologia stessa – un paradosso analogo governa il rapporto tra scrittura e letteratura. La letteratura non è mai completamente contenuta nel gesto che la istituisce e, al pari della follia, resiste a ogni tentativo di riduzione entro gli schemi della scrittura. Generandosi come interrogazione in divenire piuttosto che come un oggetto delimitato nei confini del gesto scrittorio, la letteratura è un’esperienza-limite: una forma che prepara all’incontro con ciò che la “normalità” del mondo respinge, con la parola dei confini, con ciò che è, appunto, il fuori della scrittura (cfr. Blanchot 2015).

L’idea di un’esteriorità della scrittura – concettualizzata da Blanchot come suo “punto zero” (2019) e da Barthes come suo “grado zero” (2003) – diventa nel saggio di Scarlato il luogo in cui si inscrive l’interrogazione teoretica del letterario. L’esperienza della letteratura è concepita come un gesto che si sottrae alla scrittura stessa: un movimento di apparizione e scomparsa all’interno del campo dell’immaginario, dove l’immagine rappresenta l’atto “extratensivo” (Foucault) della scrittura che, reclamando incessantemente neutralità e cancellazione del mondo, dà vita a quella scrittura bianca (e neutra) che Barthes riconosce nelle opere di Beckett, Camus e dello stesso Blanchot. Ciò comporta il passaggio da un linguaggio ordinario a un linguaggio “fuori uso” che disarticola l’infinito rapporto tra parole e cose, emancipando la scrittura dall’autoreferenzialità del linguaggio e superando, di conseguenza, la dicotomia tra ragione e déraison.  

Foucault osserva come la follia, sebbene esclusa dall’ordine del mondo, riemerga attraverso il linguaggio eccentrico e immaginario di autori come Gérard de Nerval, Antonin Artaud, Georges Bataille, Stéphane Mallarmé e Raymond Roussel (1954). Eppure, come precisa Deleuze in alcune pagine dedicate a Roussel (2007), ciò non significa che la follia personale degli autori e la loro opera condividano un elemento “positivo” e causale. Maurice Blanchot chiarisce ulteriormente questo punto: anche se Artaud era schizofrenico, «la rivolta affermata dalla sua parola, ben lungi dal rappresentare un impulso particolare e personale, indica l’insurrezione che sorge dalle profondità dell’essere […]» (2015, p. 438). La minaccia rappresentata da questi scrittori non risiede nella schizofrenia di cui sono affetti, ma nella “doppiezza” delle loro parole, in quell’ambiguità che le pervade e che innesca l’esperienza del limite: parole che esplorano i confini del dicibile, per diventare, come efficacemente definite da Ravel, delle «macchine da guerra in forma di discorso» (1996, p. 48).

Il linguaggio è allora attraversato da una duplicità, essendo interamente segnato, come nota Scarlato a proposito di Roussel, da quel «limite costitutivo dell’essere umano che è, allo stesso tempo, la sua condizione fondamentale di esistenza» (2023). È proprio in tale duplicità che l’autrice ravvisa la condizione di possibilità per un’interrogazione teoretica dell’opera letteraria: l’apertura verso una dimensione esteriore in cui capovolgere il discorso, sradicarlo dall’individualismo e sottrarlo all’unità spazio-temporale. La ricerca teoretica del letterario, nella prospettiva foucaultiana richiamata da Scarlato, si dispiega proprio «nell’intervallo di tempo inaugurato dalla domanda di Nietzsche (“Chi parla?”) e chiuso con la risposta di Mallarmé, il quale chiarisce che a parlare è la parola stessa» (2024, p. 201).

Riferimenti bibliografici
R. Barthes, Il grado zero della scrittura, Einaudi Editore, Torino 2003.  
M. Blanchot, La conversazione infinita. Scritti sull’«insensato gioco di scrivere», Einaudi Editore, Torino 2015.           
Id., Libro a venire, Il Saggiatore, Milano 2019. 
G. Deleuze, Raymond Roussel o l’orrore del vuoto, in L’isola deserta e altri scritti (1953-1974), Orthotes Editrice, Napoli 2007.    
M. Foucault, Raymond Roussel, Ombre corte, Verona 2001.      
Id., Malattia mentale e psicologia, Raffaello Cortina Editore, Milano 1997.         
J. Revel, Foucault, le parole e i poteri, Manifestolibri, Roma 1996.       
C. Scarlato, Michel Foucault e “Raymond Roussel”, in “Rivista di estetica”, n. 83, 2023, pp. 121-138.

Chiara Scarlato, Il discorso filosofico intorno alla letteratura. Percorsi teoretici nel pensiero francese, Rosenberg & Sellier, Torino 2024.

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