Un pensiero chimerico, ai confini con il sogno, utopico, quello che immagina una convivenza pacifica tra uomo e animale. È questo il pensiero ricercato da Il bestiario filosofico di Jacques Derrida di Orietta Ombrosi, ora edito anche in italiano da Donzelli. Questo volume offre l’occasione di approcciare la “questione animale” cercando di mobilitare delle nuove risorse conoscitive, interrogando i limiti della ragione, quella stessa ragione che da sempre ha marcato la distinzione tra uomo e animale. 

La sfida che Ombrosi pone al lettore con il Bestiario è quella di «pensare, filosoficamente, la sua differenza [dell’animale] – o piuttosto la loro […] sofferenza» (2025, p. 4). Poiché, come ricostruisce l’autrice, il gesto di differenziazione tra uomo-animale porta con sé diversi livelli di violenza tra loro interconnessi: a partire dalla violenza biblica per cui gli animali perdono il potere di autodefinizione e, rinchiusi nell’indistinzione del singolare generico “Animale”, essi vengono inoltre esclusi, di diritto e di fatto, dalla facoltà conoscitiva tradizionalmente concepita come superiore; le conseguenze di questi primi due livelli giustificano le violenze inflitte agli animali nei termini di forza lavoro e la loro relegazione al regno afono dello sfruttamento carnivoro. 

Come scardinare questa prospettiva secolare? Come decentrare quella logica che rende l’uomo sordo alle sofferenze degli animali? La proposta di Ombrosi è quella di affermare un nuovo modo di approcciarsi agli animali attraverso l’invito a costruire un’altra forma di conoscenza che scompagina i limiti del pensiero, che decentra il logos nel segno della Chimera

La chimera, l’essere ibrido che sorge nelle fantasie dei nostri avi è l’animale guida per accompagnarci in questo compito, attraverso il salto immaginativo, ridefinendo gli ordini assoluti che guidano il nostro presente, nell’innesto. È in questo segno che Ombrosi costruisce la scrittura del Bestiario proiettandola verso la speranza di un avvenire più giusto nei confronti di tutti i viventi. Un nuovo atto generativo di una coscienza che pensi altrimenti l’autorità dell’uomo su ciò che da esso si distingue, nei termini di una “ospitalità incondizionata”. 

Chi-mère? quale madre, giocando con le due lingue dell’autrice, chi si farà carico, chi se ne prenderà cura? Una questione che ci sollecita tutti e che ci immerge nel Bestiario.

Cercare, come ha fatto l’autrice, di trattare l’alterità animale, di salvare gli altri animali, incorre nella paradossalità di questo compito in cui parlare degli animali è sempre parlare sopra gli animali, in uno spazio prospettico “troppo umano”, un discorso a cui questi, simbolizzati e antropomorfizzati, non possono rispondere. Nel tentativo di invertire la rotta di tale violenza, la filosofa accoglie il gesto decostruttivo di smembrare tali gerarchie e binomi attraverso le moltiplicazioni di sensi, attraverso l’invenzione di nuove parole in quanto orizzonti di comprensione e accoglienza. In questa prospettiva viene allora coniato il termine animalaltro. L’animale-altro, «”l’animale” in quanto altro. L’“animale” come altro» (ivi, p. 3), che, a fianco al singolare-plurale “animot” di Derrida (che richiama la pronuncia del plurale animaux e mots, parola in francese), ricorda l’irriducibilità del vivente nei confronti dell’indiscreto movimento conoscitivo umano che viviseziona e agglomera indistintamente in un unico regno, in esilio, tutti “gli altri”.

Assumendosi perciò l’aporeticità di questa impresa, Ombrosi persegue il desiderio di Derrida di scrivere una zoo-auto-biblio-grafia, costruendo un bestiario che non ha nulla a che vedere con la tipica struttura “tassonomica”. Il suo Bestiario sembra infatti fare a brandelli il tradizionale elenco di bestie, invocandoli per nome proprio; cedendogli il passo di capitolo in capitolo, lasciando che si sovrappongano, confondendosi, come se questi irrompessero realmente nel corso della sua scrittura

In una lettura attenta e vigile, infatti, l’autrice si insinua nelle crepe della scrittura del filosofo della decostruzione. Non manca infatti di proporre il confronto con il cane Bobby dell’amico e collega Lévinas, che Derrida condanna nel suo silenzio sulla possibilità di un’etica animale, del riconoscimento del volto dell’altro animale e che Ombrosi richiama attraverso l’articolazione delle comuni radici ebraiche con la “questione animale”. Non dimentica inoltre, come al contrario ha fatto Derrida, di appellarsi ad altri animali, come il gallo, l’asina di Balaam, la lumaca di Adorno e Horkheimer e, soprattutto, il serpente della Genesi. Quest’ultimo, silente a fianco di quelli “poetici” richiamati da Derrida nelle opere di Valéry e Lawrence, realizza effettivamente il bestiario derridiano. 

È il serpente, infatti, la cui testa termina il corpo della Chimera, la sua coda, che regna sulle pagine più dense del volume e che prende, nella scrittura di Ombrosi, il posto autobiografico di Derrida compiendone la zoo-auto-biblio-grafia. L’uomo, l’autore, il filosofo, viene lasciato indietro perché, suggerisce Ombrosi, questo animalaltro è forse già strisciato avanti lui perché questi possa anche osservarlo e parlarne.

Richiamando LaCocque e il lavoro di altri esegeti, Ombrosi ci offre una lettura originale del serpente della tentazione edenica, per cui questi, il primo sacrificato tra gli animali, è anche il primo ad essersi visto nudo, ad aver avvertito e riflettuto – poiché il più astuto e forse “un po’ filosofo” – la sua vulnerabilità come unico della sua specie e, per questa ragione, aver ceduto alla tentazione di «riscrivere lui stesso un’altra genesi» (ivi, p. 147).

L’animale ci guarda e noi siamo nudi davanti a lui. E pensare comincia forse proprio da qui (Derrida 2016, p. 68).

Riscrivere l’origine dello stato delle cose, scombinare l’ordine prestabilito, parlare con la donna, infine, sono desideri che Derrida condivide con il serpente della Genesi. Egli è già insinuato nello stesso movimento decostruttivo, nell’intenzione che muove la scrittura del filosofo e forse anche in quella della filosofa. 

La lettura di Ombrosi sembra aprire ad un rinnovamento, ad un cambio di pelle, sottintendendo che vi sia, in questa moltiplicazione spiralica di scritture, di autori, nella prossimità tra questi, un esercizio per generare nuove forme di relazionalità, per intenderci gli uni con gli altri. 

L’ultima parola nel Bestiario viene ceduta, nell’Appendice II, al gatto Murr e a Sarah Kofman, verso la quale «il pensiero derridiano circa la “questione animale” ha un debito più che infinito» (Ombrosi 2025, p. 217). Tale appendice è riservata alla felicità, alla felice possibilità di riscrivere il discorso dell’essere umano circa l’animale come ha fatto il gatto Murr, graffiando la biografia del suo padrone, lasciando la propria traccia autobiografica, parodizzando l’egemonica pretesa dell’uomo di esser l’unico a poter parlare e sapere di sé e degli altri, cifra indelebile della scrittura filosofica di Kofman.

Un pensiero felice, dunque, una speranza la cui via, nel segno della Chimera, ci spinge a vegliare su ciò che si ritiene certo e immutabile, ad attivare tutti i nostri modi per sapere, ancora, nuovamente. Ombrosi, ci mostra come la stessa filosofia, il lavoro della ragione per eccellenza, possa e debba muoversi in termini autocritici dislocando e decentrando il logos, per aprirsi al pathos, alla con-passione, sperimentando quindi nuovi modi di articolare il pensiero in spazi non sistematici come quelli dell’affettività, dell’inconscio, dell’irrazionale e dell’intenzionalità

L’intenzione, infatti, etimologicamente, ci rimanda ad una tensione, letteralmente in-tendere, “tendere verso” un tirare(si) verso l’altro, volgersi verso le sue tracce. È un gesto di attenzione, di cura anche, poiché si inverte il movimento del “voltare le spalle” per torcere il collo e offrire il volto all’altro, per guardarlo, ascoltarlo, sentirlo con tutti gli strumenti possibili per accogliere le differenze. 

Il concetto di traccia qui risuona in questo cedere il passo all’animale, offrire la propria intensione non per risolvere tutte le irriducibili differenze ma per con-vivere lo stesso spazio di esistenza che è il suolo che abitiamo.

Riferimenti bibliografici
J. Derrida, L’animale che dunque sono, Jaca Book, Milano 2016. 
S. Kofman, Autobiogriffures: Du chat Murr d’Hoffmann, Galilée, Paris 1984. 

Orietta Ombrosi, Il bestiario filosofico di Jacques Derrida, Donzelli, Roma 2025.

Tags     animale, Jacques Derrida
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