Scrittori di destra

di TOMMASO TUPPINI

I grandi scrittori? Tutti di destra di Giovanni Raboni.

Milan Kundera

Adesso che è estate e stiamo pensando ai libri da portare sotto l’ombrellone, se la nostra scelta cade su un grande scrittore del Novecento, quasi certamente è uno scrittore di destra. O almeno così pensava Giovanni Raboni, autore di un lungo articolo intitolato, appunto, I grandi scrittori? Tutti di destra, uscito il 27 marzo del 2002 sul Corriere della Sera e appena ripubblicato dalla casa editrice De Piante con la prefazione di Luca Daino e una documentatissima postfazione di Franco Cardini. Raboni dice che in Italia c’è la convinzione che gli intellettuali sono tutti, come si dice a Roma, “de sinistra”. E invece è più o meno il contrario a essere vero: «Non pochi, anzi molti, moltissimi tra i protagonisti o quantomeno tra le figure di maggior rilievo della letteratura del Novecento appartengono o sono comunque collegabili a una delle diverse culture di destra – dalla più illuminata alla più retriva, dalla più conservatrice alla più eversiva, dalla più perbenistica alla più canagliesca – che si sono intrecciate o contrastate o sono semplicemente coesistite nel corso del Ventesimo secolo» (Raboni 2022, p. 24). Segue un elenco in ordine alfabetico: Barrès, Benn, Bloy, Borges, Céline, Cioran, Claudel, D’Annunzio, Drieu La Rochelle, Eliot, Forster, Gadda, Hamsun, Hesse, Ionesco, Jouhandeau, Jünger, Landolfi, Thomas Mann, Marinetti, Mauriac, Maurras, Montale, Montherlant, Nabokov, Palazzeschi, Papini, Pirandello, Pound, Prezzolini, Tomasi di Lampedusa, Yeats. Va da sé che l’elenco è approssimato, e di molto, per difetto.

A ogni tempo la sua polemica. Se Raboni avesse detto queste cose venticinque-trenta anni prima, qualche studente particolarmente volonteroso lo avrebbe gambizzato. Se le avesse dette oggi, sarebbe stato liquidato in due secondi perché non cita nessuna scrittrice donna e nemmeno un autore africano. Nella realtà gli andò leggermente meglio: fu costretto a una imbarazzata replica con cui fece sapere ai pedanti di turno di essere al corrente che sono esistiti anche scrittori non di destra, aggiungendo che solo con difficoltà un’opera letteraria si lascia inquadrare dentro scelte ideologiche e politiche. Credo che in quest’ultima apparente ovvietà c’è la ragione del piccolo scandalo di cui fu involontario protagonista il più discreto e sornione tra i poeti italiani. In fondo Raboni sta dicendo che la scrittura, di per sé, non è un fatto politico. Lo può diventare, ma la grande letteratura non c’entra con la politica in senso stretto e neppure in senso lato. Uno vorrebbe rispondere: d’accordo, ma allora perché ostinarsi a parlare di scrittori che stanno a destra? Non sarebbe meglio ripetere fino alla nausea che la letteratura non è né di destra né di sinistra? Facciamo una breve digressione e poi torniamo a bomba.

Cardini nella sua postfazione, Quando ancora si discuteva di egemonie culturali, dice che polemiche come quelle innescate da Raboni sono interessanti ma irrecuperabili. Se fino ai primissimi anni del nuovo secolo era magari utile spiegare, specie agli italiani, che “intellettuale di sinistra” non è una tautologia, adesso queste discussioni non hanno più senso, perché ormai la distruzione del mondo dei valori immateriali si è compiuta e non c’è marcia indietro. Se il Nulla dilaga si eclissano le grandi coppie polari, sopra e sotto, oriente e occidente, destra e sinistra, ecc., e l’unica domanda oggi possibile – «a che punto è la notte?» (ivi, p. 56) – cancella le altre. Quando Cardini prende la parola, a chi lo ascolta rimane poco da aggiungere e molto da imparare. Però, forse, esiste un modo per ridare attualità al discorso di Raboni. Se posso azzardare un’ipotesi: il “nichilismo”, nome abbastanza esatto per definire il nostro tempo, fa piazza pulita di tante cose e livella parecchie differenze ma non necessariamente quella tra destra e sinistra, perché il nichilismo è una cosa di destra. O, se vogliamo ammorbidire questa affermazione, il dilagare del Nulla è stato vissuto e pensato fino in fondo proprio dagli scrittori elencati da Raboni, i quali, chi in un modo chi in un altro, sono i nipotini di Nietzsche.

Finita la digressione possiamo riprendere la domanda che ci interessa: perché il grande scrittore novecentesco è quasi sempre di destra? Raboni non dà una vera e propria risposta ma un indizio sì: c’è un legame, dice, che sfiora il paradosso, tra progressismo politico e conservatorismo della scrittura e, di converso, c’è un legame tra passione sperimentale e sfiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” (ivi, p. 28). L’indizio potremmo svilupparlo così: la grande letteratura ha come premessa un sostanziale disinteresse per la dimensione politica dell’esistenza, perché la grande letteratura è sincera, dice la verità, e la verità è ostile alla vita, alla società e al mondo. La verità è un terreno instabile e non edificabile. La verità richiede una spietatezza intellettuale un poco nichilistica e l’abbandono delle certezze consolatorie del progressismo, soprattutto quella per cui l’uomo è in primo luogo un animale politico.

Uno scrittore che Raboni avrebbe classificato tra «i transfughi della sinistra» (ivi, p. 25) – i quali, comunisti da ragazzi, sono poi diventati liberali –, Milan Kundera, pensa che la decadenza della cultura europea si riconosce dal fatto che gl’intellettuali sono diventati incapaci di fronteggiare la politicizzazione dell’esistenza. Il compito degli scrittori, disse una volta Kundera, non è impegnarsi nella lotta politica, bensì proteggere la cultura dalla stupidità della politica. Forse gli scrittori non sono necessariamente di destra ma la passione per la verità anche nelle sue versioni più indigeribili e tragiche, oppure ferocemente umoristiche, li rende impolitici, ed è quasi la stessa cosa. Che poi alcuni di loro tradiscano questa passione in fin dei conti inutile, se non nociva, e finiscano con l’intestarsi magisteri civili e accigliati catechismi, è comprensibile, ma è un altro paio di maniche, non c’entra con la letteratura, ha a che fare con le piccole vanità, i naturali desideri di riconoscimento e accasamento che trovano la propria giustificazione nel mito – spelacchiato e bolso ma duro a morire – dell’autore engagé. Sono pochi gli scrittori che hanno sposato la settima e ultima solitudine e respirato l’aria rarefatta delle vette. Pochi, pochissimi: tutti i grandi scrittori del Novecento.

Giovanni Raboni, I grandi scrittori? Tutti di destra, De Piante Editore, Busto Arsizio (VA) 2022.

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2 commenti

  1. La grande letteratura raggiunge il dolore che sottostà agli schemi esplicativi della realtà fra i quali senza dubbio quelli consolatori del progresso. Ma la cosa più importante è la possibilità di “dare parola al dolore” (Shakespeare, Macbeth) anche se la parola è sempre ‘altra’ rispetto alla realtà.

  2. La grande letteratura, vedi quella russa ottocentesca, si è occupata anche di politica ma da una prospettiva che potremmo definire “metapolitica”. La letteratura, quella vera che mette insieme realtà, verità e ispirazione, scava nel reale, lo rigira come un aratro che porta in superficie ciò che sta sotto e questo lo fa anche la poesia. Ma la differenza fondamentale fra politica e letteratura sta nel fatto che mentre la prima lotta per il potere la seconda agonizza per la verità o ciò che ritiene tale.

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