“Potremmo scrivere una brutta storia d’amore”

di MARCO PEDRONI

House of Gucci di Ridley Scott.

“I want your love, and I want your revenge / You and me could write a bad romance”. Non c’è Lady Gaga nella colonna sonora di House of Gucci, il film di Ridley Scott uscito nella sale italiane poco prima di Natale, dove l’artista statunitense si limita – per così dire – al ruolo di attrice protagonista. Eppure ho in testa questo verso di Bad Romance, forse il singolo più noto della poliedrica pop star, quando esco dal cinema dopo 157 minuti di proiezione dedicata alla “brutta storia d’amore” tra Patrizia Reggiani e Maurizio Gucci, rampollo della casa di moda fiorentina.

House of Gucci è uno di quei film per cui i giornali sprecano frasi fatte: attesissimo lavoro dell’acclamato regista di Blade Runner, con un cast stellare in cui Adam Driver, Al Pacino, Jared Leto, Jeremy Irons e Salma Hayek fanno compagnia a Lady Gaga. Spesso presentato come la storia della famiglia Gucci, ne è in realtà un racconto appiattito sulla figura di Reggiani nelle quattro fasi del suo rapporto con Maurizio: seduzione, matrimonio, allontanamento e omicidio, in un arco temporale di oltre due decenni che si concludono nel 1995, quando un sicario ingaggiato dalla donna fredda l’erede Gucci in via Palestro a Milano. Patrizia-Gaga è la chiave di volta del film, tanto che quando si fa più laterale, nell’ultimo quarto della pellicola, il racconto perde ritmo e si spegne in un finale già noto allo spettatore. Almeno a quello che conserva la memoria dell’iter investigativo e giudiziario, molto seguito dai media, che portò alla condanna della donna e dei suoi complici nel 1998, e che viene invero solo abbozzato da Scott.

House of Gucci è un piatto con tre principali ingredienti narrativi. Il primo: l’imprevedibilità di Reggiani, rappresentata prima come un’astuta arrampicatrice sociale capace di sedurre il goffo Maurizio, poi come la diabolica manipolatrice che porta il marito al controllo dell’azienda di famiglia, a scapito dello zio Aldo e del cugino Paolo, e infine come donna labile e vendicatrice, incapace di fare i conti con la fine del suo matrimonio e del suo status di signora Gucci. Il secondo: il melodrammatico sfondo di un’Italia iconica – con la Toscana delle radici dei Gucci e la colonna sonora in cui fanno capolino Pino Donaggio e Caterina Caselli, insieme a Rossini e Puccini – dove nasce un’azienda di moda di fama mondiale nonostante le miserie relazionali della dinastia fiorentina fondata da Guccio Gucci nel 1921, o forse proprio a causa di queste. Il terzo, non meno importante: lo stile, che imprime tridimensionalità e vita allo schermo attraverso l’eleganza dei fratelli Rodolfo e Aldo Gucci, le location italiane e newyorkesi, il guardaroba e gli oggetti di scena.

Il cast contribuisce in modo decisivo ad amplificare e mescolare questi temi. Di Lady Gaga si è già ricordata la centralità: finché il suo personaggio non cade in disgrazia è la domina del film, che attraversa con la sua presenza quasi barocca. Svilisce accanto a lei, nei panni di Maurizio Gucci, Adam Driver, poco più di un Kylo Ren spilungone con occhiali à la Yves Saint Laurent: un effetto che immaginiamo voluto, per tratteggiarne l’iniziale irrilevanza nella famiglia e la sostanziale goffaggine, ma che risulta poi meno convincente quando Maurizio riesce ad accantonare Patrizia e a tornare in qualche modo artefice del proprio destino. Ad Al Pacino e Jeremy Irons, rispettivamente Aldo e Rodolfo Gucci, il compito di interpretare le opposte risorse della famiglia, dove convivono l’elegante austerità del primo e l’espansività (caratteriale ed economica) del secondo, che con modi gioviali copre il suo autocompiacimento per il potere del suo brand globale. Al camaleontico Jared Leto è invece affidata la missione, sempre diversa e perciò infine uguale, di dissimulare se stesso sotto centimetri di trucco e protesi: in House of Gucci è Paolo, cugino di Maurizio e figlio di Rodolfo, un naif privo di talento e intelligenza – un ritratto da stupido del villaggio forse eccessivamente ingeneroso. Solo per dovere di cronaca menzioniamo Salma Hayek, trascurabile interprete di quella Pina Auriemma che da cartomante televisiva si trasforma in dama di compagnia e poi complice di Patrizia Reggiani.

Il film di Ridley Scott, trainato dalle performance attoriali, non riesce ad annoiare nel suo pur generoso minutaggio. Né sono sufficienti a demolirlo le numerose critiche che si è attirato: l’improbabile accento italiano di Lady Gaga e colleghi, che ci viene risparmiato dal doppiaggio ma che ha fatto storcere il naso a chi l’ha visto in lingua originale; lo sguardo coloniale americano su un’Italia da operetta, pasticciona, familista e maschilista quel tanto che basta da far digerire al pubblico l’estromissione dei Gucci dal controllo dell’azienda, oggi posseduta dal conglomerato internazionale Kering; l’insistenza in stile Dinasty sul racconto dell’avidità e dei sotterfugi a scapito di altri temi. In particolare, in House of Gucci ci sono due racconti trascurati, che avrebbero potuto essere altrettanti film: quello della creatività del marchio e della sua espansione globale, buttato alle ortiche con le infelici macchiette di Tom Ford e Anna Wintour; e quello della movimentata vicenda processuale di Reggiani, da cui sarebbe potuto nascere un poliziesco appassionante e senza cadute nello stereotipo del Padrino. Ma tutti questi potenziali sviluppi sono oscurati dal bad romance tra Patrizia e Maurizio.

Sarebbe sterile ragionare sulla distanza che intercorre tra il film e il libro da cui è adattato, scritto da Sara Gay Forden e a sua volta ispirato all’omicidio Gucci. Rimane piuttosto da chiedersi se e come questa trasposizione di una trasposizione contribuisca al dialogo tra moda e cinema, che si è fatto negli ultimi anni più intenso. L’Uomo Vogue ha intitolato la sua copertina del dicembre 2021 “Role Play: Fashion in Film”, ricordandoci l’intimo legame tra moda e cinema: la prima fornisce al grande schermo non più solo costumi, ma anche storie (si pensi a Il diavolo veste Prada, Yves Saint Laurent e Coco Before Chanel) e quasi a titolo di risarcimento la moda recluta grandi registi per la produzione dei fashion movies e documentari (come A Therapy di Roman Polanski per Prada o Salvatore – Il calzolaio dei sogni diretto da Luca Guadagnino per Ferragamo).

Da questo punto di vista, House of Gucci sembra fare un passo indietro: dai Gucci prende in prestito l’oggettistica e alcuni elementi di un dramma familiare, senza veramente raccontare il ruolo trasformativo che la moda italiana ha giocato a livello internazionale a partire dagli anni sessanta. Non si avverte, insomma, alcuna fascinazione del regista per la moda come strumento di costruzione dell’immaginario collettivo: lontano dall’approccio crime di L’assassinio di Gianni Versace e incapace di trovare un equilibro tra racconto della moda e racconto biografico come accade in Halston, il film di Scott somiglia a una miniserie tv glamour, che si guarda senza pause ma che non lascia, al termine della visione, il desiderio di una seconda stagione. Come tutte le brutte storie d’amore, finisce perché ha detto ciò che aveva da dire, senza però aver trovato il giusto tono di voce. “Walk, walk, fashion baby”, canterebbe Lady Gaga.

House of Gucci. Regia: Ridley Scott.; sceneggiatura: Becky Johnston, Roberto Bentivegna; fotografia: Dariusz Wolski; montaggio: Claire Simpson; musiche: Harry Gregson-Williams; interpreti: Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino, Jeremy Irons, Jared Leto; produzione: BRON Studios, Metro-Goldwyn-Mayer , Scott Free Productions, Universal Pictures; distribuzione: Eagle Pictures; origine: Stati Uniti; durata: 157′; anno: 2021.

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