Una carnagione moralmente rosa

di MARCO PEDRONI

Gli impiegati di Siegfried Kracauer.

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Berlin Spittelmarkt (Hoeniger, 1912)

Se Gli impiegati fosse un film, inizierebbe con una veduta aerea di Berlino, sul finire degli anni venti del XX secolo. È mattina presto, l’autunno già iniziato lascia tracce nella luce debole e nel foliage urbano. La città già sveglia scaglia le sue masse impiegatizie verso gli edifici del centro: eleganti banche, così come anonimi palazzi pubblici e privati, davanti ai quali gli impiegati si affollano in ordinate file per iniziare la giornata lavorativa. Formiche in abiti alla moda. Fuoricampo, la voce del narratore: «Ogni giorno centinaia di migliaia di impiegati popolano le strade di Berlino, eppure la loro vita è più sconosciuta di quella delle tribù primitive di cui gli impiegati ammirano i costumi al cinematografo» (Kracauer 2020, p. 19). A seguire, una serie di primi piani, ma senza volto: la cinepresa indugia su piedi, gambe, busti, dimenticando volontariamente il viso delle donne e degli uomini che entrano in ufficio. In rapida sequenza vediamo scarpe, pantaloni, gonne, camicie, quasi uniformi nei loro colori spenti – in contrasto con le vivaci foglie autunnali. Porzioni di tessuto in movimento, con il ritmo regolare di un dispositivo meccanico, inquadrati come indizi dell’uniformità degli impiegati, della sostituibilità funzionale che ne fa equivalenti inconsapevoli del proletariato di fabbrica, non fosse per le giacche impeccabili al posto della tuta da lavoro. Solo dopo questa carrellata di presenze assenti, il regista ci regala un primo piano, e un primo volto: quello di un’impiegata che, licenziata per ragioni ignote allo spettatore, presenta ricorso per riavere il lavoro o, al limite, un’indennità.

Lasciamo per un istante l’interno del tribunale del lavoro, e la fantasia di questo film mai girato, per tornare sulle pagine di “Fata Morgana Web” e dichiarare il nostro scopo: non quello di recensire Gli impiegati di Siegfried Kracauer – compito già assolto brillantemente prima di noi da Walter Benjamin e Ernst Bloch, suoi colleghi alla “Frankfurter Zeitung” – ma, piuttosto, chiederci se e perché valga la pena leggere questo testo fuori dal comune che, a 90 anni esatti dalla sua prima edizione tedesca, la sociologia ha spesso snobbato. L’occasione ci viene offerta da Meltemi, che ha recentemente ripubblicato il testo con l’introduzione di Luciano Gallino alla prima (e fino a poco tempo fa) unica edizione italiana (Einaudi 1980) e un saggio di Maurizio Guerri.

Innanzitutto, chi è Siegfried Kracauer? Un architetto con ambizioni da critico cinematografico e sociologo, frequentazioni importanti quali Theodor Adorno, Max Scheler e Georg Simmel, e uno straordinario teatro di osservazione della vita metropolitana moderna quale la Berlino degli anni venti. Uno dei suoi lavori più noti, Teoria del film, ne fa autore di rilievo per la sociologia del film e giustifica la libertà che ci siamo presi nell’immaginare uno sviluppo cinematografico de Gli impiegati; ma è soprattutto quest’ultimo lavoro a collocare Kracauer tra i pionieri della sociologia empirica di stampo qualitativo.

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Il libro, infatti, è una ricerca sul campo costruita intervistando banchieri, dattilografe, contabili, dirigenti; leggendo le riviste delle organizzazioni sindacali; frequentando i locali dove questi interpreti della modernità urbana si intrattengono e i circoli sportivi aziendali dove si svagano. Immagini e parole del ceto impiegatizio affiorano nel testo di Kracauer, rilette con un acume non privo di ironia. Mai l’autore si appiattisce su uno dei punti di vista che analizza (impiegati, sindacalisti, industriali, studiosi), per elaborare invece un originale quadro d’insieme. Un “mosaico”, per usare le parole di Kracauer, che verrebbe oggi rubricato come un saggio etnografico, eclettico nella selezione delle fonti e brillante nella forma espositiva, come verrà osservato a proposito dello stile di Erving Goffman qualche decennio più tardi.

Descritto lo sceneggiatore, occupiamoci del soggetto: apparentemente, gli oltre 3 milioni di impiegati tedeschi, quintuplicati rispetto al periodo prebellico. Ma è sufficiente leggere qualche pagina per cogliere l’obiettivo del testo, ben più ambizioso di un saggio di sociologia economica: Kracauer tenta, con successo, di fotografare l’ascesa di una nuova cultura figlia della razionalizzazione e della modernità. È la cultura urbana impiegatizia, «fatta da impiegati per impiegati» (ivi, p. 24), che nel loro moltiplicarsi operoso occupano tanto gli uffici quanto gli spazi di un nascente immaginario.

Ma procediamo con ordine. In principio era il lavoro, e il lavoro si fece razionale: diviso in compiti specialistici, meccanizzato grazie a nuovi strumenti tecnici. Gli impiegati, ingranaggi sostituibili dentro la macchina dell’economia moderna, sono il nuovo esercito industriale di riserva. Non più e non solo custodi del funzionamento della macchina statale, gli impiegati tedeschi si offrono tanto all’impiego pubblico quanto a quello privato, assegnati a uno dei mille compiti che non richiedono qualifica, ma solo disponibilità. Titolari di diplomi, svolgono tuttavia mansioni che non li richiedono e sono pagati di conseguenza: con un rilievo che ci suona drammaticamente familiare, Kracauer nota che «alla cultura elevata non corrisponde sempre una retribuzione elevata» (ivi, p. 26).

Schede perforate e nastro trasportatore diventano sinonimi di sostituibilità degli impiegati, da cui si pretende una cosa sola: attenzione. Di questa risorsa gli impiegati non possono disporre liberamente, poiché «essa sottostà al controllo dell’apparecchio che essa stessa controlla» (ivi, p. 49). Per l’accesso al lavoro è centrale la fase selettiva attraverso prove attitudinali, anch’essa ispirata al principio della razionalizzazione:

Il crescente uso di metodi di ricognizione psicologici al servizio di una maggiore razionalità economica è anche e non da ultimo il sintomo della reciproca estraneità che il sistema dominante crea fra datori di lavoro e numerose categorie di impiegati. Dove si chiede uno sguardo totale, nessuno è più veramente capace di guardare se stesso (ivi, p. 40).

Senza usare la parola “alienazione”, Kracauer di fatto la evoca. Superare i test, tuttavia, non basta: occorre avere una carnagione moralmente rosa”, come la definisce un intervistato, fatta di bella presenza e maniere perbene. La questione della selezione del personale diventa così un pretesto per riflettere sulle tendenze incarnate dal ceto impiegatizio: attenzione per le apparenze, conformismo, consumismo. Scrive Kracauer:

A Berlino si sta formando un tipo di impiegato che si conforma all’esigenza di questa carnagione. Linguaggio, abiti, gesti e fisionomie si uniformano, e il risultato del processo è appunto quell’aspetto gradevole che può essere riprodotto su vasta scala, con l’aiuto della fotografia. È una selezione naturale che ha luogo sotto la pressione dei rapporti sociali e viene necessariamente appoggiata dall’economia, che suscita bisogni consumistici corrispondenti (ivi, p. 43).

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Il tratto più originale del testo di Kracauer sta probabilmente nel suo interesse per i lavoratori al di fuori del lavoro. L’autore segue gli impiegati nei circoli sportivi e nei bar, dove l’habitus impiegatizio diventa persino più visibile che dietro a una scrivania. Il ritratto che ne scaturisce è impietoso: l’azienda moderna offre un lavoro privo di gioia, costruisce una struttura organizzativa dove un reparto non sa cosa fa quello a fianco e la gerarchia governa tutti i processi lavorativi. È per questo, come rileva un sindacalista, che «bisogna portare alla gente dei contenuti dall’esterno» (ivi, p. 172), principalmente nella forma delle attività sportive e ricreative.

L’azienda crea un senso di comunità con attività extra-aziendali, in realtà funzionali a distrarre gli impiegati dalla vacuità della propria occupazione, nonché dall’interesse sindacale. Detto altrimenti: viene edificata una comunità non autentica, ma surrogata, che produce al circolo sportivo e nelle feste mondane le relazioni che è impossibile coltivare sul posto di lavoro. Kracauer lo spiega senza giri di parole: «Le associazioni sportive assomigliano a pattuglie avanzate che hanno il compito di assoggettare una zona non ancora occupata – le anime degli impiegati. In effetti esse vi svolgono spesso un lavoro radicale di colonizzazione» (ivi, p. 124).

Kracauer vede in questi impiegati, amministrati dalle stesse aziende che dovrebbero amministrare, individui ignari del loro declassamento sociale: illusi di far parte dei ceti medi, somigliano sempre di più al proletariato, non avendo altro da offrire che la loro forza-lavoro. Una differenza rispetto agli operai, tuttavia, c’è, e non banale. Riguarda l’autoconsapevolezza:

La massa degli impiegati si distingue dal proletariato perché è spiritualmente senza tetto. Per il momento non sa trovare la strada che lo porti tra i compagni, e la casa dei concetti e sentimenti borghesi che aveva abitato finora è crollata, poiché lo sviluppo economico l’ha privata delle sue fondamenta. Al presente vive senza una dottrina su cui poter alzare gli occhi, senza uno scopo da poter interrogare. Vive dunque nella paura di alzare gli occhi e di interrogarsi fino in fondo (ivi, p. 144).

Sintomi di questa incoscienza di classe sono l’ossessione piccolo-borghese per le apparenze “brillanti” e l’ostentazione dei “bisogni culturali”. Kracauer sfoglia le inserzioni nelle riviste degli impiegati, e vi trova «penne; matite Kohinoor; emorroidi; caduta dei capelli; letti; suole di gomma; denti bianchi; prodotti per ringiovanire; vendita di caffè presso persone conosciute; grammofoni; […] pianoforti di qualità dietro pagamento settimanale» (ivi, p. 145). Stimolate da queste enciclopedie del desiderio, stipate di indizi sul conformismo dei consumi, la massa impiegatizia vive alla ricerca del «divertimento grandioso» (ivi, p. 150).

Riusciamo qui sentire, di nuovo, la voce fuoricampo del narratore che chiede: quale moto di ribellione può venire da un ceto impiegatizio ridotto a prodotto, distratto dallo spettacolo della merce e spoliticizzato? Ma il film necessita di un’ultima scena, in bianco e nero. La possiamo immaginare improvvisamente felliniana, nostalgica e onirica insieme, come a stagliarsi contro i contorni netti del documentario tedesco di cui siamo stati spettatori finora. Un gruppo festante di impiegati si è lasciato alle spalle il vuoto dei propri impieghi. Li vediamo in un luna park: girano su una giostra, come per tornare alla loro fanciullezza di borghesi benestanti. Ma non li sentiamo: le loro voci sono poco più che risate indistinte, mai sguaiate, “moralmente rosa”. La gita è organizzata dal capo-reparto. Solo un sindacalista si tiene in disparte, bevendo birra, e il fumo della sua sigaretta si dissolve un’ultima veduta aerea della città: questa volta Berlino è prossima al tramonto, ma indossa gli abiti della festa. Inizia la primavera, nel ciclo delle stagioni immutabile come le esistenze uniformi degli impiegati.

Mentre lasciamo la sala durante i titoli di coda, ci sfiora un dubbio. Che Kracauer, parlando degli impiegati di un secolo fa, stia forse anticipando la condizione odierna delle professioni intellettuali, soffocate da mansioni burocratiche e ridotte a funzioni impiegatizie?

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Riferimenti bibliografici
W. Benjamin, S. Kracauer, Gli impiegati, in Id., Opere complete. Scritti 1930-1931, vol. IV, Einaudi, Torino 2002.
E. Bloch, Centro artificiale. A proposito degli Impiegati di Kracauer, in Id., Eredità del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano 1992.

*I numeri di pagina indicati nel testo si riferiscono alla versione e-book dell’opera.

Siegfried Kracauer, Gli impiegati, Meltemi, Sesto San Giovanni 2020.

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