Anche solo dopo un rapido sguardo dato alla grande quantità di articoli pubblicati in questi giorni a seguito della recente scomparsa di Gino Paoli, si nota con chiarezza che il ritratto che ne emerge è quello di un artista rivoluzionario, capace di muoversi abilmente fuori dagli schemi e di ridefinire i termini di quell’invenzione a noi ormai così cara: la canzone italiana. Certo, che l’eredità musicale e culturale di Paoli sia enorme non sorprende. Morto a 91 anni, sessant’anni di carriera alle spalle, Paoli lascia una discografia vastissima attraverso la quale è possibile immergersi negli interessanti meandri della storia della popular music italiana: dalla nascita, negli anni Sessanta, dei cantautori come nuovi e autentici “geni” musicali, fino al loro progressivo consolidamento nell’immaginario collettivo, sia per le vecchie sia per le nuove generazioni. Appassionato di jazz e di pittura, Paoli debutta nel 1959 con La tua mano/Chiudi, un 45 giri che incide insieme al gruppo I Cavalieri, gli stessi che collaborano con Luigi Tenco e Giorgio Gaber.
Seppur ancora semi-sconosciuto al grande pubblico, Paoli riesce comunque a farsi notare dal pubblico e dai giornali per un suo modo di fare che appare piuttosto nuovo per il panorama musicale dell’epoca. Proprio tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, in Italia si afferma la figura dei cosiddetti “cantanti-autori” (tra cui Umberto Bindi, Giorgio Gaber, Gianni Meccia, Fabrizio De André), protagonisti di un vero e proprio passaggio storico per la musica leggera italiana: introducono una sensibilità musicale e culturale nuova, che strizza l’occhio alla tradizione dei cugini francesi e di certo non nasconde una forte fascinazione per le potenzialità espressive del testo, che per la prima volta viene scritto e interpretato dagli stessi artisti. Paoli non solo si inserisce pienamente in questo nuovo fermento collettivo, ma si distingue presto anche come una delle sue figure più significative e contribuisce, in modo decisivo, a definirne e ridefinirne i tratti distintivi. Genovese d’adozione, si forma nell’ambiente di quella che verrà in seguito definita “la scuola genovese”: giovani bohémien, intellettuali sofisticati e al tempo stesso scanzonati, anticonformisti, eccentrici, imperfetti, moderni, con lo sguardo sempre rivolto verso altre tradizioni musicali, dalla classica al jazz.
Di intoppi e di riprese ce ne sono stati, nella carriera di Paoli: un incidente quasi mortale, una pallottola nel petto, storie d’amore intense e tormentate (quella con Ornella Vanoni la più significativa, anche sul piano artistico) e, ancora, ripetute e profonde crisi esistenziali e professionali. Una carriera densa di episodi che scandalizzano e che fanno discutere molti, contribuendo a costruire l’immagine di Paoli come una sorta di rock star all’italiana, quantomeno nel carattere difficile e nell’atteggiamento poco convenzionale. Ma prima ancora di tutto questo, c’è Il cielo in una stanza (1960) che viene inizialmente respinta da molti, aspramente criticata dal produttore Alfredo Rossi, che arriva a non reputarla nemmeno una canzone. Eppure, come spesso accade nell’industria musicale, saranno proprio quelle caratteristiche da non-canzone, così duramente stroncate, a rivelarsi, di lì a poco, la chiave del suo clamoroso successo. La forza del brano è rintracciabile proprio nella sua mancanza di struttura: non c’è una vera e propria strofa, non c’è il ritornello, le parole si susseguono senza seguire una forma precisa. Lo racconta bene Giulia Cavaliere (2026): un brano sfuggente, che cattura l’impossibile impresa del trattenere le emozioni nell’incontro tra due amanti, la «sfuggevolezza dell’istante».
Nonostante le critiche, il pubblico, oggi ormai transgenerazionale, l’apprezza molto, specialmente nella versione cantata da Mina che dona a quelle parole una dimensione più intima e viva. Il cielo in una stanza è un brano rappresentativo anche rispetto ai testi di Paoli che raccontano le emozioni più segrete e universali, senza scivolare mai nelle frasi e nei richiami già visti e rivisti. L’artista preferisce invece dotarsi spesso di allusioni e di metafore, ma anche di immagini al tempo stesso crude e poetiche, nelle quali si palesa quel desiderio di tormentata autenticità, caratteristica dei cantautori della sua generazione. Qualche anno più tardi, nel 1963, arriva Sapore di sale, un altro solido successo, arrangiato da Ennio Morricone e che vede anche la partecipazione di Gato Barbieri, sassofonista e compositore argentino ancora poco conosciuto all’epoca. Il brano, con il suo immaginario estivo, si inserisce senza troppe difficoltà anche nel breve ma ricco filone balneare di quegli anni (in primis, Tipi da spiaggia di Johnny Dorelli e Legata a un granello di sabbia di Nico Fidenco), la colonna sonora delle nuove vacanze estive dettate dal benessere, e quindi del turismo di massa, del consumo figlio del miracolo economico e dei “tormentoni” stagionali.
Dopo questi primi anni di grandi successi (oltre ai già citati, Senza Fine, 1961, Che cosa c’è, 1964), Paoli, poco più che trentenne, attraversa un momento di profonda crisi che culmina nel tentato suicidio con un colpo di pistola dritto al cuore perché, a detta sua, aveva tutto ma non sentiva più niente. Il gesto inevitabilmente lo allontana dall’industria musicale per qualche tempo, ma Paoli continua comunque a pubblicare e a collaborare per tutti gli anni Settanta e Ottanta. Il grande successo torna negli anni Novanta quando nel 1991 incide Matto come un gatto che contiene Quattro amici, un altro brano destinato a entrare nell’immaginario collettivo per la capacità di raccontare la vita quotidiana, le amicizie, le speranze e le illusioni attraverso lo sguardo nostalgico (e forse meno critico) del tempo. Oggi, a ricordarci l’importanza della sua storia artistica, ci sono anche gli apprezzamenti della cosiddetta “nuova scuola genovese” – da Tedua a Bresh – in cui è perlopiù la musica rap a fare da protagonista. Pur nell’evidente distanza dei linguaggi musicali e dei riferimenti culturali, questa nuova generazione di artisti continua a guardare alla tradizione come a un imprescindibile punto di riferimento. Un legame forse più ereditato che costruito.
Riferimenti bibliografici
J. Tomatis, Storia culturale della canzone italiana, Il Saggiatore, Milano 2019.
G. Cavaliere, «Sassi che il mare ha consumato»: il lascito di Gino Paoli è infinito, 24 Marzo 2026.
Gino Paoli, 23 settembre 1934 – 24 marzo 2026.