Sulla rete, gli smartphone e le IA generative se ne sentono ogni giorno di tutti i colori. Ben venga dunque un contributo organico e chiarificante, autorevole e propositivo come Il Sé digitale (Cortina, 2026) in cui Vittorio Gallese ha raccolto, riorganizzato e sviluppato sotto il titolo di una “ontofenomenologia incarnata” molti anni di riflessioni sui rapporti tra il dispositivo neurale della embodied simulation – il suo personale contributo alla scoperta dei neuroni specchio – e la sfera dell’esperienza estetica da intendersi, in un senso molto ampio, come l’elemento sensibile della formazione del Sé, il più immediatamente esposto agli effetti delle tecnologie. Aggiungiamo subito che quello ontofenomenologico è un approccio che, oltre alle competenze specialistiche dell’autore, si avvale di un’interlocuzione costante con una precisa tradizione filosofica antimetafisica (nell’album di famiglia ci sono le foto di Dewey e di Merleau-Ponty, di Foucault e di Deleuze, di Simondon e di Stiegler) della quale il saggio condivide lo specifico interesse per i poteri, le risorse e la plasticità del corpo umano imputabili principalmente alla sua aisthesis (la parola greca per “sensibilità”).

Declinata in questa dimensione “estesa“, chiarisce Gallese, l’esperienza estetica è «un modo di sentire il mondo prima ancora di rappresentarlo» (2026, p. 86), un modo di interagire con le cose e con gli altri che ne precede ogni rappresentazione cognitiva e conserva, rispetto a quest’ultima, una preziosa autonomia. L’autore ci tiene a sottolineare il carattere pre-riflessivo di questo sentire, la sua irriducibilità a qualsiasi relazione intellettualizzata (ad esempio mediata dal linguaggio). I neuroni specchio sono così importanti, sotto questo profilo, proprio perché l’embodied simulation che essi implementano ne costituisce un’efficace e icastica conferma sperimentale. Il meccanismo è noto: mentre guardo, dalla tribuna o su uno schermo, un servizio di Jannik Sinner io cor-rispondo in modo irriflesso alla sua azione reale simulandola a livello neurale, cioè accendendo e scaricando gli stessi neuroni che sta utilizzando lui. Che questa esperienza sia di carattere pre-riflessivo è indubbio. Che abbia a che fare con la sensibilità, cioè che sia un’esperienza estetica nel senso ampio della parola aisthesis, è altrettanto evidente. Ci si può chiedere, tuttavia – ma su questo punto, che giudico decisivo, tornerò più avanti – se l’aisthesis umana sia tutta riconducibile alla sfera del pre-riflessivo. Ovvero, se il riflessivo coincida per intero con l’ambito dell’intellettuale e del rappresentazionale.

Ho aperto il discorso parlando di “esperienza estetica” ma avrei dovuto parlare, più precisamente, di “condizioni estetiche dell’esperienza”. È innanzitutto grazie all’aisthesis, infatti, che viene originariamente implementato il “sistema cervello-corpo-ambiente”, cioè l’oggetto di una “ontofenomenologia incarnata”. L’aisthesis umana, inoltre, è modellata dalle estensioni tecniche a cui spontaneamente essa si affida e che pertanto orientano in modo altrettanto spontaneo i nostri processi di soggettivazione.

In questa prospettiva, l’ontofenomenologia incarnata può essere pensata come una sorta di ontogenesi relazionale del senso: una matrice plastica e dinamica, costantemente modulata dai contesti tecnici e culturali, mai del tutto riducibile a essi. Si tratta quindi di un’ontologia “debole” e processuale, che non impone un contenuto metafisico, ma descrive le condizioni dinamiche dell’apparire del mondo all’interno di un campo di esperienza incarnata. Ogni “visione del mondo”, ogni sapere, ogni sistema simbolico, ogni mediazione tecnica, si innesta su questa base preriflessiva e affettivamente modulata (ivi, p. 83).

In questo importante passo ai corsivi dell’autore bisognerebbe aggiungerne un altro per dare il giusto risalto alla tesi sulla relativa irriducibilità del corpo alla modulazione tecnica e culturale cui viene sottoposto. Il punto è decisivo perché è proprio grazie a una tale irriducibilità che si apre la possibilità, qualificante per il saggio di Gallese, di una “critica” dell’ontofenomenologia incarnata ai tempi del digitale, cioè di una attiva presa di distanza dal condizionamento che i contesti tecnico-culturali in cui ci ritroviamo immersi esercitano sui comportamenti di noi umani. L’assunzione radicale cui si ispira l’intero saggio, infatti, è che «ogni tecnologia […] non è mai soltanto un mezzo, è un operatore ontologico» o, in modo ancor più esplicito e mirato ai nostri tempi, «il reale per noi non esiste prima dell’esperienza, ma si dà attraverso le condizioni sensoriali e affettive della sua apparizione. E queste condizioni, oggi, sono profondamente mediate da tecnologie, interfacce e ambienti computazionali digitali» (ivi, p. 216).

Se tuttavia il nostro corpo (la nostra “carne”, per dirla con Merleau-Ponty) non conservasse un margine di irriducibilità rispetto alle condizioni della sua emergenza sempre situata e tecnicamente intonata esso sarebbe condannato a coincidere da cima a fondo con la sua “gettatezza” e nessuna comprensione di questo medesimo esser-gettato gli si aprirebbe, nessun autentico pro-getto gli sarebbe accessibile, nessuna conversione della sua “fatticità” in un “esser-ci” appropriativo potrebbe profilarsi al suo orizzonte. Nella fattispecie non gli sarebbe accessibile il progetto di contrastare efficacemente il programma di omologazione antropologica che Gallese coglie nelle intelligenze artificiali generative – nel loro costituirsi, cioè, come un modello normativo per la soggettivazione umana – contrapponendogli una strategia alternativa di “soggettivazione digitale“ su cui il libro si sofferma in modo tematico nei tre capitoli finali.  

Ho usato intenzionalmente un lessico heideggeriano (gettatezza, pro-getto, esser-ci) perché l’importante libro di Gallese richiede di essere discusso a un livello adeguato: non solo come una proposta molto originale e autorevole interna all’ambito delle neuroscienze, ma anche e in primo luogo come un approccio interdisciplinare che interpella in modo diretto la filosofia e l’antropologia. Torniamo dunque alla “condizione estetica dell’esperienza”, che Gallese caratterizza in particolare per il suo carattere im-mediato e radicalmente embodied. Ciò che mi sembra importante chiedersi, a questo proposito, è se restringere i processi di embodiment all’ambito dell’immediato non sia una penalizzante limitazione che l’ontofenomenologia infligge a se stessa.

Detto altrimenti: il concetto innovativo di “carne”, introdotto dall’ultimo Merleau-Ponty, e così spesso evocato nel saggio di Gallese, non tematizza proprio un decisivo elemento di riflessività interno al sensibile? Un’intima “deiscenza”, dice talvolta Merleau-Ponty. O anche: una reversibilità tra senziente e sentito che la “carne” innesca e non porta mai del tutto a compimento perché tra i due – pensiamoli come il vedente e il veduto, come lo sguardo e l’immagine – continua comunque a sussistere una “precessione” reciproca, un “empiètement”, uno sconfinamento dell’uno sull’altro e viceversa? Ho sempre sospettato che questo modo immaginifico di esprimersi nascondesse la riluttanza a usare senza infingimenti la parola grazie a cui il fenomeno qui in gioco fu originariamente compreso: intendo dire la “trascendenza” che si dischiude all’interno del sensibile costituendosi come la sua interminabile “dif-feranza” (Derrida) o come la proliferazione dei suoi “piani di immanenza” (Deleuze). La verità è che il corpo-carne è un corpo ek-statico, sempre fuori di sé (presso le ‘cose’) e fuori-tempo (un essente-stato e, insieme, un aver-da-essere diceva Heidegger), sempre implicato in uno spazio metaoperativo – diceva in modo più sobrio Emilio Garroni. Un corpo capace di trascendere la sua immediatezza dall’interno della sua stessa aisthesis che è, al tempo stesso, un sentire (transitivo), un sentir-si (riflessivo) e un con-sentire (comunitario).

In definitiva: sigillare la carnalità del corpo senziente nella prigione dell’im-mediato rischia di depotenziare il concetto stesso di embodiment, sottraendogli l’opportunità di estendere il suo dispositivo di senso all’ordine dell’astratto e dello ”spirituale”. Le metafore “we live by” – per dirla con il bel titolo di un classico studio di Lakoff e Johnson – non sono solo figure semantiche radicate in un corpo agente e situato, sono anche figure semantiche elicitate da un corpo ek-statico e metaoperativo. Se così non fosse tutti i significati meta-oggettuali, cioè quelli privi di un riscontro riferibile senza mediazioni a un corpo situato e in azione, sarebbero fatalmente “vuoti”, come diceva Kant a proposito dei concetti ai quali non fosse possibile coordinare un’intuizione sensibile, per via diretta e oggettiva, certo, ma anche per via indiretta e analogica. E sono concetti di non poco conto: giustizia, libertà, infinito…

Come ho già segnalato, il saggio di Gallese dedica gli ultimi tre capitoli a una specifica  ricognizione dell’ontofenomenologia nell’epoca del digitale e delle IA generative, quelle con cui dialoghiamo e con le quali empatizziamo. Sono capitoli non solo analitici ma anche programmatici e “politici” nel senso che delineano pratiche di resistenza critica e di ”contromovimento” progettuale rispetto ai rischi di un’omologazione algoritmica dell’aisthesis. L’universo delle immagini tecniche è l’oggetto primario del discorso articolato qui dall’autore, e la sua istruttoria ontofenomenologica si costituisce in un frame teorico molto ben costruito disponibile a implementare articolazioni autonome in un gran numero di campi disciplinari. Mi piacerebbe concludere con l’auspicio che a questo movimento di articolazione prenda parte, senza rimetterne in discussione il paradigma, un confronto diretto con quanto ho suggerito a proposito di una motivata estensione del fenomeno e del concetto dell’embodiment. Si vedrebbe, credo, che una critica delle immagini tecniche ne trarrebbe un incomparabile vantaggio.

PS: In un’appendice del testo Gallese ha trascritto il sorprendente e serrato dialogo che egli ha svolto con ChatGPT-5 sulla questione della “coscienza artificiale”. Non priverò il lettore del piacere di scoprirne i contenuti, ma prevedo che anche lui, come me, ne sarà indotto a rivedere qualche opinione affrettata sulle prestazioni e le competenze delle IA generative.

Vittorio Gallese, Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026.

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