Sputiamo su Hegel e su Cartier-Bresson

di MARCELLO WALTER BRUNO

Fotografia e femminismo nell’Italia degli anni Settanta, a cura di Cristina Casero.

È nato prima il femminismo o prima la fotografia? Prima il femminismo, se lo si fa iniziare con Mary Wollstonecraft (Rivendicazione dei diritti della donna, 1792). Ma l’epoca che va da Harriett Taylor (L’emancipazione delle donne, 1851) a Virginia Woolf (Una stanza tutta per sé, 1929) non solo è ormai caratterizzata dalle immagini tecniche ma presenta anche un primo nucleo importante di fotografe donne: il vecchio Beaumont Newhall cita Julia Margaret Cameron (che nel 1867 ritrae la madre di Virginia Woolf), Lady Clementina Hawarden, Gertrude Käsebier, Imogen Cunningham (che nel 1913 pubblica l’articolo Photography as a profession for women), Hannah Höch (che propriamente fa collage); manuali più recenti aggiungono un’altra serie di nomi, da Tina Modotti (protagonista del recente romanzo di Gérard Roero di Cortanze Io, Tina Modotti) a Lee Miller (protagonista del recente romanzo di Serena Dandini La vasca del Führer).

In effetti, nella prima metà del Novecento la marginalità della donna rispetto al sistema produttivo delle dittature autarchiche (basate sulla visione della donna “angelo del focolare” e “riposo del guerriero”) s’incrocia con la marginalità della fotografia nel sistema dell’arte se non nel sistema dell’informazione; questione particolarmente evidente in Italia, dove – al di là di eccezioni tipo Wanda Wulz – ci vogliono gli anni cinquanta per avere nella pugliese Chiara Samugheo (oggi ottantaseienne) la prima fotografa professionista, in quella Milano in cui il fumettista Guido Crepax inventa nel 1965 il personaggio di Valentina, fotografa di moda.

Sull’onda del Sessantotto, il nuovo femminismo radicale si diffonde dagli Stati Uniti all’Inghilterra alla Francia (gruppo Psy-et-Po: Irigaray, Cixous, Kristeva) all’Italia: nello stesso anno 1970 vengono pubblicati La politica del sesso di Kate Millett, La dialettica tra i sessi di Shulamith Firestone, The Myth of the Vaginal Orgasm di Anne Koedt, L’eunuco femmina di Germaine Greer e Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi. E le fotografe, nel frattempo? Un convegno organizzato l’anno scorso dal MUFOCO (Museo Fotografia Contemporanea) di Cinisello Balsamo, con il supporto scientifico del centro di ricerca FAF (Fotografia Arte Femminismo) di stampo interuniversitario (Parma, Bologna, Catania, Roma Tre), ha ricostruito il contesto italiano di quegli anni, grazie al lavoro di una squadra accademica tutta al femminile: proprio a partire dal pensiero di Carla Lonzi – che, ricordiamolo, nasce come critica d’arte, trovando poi nella pittrice Carla Accardi l’alleata per la fondazione del gruppo Rivolta femminile – Linda Bertelli prova a delineare una estetica femminista della vita quotidiana; mentre Raffaella Perna, analizzando i fotolibri degli anni settanta (principalmente Donne Immagini di Marcella Campagnano e Riprendiamoci la vita di Paola Agosti), nota come in queste opere «il concetto di istante decisivo tipico della teoria fotografica di Cartier-Bresson o la tradizione della fotografia documentaria perdono centralità, perché ritenuti linguaggi ancorati a una visione gerarchica del mezzo fotografico» (Casero 2021, pp. 68-69). Le immagini tecniche sono patriarcali?

Travestiti, Lisetta Carmi, Genova 1965

Se non c’è neppure una “lingua materna” – come dice Adriana Cavarero rilevando che non esiste una lingua della donna ma sempre e solo lingua del padre – com’è possibile che il linguaggio visivo, compreso il linguaggio fotografico oscillante fra stile documentario e pittorialismo, sia una pura neutralità a disposizione di qualunque professionismo o dilettantismo?

Gli anni settanta sono il momento in cui l’appropriazione della fotografia da parte delle donne diventa un’interrogazione radicale sulla relazione che s’instaura tra cosa/chi si trova difronte all’obiettivo e come/chi agisce per la rappresentazione. Lucia Miodini, Laura Iamurri, Lara Conte ed Elena Di Raddo fanno emergere (o riemergere, visto che si tratta di nomi ormai storicizzati) quattro punte dell’iceberg: la fotografa e scrittrice Carla Cerati (1926-2016), diventata famosa nel 1969 con il libro di Franco Basaglia Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin (Einaudi); Cloti Ricciardi (classe 1939) che passa dalla pittura alle installazioni alla grafica (Alfabeta, 1975); Lisetta Carmi, oggi novantasettenne, che va a fotografare i freaks nella stessa Genova di De André (il periodo è quello di Via del Campo, 1967) per poi produrre nel 1972 (l’anno dell’album di Lou Reed Transformer, tanto per storicizzare) il libro-scandalo I travestiti (con un apporto dello psicanalista Elvio Fachinelli); e l’artista Ketty La Rocca (1938-1976) che passa dalla poesia visiva alla videoarte alla scrittura a mano su fotografie di mani (in largo anticipo sugli interventi calligrafici di Shirin Neshat) alle “craniologie” (1973). L’elenco non è esaustivo, e dunque non si può far altro che rimandare alla registrazione video integrale disponibile sul sito www.mufoco.org/convegno-fotografia-e-femminismo.

Visti dalla sponda dell’oltremoderno, i settanta appaiono come il decennio lungo aperto dal suicidio di Diane Arbus e chiuso dal suicidio di Francesca Woodman (che operò a Roma nel 77/78). Da allora, il femminismo è cambiato: nel passaggio dai women’s studies ai gender studies alla queer theory (espressione coniata nel 1990 da Teresa de Lauretis) le etichette identitarie si trasformano da sostantivi riconoscibili a sigle ibride tipo LGBTQ+ (non inganni un titolo come Dads di Bart Heynen: il fotografo belga, marito americano e due figli, è andato a cercarsi altre famiglie omogenitoriali). Finita l’epoca del bianco e nero, le immagini tecniche sono arcobaleno? Certo, la fotografia è cambiata: il photoshop di Moira Ricci, che permette all’artista di inserirsi come una sorta di Zelig all’interno delle foto vintage (analogiche) appartenute alla madre, ci immette in un mondo digitale che moltiplica all’infinito le tendenze esibizionistiche di artiste come Nan Goldin o Cindy Sherman. Il continente sommerso è ancora da mappare: se per farlo occorre quello che Federica Muzzarelli chiama “uno sguardo queer”, speriamo che agli studiosi maschi (veterosessuali?) non resti solo l’onore e l’onere della recensione.

Riferimenti bibliografici
AA.VV., L’altro sguardo. Fotografe italiane 1965-2015, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2016.

N. Hudgins, The Gender of Photography, Taylor & Francis Ltd, Oxfordshire 2020.
E. Rasy, Le indiscrete. Storie di cinque donne che hanno cambiato l’immagine del mondo, Mondadori, Milano 2021.

Cristina Casero, a cura di, Fotografia e femminismo nell’Italia degli anni Settanta. Rispecchiamento, indagine critica e testimonianza, Postmedia Books, Milano 2021.

*Le immagini presenti nell’articolo e in copertina sono foto della serie I travestiti di Lisetta Carmi.

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Un commento

  1. Per mia erudizione

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