L’immagine corporea che svaniva lungo i corridoi di cielo televisivo
William Gibson
Il film We Are Making a Film About Mark Fisher transita per festival, cineclub e spazi indipendenti, seguendo una circolazione fatta di apparizioni puntuali più che di normale distribuzione. Tale costellazione di eventi sembra già rifletterne il suo metodo. Infatti, il progetto del film appare fedelissimo al proprio oggetto, perché sceglie di diffondersi come un piccolo evento che riaffiora in luoghi diversi e ogni volta ricrea il proprio pubblico ed è da questo ricreato. And Now That You Are Watching, So Are You…
Il progetto prende avvio da un autore, Mark Fisher appunto ma arriva molto più lontano, perché tocca il modo in cui certi pensieri continuano a circolare quando la loro origine si è ritirata e ha lasciato dietro di sé tracce, segnali intermittenti. Il progetto del collettivo Close and Remote, guidato da Sophie Mellor e Simon Poulter, incontra Fisher in questa persistenza. Più che una figura da ricordare o celebrare, Fisher appare come una presenza ancora attiva, capace di leggere il nostro tempo dentro le sue vibrazioni più diffuse, dentro le sue ricorrenze, dentro i suoi pattern. Era, prima di tutto, un ascoltatore di pattern Mark Fisher. Sapeva riconoscere nelle pieghe della musica, dei Media, della teoria e della cultura pop le ricorrenze profonde di un’epoca. Sapeva trasformare un’atmosfera in un concetto.
È anche per questo che Fisher si interessa di capitalismo, descrivendolo come ambiente affettivo, come pressione che organizza aspettative, percezione, linguaggio e ritmi della vita quotidiana. Nel film il Realismo Capitalista (2009), il concetto più noto di Fisher, è definito come una struttura del sentimento: riguarda certo un assetto economico e politico, ma riguarda soprattutto un fantasma collettivo, una forma di Grande Altro diffuso, una credenza che si impone come una sorta di evidenza atmosferica. La sua formula è semplice e terribile: il mondo può mutare, accelerare, saturarsi, e tuttavia l’assunto resta lo stesso, quello per cui l’alternativa esce dal campo del pensabile. “There is no alternative” per riprendere una formula iconica di Margaret Thatcher. Il capitale occupa il possibile prima ancora del Reale.
Così il film in un certo senso mette in scena un mondo infestato da assenze: futuri mancati, promesse evaporate, desideri rimasti sospesi. In Fisher l’hauntologia riguarda la pressione esercitata sul presente da ciò che avrebbe potuto accadere e continua a farsi sentire in quanto perduto. Il film raccoglie questa eredità e la porta dentro un paesaggio storico in cui la nostalgia rischia di diventare tecnica di governo del desiderio, il revival una modalità di produzione culturale, il loop una forma del tempo sociale.
A nostro avviso però da questo punto di vista emerge anche un altro aspetto di Fisher, forse il più radicale: quello del materialismo gotico. Si tratta di uno dei suoi primi lavori da poco edito per i tipi di Einaudi. Fisher chiamava flatline gotica un piano sul quale animato e inanimato smettono di disporsi in modo stabile: una linea d’immanenza su cui essere dotati di agentività non coincide con l’essere vivi, e in cui la domanda decisiva cambia forma. Conta meno chiedersi se le macchine siano vive; conta di più interrogare l’idea di vita che resta disponibile quando uomini e macchine condividono lo stesso campo di operazioni, di feedback, di automatismi, di codici.
Il gotico diventa un metodo di lettura del presente. E così il perturbante, riletto attraverso Freud, acquista una piega diversa. Al centro si trova la dispersione per cui il confine tra soggetto e oggetto entra in vibrazione. Il perturbante riguarda ciò che doveva restare inerte e invece agisce, ma riguarda anche ciò che crediamo intimo ma scopriamo già attraversato da forze impersonali. In questo senso il film tocca un nervo decisivo del presente: la sensazione che la soggettività abbia perso i suoi bordi classici e venga prodotta, modulata ed eccitata da infrastrutture tecniche che attraversano il corpo.
La narrativa cyberpunk aveva cartografato tutto questo. E Fisher lo sapeva bene. Il suo materialismo gotico sembra a tratti una teoria capace di leggere insieme Gibson, Cronenberg, Freud, Ballard, Deleuze e Guattari. Conta il codice più dell’interiorità, l’assemblaggio più dell’individuo, il feedback più della volontà. La macchina cibernetica corregge la propria condotta sulla base delle informazioni che riceve, e questo modello finisce per diventare la forma stessa del capitalismo contemporaneo: un sistema che integra la partecipazione, metabolizza la critica, usa la resistenza come dato e regola la propria espansione tramite comunicazione continua. Il controllo coincide allora con l’immanenza del sistema ai propri effetti.
Anche per questo la fiction, secondo Fisher, partecipa al Reale. Lo fa come il virtuale per Deleuze: come campo di forze, di tendenze, di possibilità efficaci. La finzione produce realtà. We Are Making a Film About Mark Fisher… And So Are You. In questo senso il concetto di iperstizione conserva tutta la sua utilità. Una narrazione circola, si addensa, genera attesa, organizza desiderio, attira comportamenti, materializza il proprio effetto. Oggi questo meccanismo si lascia leggere attraverso una parola spesso usata nei social: hype. L’hype è una forma integrata di iperstizione. Fa salire la temperatura, mobilita attenzione, produce valore attraverso un’anticipazione condivisa. Ogni feed vive di questa economia anticipatoria. Ogni piattaforma trasforma e uccide il futuro in una tecnica di eccitazione.
Per questo il fatto che We Are Making a Film About Mark Fisher sia nato su Instagram conta molto più di un dettaglio produttivo. Instagram appare insieme come archivio, palcoscenico, dispositivo di ricerca e spazio hauntologico. Cattura, formatta, misura, ma rende anche visibile una domanda bruciante: come costruire ancora legami, immaginazione, agency, dentro ambienti progettati per la saturazione dell’attenzione? Fisher resta decisivo proprio perché ha capito che il capitalismo si era già spostato nell’atmosfera, nelle metriche, nelle percezioni di sé, nella vita sullo schermo. Il film prende atto di questo passaggio e prova a restituire al pensiero una presa sensibile sul presente.
Da qui viene anche la sua malinconia particolare, una malinconia elettrica, attraversata da una gioia scabra. Il lutto per Fisher coincide con il lutto per una certa possibilità storica, per una certa energia del collettivo. La voce narrante si chiede: cosa succederebbe se ci dessimo un appuntamento e se venissero tutti? Il film usa però questa perdita come leva. Il suo gesto più riuscito consiste forse nell’usare Fisher per tornare a sentire il presente e incrinarlo.
Ma a questo punto emerge una questione ulteriore, forse ancora la più radicale. Se la finzione produce effetti di realtà, se partecipa alla consistenza del mondo, se agisce come forza materiale dentro i dispositivi, gli affetti, i corpi e le aspettative, allora anche il concetto stesso di Reale entra in torsione. Per lungo tempo abbiamo pensato il Reale come ciò che resta fuori dalla rappresentazione, come un esterno compatto rispetto alle immagini, ai racconti, ai segni. Oggi questo schema ci sembra perdere consistenza. Infatti, quando la rappresentazione cessa di funzionare come specchio regolato dalla somiglianza e diventa essa stessa una pratica materiale, una componente attiva degli assemblaggi, anche il Reale perde il profilo di un fuori stabile e garantito in anticipo. La questione, allora, riguarda il modo in cui finzioni, codici, immagini, narrazioni e piattaforme partecipano alla produzione stessa di ciò che chiamiamo Reale.
Il discorso si fa più cupo. Se il regime della rappresentazione si dissolve, vacilla anche l’idea di un Reale custodito al di là delle sue immagini. Affiora un sospetto più inquietante: il problema del presente riguarda l’erosione stessa di quel fuori a cui abbiamo dato il nome di Reale. Fisher registra un mondo in cui il fuori si assottiglia, si ritrae, perde consistenza, mentre codici, piattaforme, atmosfere e circuiti affettivi saturano interamente il campo dell’esperienza. In questo scenario è ancora legittimo parlare di Reale, quando ogni esperienza appare già presa dentro dispositivi che la producono, la orientano, la eccitano, la misurano?
We Are Making a Film About Mark Fisher. Regia: Simon Poulter; sceneggiatura: Simon Poulter; fotografia: Peter Berglund, Roland Denning; montaggio: Sophie Mellor; musiche: Esther Glavany, Farmer Glitch; interpreti: Justin P. Hopper; produzione: Close and Remote; origine: Gran Bretagna; durata: 65′; anno: 2025.