Sanremo in quattro punti

di DANIELA CARDINI

L’ultima edizione del Festival di Sanremo.  

IL FESTIVAL DELLE SCUSE

La responsabilità dei tanti errori di questo Festival è stata attribuita, sui giornali e nelle conferenze stampa, al momento difficile, alla pandemia, alle restrizioni e ai controlli, alla mancanza di pubblico in sala. È una coperta troppo corta: si sarebbe potuto ovviare a ciascuno di questi problemi con più idee di scrittura, più racconto, più attenzione in regia, più coordinamento sul palco. I due conduttori, bravi e navigati, avevano tutte le carte in regola per far fronte all’assenza del pubblico in sala: entrambi vengono dalla radio e hanno talmente tanti anni di esperienza da non doversi certo spaventare di fronte a una platea vuota. Certo, se invece delle sedie rosse si fossero fatte scelte più creative per ampliare finalmente il palco piccolissimo dell’Ariston, spostare l’orchestra, dare più spazio ai cantanti, questa tanto sbandierata assenza si sarebbe trasformata in opportunità. Invece è stato comodo riempire di scuse quelle sedie vuote.

IL FESTIVAL DEGLI ERRORI

Cominciamo dalla regia. O meglio, dall’assenza di regia. Sembrerà una critica pretestuosa, da addetti ai lavori con la puzza sotto il naso; si dirà che il pubblico a casa neppure la nota, la regia. Beh, non è vero. Anzi, sarebbe un bene se anche gli addetti ai lavori cominciassero a studiare un po’ di più questo aspetto fondamentale in uno spettacolo televisivo live. Perché non è vero che il pubblico non capisce gli elementi troppo tecnici: magari non saprà spiegare cos’è una steadycam, ma dopo aver macinato tonnellate di ore di tv nella sua vita, uno spettatore del 2021 sa benissimo se uno spettacolo è brutto da vedere. Ed è il caso di questo Sanremo. Regia sciatta, per usare un eufemismo, senza un’idea, una proposta, un progetto. Sembrava che i cantanti non avessero mai fatto una prova. Magari è così, chi lo sa. Ma non sarebbe comunque una scusante, per uno spettacolo del calibro del Festival di Sanremo.

L’evidente mancanza di coordinamento tra quanto accadeva sul palco e quanto veniva proposto sullo schermo dalla regia ha portato a errori imbarazzanti e a perdite irrecuperabili. Personalmente non perdonerò al regista di non aver indugiato sullo sguardo di riconoscenza della meravigliosa Ornella Vanoni a Francesco Gabbani che le aveva coperto uno sbaglio vocale; di aver trasformato l’esibizione complessa dello Stato Sociale in un caos incomprensibile; di aver sporcato con controcampi sbagliati gli emozionanti sguardi innamorati dei Coma_Cose; di aver proposto ancora, nel 2021, quella banalissima regia-rock-finto giovane che ha mortificato con sobbalzi inconsulti di camera ogni esibizione dei Maneskin… e mi fermo. Anzi no, non mi fermo: ce n’è anche per la scenografia, vedi sotto.

IL FESTIVAL DELL’HORROR VACUI

La paura del vuoto in platea è stata esorcizzata dalla frenesia di aggiungere, aggiungere, aggiungere. La scenografia: troppa grafica, troppe luci, troppi colori quasi sempre in sovrapposizione con gli outfit dei personaggi (Abito rosso? Luci rosse! Abito blu? Luci blu! E noi a casa vedevamo solo teste). Cinque serate così, e alla fine dal divano ti alzi nauseato, confuso e infelice. E non ti resta granché in testa delle ventisei canzoni. Troppe, anche quelle. Almeno quattro o cinque si potevano evitare. Oppure, se proprio si volevano tenere, dovevano essere valorizzate meglio (vedi alla voce regia), creando un racconto ad hoc per ciascuna. È stato fatto in altre edizioni, si poteva fare benissimo anche in questa. Invece, cinque giorni di marmellata di suoni e immagini. Poi, per riempire il vuoto di idee è arrivata una valanga di stereotipi.

IL FESTIVAL DEGLI STEREOTIPI

Per ovviare alla mancanza di un racconto, sia nella messa in scena delle singole canzoni, sia nella scrittura complessiva del programma, sul palco si sono avvicendate frotte di ospiti. In mezzo alle troppe gag, spesso – diciamolo  vecchissime tra Fiorello in versione Villaggio Valtur e Amadeus in versione spalla comica ridanciana, tra i siparietti autoironici di Ibrahimovic  alla fin fine persino più divertenti del prevedibile , abbiamo assistito ad alcune perle che resteranno nella storia del Festival, come le esibizioni stellari di Loredana Bertè e Ornella Vanoni, capaci di mangiarsi il palco già alla seconda nota con una classe inarrivabile. O il perfetto duetto Damiano-Manuel Agnelli su “Amandoti” dei CCCP, per me la cosa più bella delle cinque serate: grinta, carisma, sensualità, scontro-incontro generazionale, profetico passaggio di consegne, gioco di specchi, nessuna sbavatura. Una meraviglia.

Ma, ahimé, anche quest’anno, nel 2021, il tappabuchi più prevedibile per “fare spettacolo” è arrivato implacabile: la spinosa questione del gender. Il monologo anni cinquanta di Barbara Palombelli: inaccettabile. La presenza silenziosa della modella Vittoria Ceretti: inutile e banale. La questione dei mazzi di fiori “finalmente” consegnati dalle donne agli uomini, come se si stesse scrivendo un passaggio epocale della storia: imbarazzante. Tutta la discussione sull’uso più corretto di “direttore-direttrice d’orchestra”: mah.

Per fortuna, ad arginare questo mare di banalità in cui è naufragata la componente televisiva del Festival, è arrivata la scialuppa di salvataggio delle esibizioni musicali. Che, non dimentichiamolo, dovrebbero costituire parte sostanziale del Festival, non un riempitivo… I cantanti hanno proposto scelte estetiche coraggiose: make-up, paillettes, lustrini, accessori, usati senza imbarazzi e con creatività, anche al netto dei “quadri” di Achille Lauro. Gli outfit delle cantanti invece, sono sembrati meno a fuoco, un po’ polverosi, oscillanti fra gli eccessi da  costume di scena e la banalità del vestito buono per il veglione di capodanno.

Ma per fortuna c’erano i giovani. Anzi, i giovanissimi. Madame, abito da sposo con velo da sposa, niente trucco e piedi scalzi: un’immagine forte, autentica e disturbante. E soprattutto i Maneskin, vincitori indiscutibili di questo Festival degli ossimori, della paura e delle occasioni perse: nella performance della serata finale sono vestiti tutti uguali ma ciascuno è se stesso. La ventenne Victoria, donna-uomo dal volto pulito, piena di energia e di grinta, suona il basso con autorevolezza consumata e dice “porca puttana” quando le consegnano il premio. Damiano, uomo-donna dal make-up perfetto, sensuale e graffiante, aggressivo e delicato, si lascia andare all’emozione nel momento della proclamazione. Lei ride e corre qua e là per il palco, lui cade in ginocchio e scoppia in un pianto dirotto. Non c’è differenza, non c’è contrasto, non ci sono barriere. Solo felicità, bravura, coraggio e tanto futuro. Grazie della lezione, ragazzi. Ricominciamo da voi.

Riferimenti bibliografici

E. Anselmi, Il Festival di Sanremo. Settant’anni di storie, canzoni, cantanti e serate, De Agostini, Milano 2020.
S. Facci, P. Soddu, Il Festival di Sanremo. Parole e suoni raccontano la nazione, Carocci, Roma 2011.
E. Tabasso, M. Bracci, Da Modugno a X Factor. Musica e società italiana dal dopoguerra ad oggi, Carocci, Roma 2010.
J. Tomatis, Storia culturale della canzone italiana, Il Saggiatore, Milano 2019.
J. Vignola, 70 Sanremo. Storia fotografica del festival della canzone italiana, Rai Edizioni, Roma 2020.

Festival di Sanremo, 2 marzo-6 marzo 2021.

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