Estrinseco non vuol dire esterno, ma che esce da sé. I pensieri di Felice Cimatti, invece di restare chiusi nella forma linguistica o teorica, si mettono in moto, cercano un altro corpo, un’altra superficie. Non è l’interiorità che si svela: è il pensiero che eccede la sua sede abituale, prende materia. Non è l’opera a illustrare un’idea, è l’idea che si fa opera. Per questo, più che di teoria visualizzata, si tratta qui di pensiero estrinsecato: pensiero che si manifesta altrove, fuori da sé.

Non si tratta di opporre il corpo al linguaggio, come se da una parte vi fosse la parola e dall’altra il gesto, il segno, la materia. In ciò che fa Felice con le mani, con il tratto ripetuto che diventa segno, con le composizioni dove l’animale è protagonista, c’è qualcosa di più essenziale: dislocare il pensiero fuori dal suo luogo consueto. Non è un’opera che illustra un pensiero: è un pensiero che si muove, si deforma, cerca un altro supporto, un’altra superficie. In questo senso, il titolo di una delle sue opere più recenti, La vita estrinseca (2022), potrebbe estendersi anche al suo stesso gesto artistico.

Con questa mostra, però, accade qualcosa di ulteriore. Per la prima volta, ciò che nasceva come pratica privata diventa scena pubblica. E non è solo l’opera a esporsi: è il corpo stesso dell’autore che si mostra tra le sue opere. Le forme che vediamo – stormi in volo, insetti, scatole abitate – non sono illustrative. Non dicono nulla oltre quello che stanno già facendo. Eppure non sono semplicemente “naturali”. Sono innaturali nella misura in cui mostrano la vita quando esce dalla sua definizione abituale. Uno stormo – così come una colonia di insetti – è una forma che non passa dalla coscienza. Ma che cosa significa pensare senza coscienza? Come si può accogliere una forma di vita che non nasce da un atto cosciente se non lasciandosi toccare da essa?

Ecco allora che lo stormo, le blatte, le scatole, non si lasciano pensare. Spingono il nostro pensiero fuori dal nostro linguaggio. E questo è il tratto più radicale dell’opera di Felice Cimatti: non chiede di essere capita, chiede di essere attraversata. La composizione degli stormi, il groviglio delle blatte, il movimento degli animali sempre diversi nelle scatole non hanno un centro né una finalità. Non sono messaggi da decifrare, ma scene da attraversare. Questi sono fogli che non erano visibili finché stavano chiusi in un album. Ma ora, attaccati alle pareti, si dispiegano in tutte le direzioni. Diventano una migrazione.

Le scatole non contengono presenze immobili, né resti enigmatici. Accolgono insiemi di animali in movimento, che si muovono insieme verso una meta sconosciuta. È questo stare insieme che conta. E Felice non organizza né governa il loro moto. Lo lascia accadere. In questo accadere c’è qualcosa che interroga. Non c’è intenzione, non c’è comando. Non c’è proiezione di un ordine. C’è un accadere. Ed è proprio questo che produce senso: senza volerlo. Lo sguardo di Felice non è mai antropomorfico, non è mai proiettivo. Non vuole rappresentare l’umano nell’animale. Piuttosto, si lascia toccare da ciò che dell’animale eccede ogni umanizzazione.

Mostra come un gruppo di animali non-umani attraversa lo spazio guidato da una forza che non è puro istinto, e che non possiamo conoscere, ma che possiamo sentire solo nel punto in cui smettiamo di volerla possedere. Privati dei colori, dei segni, dei pelami, gli animali tutti dipinti di bianco diventano pura forma in movimento, materia che si aggrega, si ricompone. Eppure, non sono anonimi: qualcosa in ognuno di loro resiste. Forse è proprio in questa sottrazione che appare l’umano: non come presenza, ma come domanda – su cosa significa essere viventi, essere insieme, essere e basta. Felice non rappresenta l’animale: lo espone. Non lo interpreta, ma lo disloca. E così facendo, ci restituisce uno sguardo che non sa più se guarda fuori o dentro: verso un’alterità irriducibile, o verso un punto cieco del nostro stesso essere.

Tra le opere esposte nella mostra di Felice ce n’è una che colpisce in modo particolare. È una mappa che, come tutte le altre esposte, rappresenta l’Italia. Ma nell’angolo in basso a destra, qualcosa rompe la neutralità cartografica: un nuvolo di blatte entra o esce. Non si capisce se stanno invadendo il territorio o se ne stanno fuggendo. Se sono un attacco, una fuoriuscita, o una produzione interna. Le blatte non sono animali nobili. Non godono di nessuna proiezione simbolica positiva. Eppure qui, nella loro irriducibilità al bello, nell’ostinazione opaca del loro movimento, appaiono come un punto cieco della mappa. Come se l’Italia non potesse più essere pensata senza quel nucleo perturbante che la attraversa.

Ma sono, paradossalmente, molto domestiche. Le troviamo nei lavandini, nelle cucine, nei bagni delle nostre case, negli spazi più vicini, più quotidiani. La loro comparsa non in un angolo buio, ma in bella evidenza, nell’atto di invadere il territorio della mappa o forse di abbandonarlo, è perturbante perché si trovano dove non vorremmo che fossero. Qui l’animale è una presenza che disturba, che non si lascia solo osservare. L’occhio la riconosce, lo sguardo la rigetta. È una crepa nel discorso di Felice sulla vita, una presenza che interferisce con la continuità del vivente. Non è allegoria né denuncia, ma un’interferenza: come un’intrusione che fa scricchiolare la scena della rappresentazione. Infatti, le opere di Felice sono una fenditura, una soglia. Dove il pensiero dismette la sua forma abituale, e lascia accadere qualcos’altro.

Riferimenti bibliografici
F. Cimatti, Filosofia dell’animalità, Laterza, Roma-Bari 2013.
Id., La vita estrinseca, Orthotes, Napoli 2018.
Id., La mente silenziosa, Editori riuniti, Roma 2002.

Felice Cimatti. Studi, a cura di Carla Subrizi, 16 giugno 2025 – 25 luglio 2025, Fondazione Baruchello, Roma.

Share