Un altro libro sulla sostenibilità? “Santiddio”, potrebbe dire un lettore non esperto, un altro libro su un tema e un termine ormai desueto, palloso, slabbrato da definizioni contraddittorie, vaghe, ideologiche, una roba paternalistica e soprattutto sempre più impopolare; la gente se ne sbatte. Ebbene sì, un altro libro, e menomale! Menomale perché questo libro – La sostenibilità nell’audiovisivo. Teorie, politiche, pratiche di Federica D’Urso (Bulzoni 2025) – colma una lacuna ormai evidente negli studi di cinema e media nel panorama italiano (e il concetto di sostenibilità ritorna come un sibilo per alcuni fastidioso a ogni piccola o grande catastrofe naturale, alimentare, umanitaria).

Federica D’Urso riesce a coniugare in questo libro sia competenze accademiche, sia conoscenze specialistiche accumulate in numerosi anni di attività professionale nell’ambito dell’industria audiovisiva italiana. La finalità del libro è quella di «analizzare lo stato dell’arte in cui si trova l’industria audiovisiva in merito alla sua capacità di reagire alla sfida globale del cambiamento climatico» (ivi, p. 20). L’obiettivo di ricerca viene perseguito attraverso un testo articolato in tre sezioni principali, corrispondenti alle parole chiave del sottotitolo del libro – teorie, politiche e pratiche – ciascuna delle quali comprende più capitoli.

Teorie. Questa parte introduttiva offre una panoramica di come il tema della sostenibilità sia stato affrontato in vari dibattiti accademici (es. Ecomedia, Environmental Humanities), ma anche come lo abbiano articolato dal punto di vista concettuale e discorsivo influenti organizzazioni nazionali e transazionali, tra cui le Nazioni Unite. L’autrice radica quindi tale evoluzione concettuale all’interno dello stesso contesto politico-istituzionale che si è fatto promotore della sostenibilità, e che verrà approfondito nella seconda parte del libro. Questa scelta consente di interpretare tale evoluzione – frammentata e per certi versi contraddittoria – nel concreto contesto istituzionale, industriale e storico-politico. C’è, in questa scelta, coerenza con l’approccio scientifico scelto, quello dei media industry studies (ivi, p. 22), che non hanno certo l’obiettivo di produrre analisi delle industrie culturali con gli strumenti e lo sguardo degli economisti, ma affermano la necessità di conoscere i processi industriali per una più profonda, accurata e critica conoscenza della cultura audiovisiva come peculiare forma ed esperienza simbolica.

Politiche. La seconda parte del libro affronta il tema dello sviluppo di politiche da parte di organizzazioni a livello regionale, nazionale e internazionale/transnazionale. Il sesto capitolo entra nello specifico delle politiche per l’audiovisivo con attenzione ai testi normativi nei quali tali politiche sono state codificate e formalizzate. In generale, il testo mette in luce le complessità e le specificità del processo di regolamentazione dell’audiovisivo. Partendo dalla disamina del Rapporto Brundtland delle Nazioni Unite del 1987 l’analisi arriva fino a politiche nazionali messe a punto in seno al PNRR italiano. L’autrice individua tre problematicità principali: la repentina mutevolezza degli interventi; l’ampiezza degli ambiti da considerare a fronte di una definizione di sostenibilità forse eccessivamente estesa; e la stratificazione di livelli territoriali e amministrativi non sempre coordinati tra loro. A tali difficoltà si potrebbe aggiungere la solita annosa questione della cosiddetta “eccezionalità culturale” che indubbiamente crea nello spettro politico – a ragione – accesi dibattiti e divergenze che non contribuiscono alla semplificazione o alla omogeneizzazione legislativa. Ma la sfida di lungo periodo è ancor più ardua, sostiene l’autrice: «Il percorso verso la sostenibilità assume la dimensione di una rivoluzione prima di tutto culturale, che la politica pubblica può promuovere e cercare di velocizzare, ma che ha bisogno della cooperazione fra tutte le componenti della società, per di più a livello globale» (ivi, p. 114).

Pratiche. L’ultima parte del libro volge lo sguardo all’industria audiovisiva, mostrando come il settore abbia cercato di prevenire o comunque abbia anticipato e parzialmente influenzato le istituzioni pubbliche, perlomeno i governi centrali. Da questo punto di vista, l’industria italiana si è dimostrata attiva e per certi versi avanguardistica, mettendo a punto una serie di iniziative che in alcuni casi sono diventate punti di riferimento internazionali, in particolare rispetto ai protocolli di produzione green (Green Film). Come l’autrice riassumerà nelle conclusioni, i punti di forza di questo modello – che è tuttavia ancora in via di diffusione – rompono la logica del policy-making come processo totalmente centralizzato, sposando invece politiche che arrivano da enti regionali e dall’industria indipendente (tenendo tuttavia centralizzato il sistema di certificazione e di controllo). Nel nono capitolo, il penultimo, l’autrice fornisce una valutazione complessiva della recezione delle politiche da parte dell’industria e dell’articolazione delle pratiche produttive sostenibili, evidenziando come in ultima istanza esse «si inseriscano in scenari più ampi che concernono la politica socioeconomica globale» (ivi, p. 181). Tale constatazione mette in luce come le cosiddette helicopter views proposte dai media industries studies (Havens, Lotz, Tinic 2009, p. 239) – cioè ricerche a metà tra macro e micro-analisi – abbiano, in termini generali, necessariamente bisogno di inserirsi all’interno di resoconti più ampi, quelli offerti per esempio dagli studi di economia politica della comunicazione (es. Winseck 2017) o dalla cosiddetta scuola delle industrie culturali (es. O’Connor, Oakley 2015).

Lo stile del libro è chiaro e accessibile. È quindi un testo di cui si consiglia vivamente la lettura a un pubblico ampio; sia alla comunità accademica, sia a una platea più generalista di lettori e lettrici interessata al cinema e alle sfide della crisi climatica. Questo libro, nei toni e nell’approccio, cerca di evitare ogni tentazione catastrofista e prova a individuare, nella giungla di innumerevoli livelli amministrativi e testi di legge, una via verso un nuovo modo di fare cinema e di considerare il cinema come pratica sociale (Turner 2006), non solo nell’esperienza di fruizione ma anche nelle esperienze e nelle culture di produzione, superando la dicotomia – per certi versi artificiosa – testo/contesto.

Riferimenti bibliografici
D. Winseck, Reconstructing the political economy of communication for the digital media age, in The Political Economy of Communication, 4(2), 73-114, 2017.
K. Oakley, J. O’Connor, The cultural industries in K. Oakley, J. O’Connor, a cura di, The Routledge Companion to the Cultural Industries, Routledge, London 2015.
T. Havens, A. D. Lotz,, S. Tinic, Critical media industry studies: A research approach, in Communication, Culture & Critique, 2(2), 234-253, 2009.
G. Turner, Film as Social Practice, Routledge, London 2006.

Federica D’urso, La sostenibilità nell’audiovisivo. Teorie, politiche, pratiche, Bulzoni, Roma 2025.

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