William Kentridge, nato nel 1955 e cresciuto in una piccola comunità ebraica di Johannesburg, è artista e regista di spettacoli e film di animazione, attivo al Metropolitan Opera di New York come alla Royal Opera House di Londra. Le sue opere sono state esposte a Documenta 10, 11 e 13° a Kassel, in Germania, come alla Biennale di Venezia. La sua produzione artistica è inseparabile dalla storia politica del Sudafrica, dal tema dell’apartheid, delle ingiustizie razziali e dello sfruttamento. Una peculiarità, intrinseca alla sua vocazione etico-politica, è il suo attraversare diversi media (cinema, pittura, teatro): i suoi film d’animazione sono il risultato di un disegnare e di un cancellare/integrare il disegno precedente per imprimerne sopra un altro, il tutto ripreso dalla cinepresa, una tecnica pre-cinematografica.

Rosalind Krauss ha definito questo suo procedimento palinsesto: la studiosa inserisce Kentridge fra quegli artisti capaci di «reinventare» i linguaggi nell’«epoca postmediale», restituendo forme nuove a quanto precedentemente appariva obsoleto. Il suo palinsesto intermediale è anche una meditazione su quello che nelle Sei lezioni definisce «il rapporto del potere con la conoscenza e con la violenza».

Sono per noi ancora vivide le immagini dello spettacolo Refuse the Hour (Roma, Teatro Argentina, 2012) e dell’installazione The Refusal of Time al MAXXI (Roma 2012-13). In entrambi trovavano dimora le sue peculiari forme espressive: il disegno, la pittura, la scultura, il teatro, il cinema d’animazione, le ombre, l’immaginario scientifico, la storia politica. 

Kentridge popola i suoi spettacoli con disegni a inchiostro su diversi fogli che sulla scena si spargono e si ricompongono, insieme a parole scritte, lettere, pagine di libri e di giornali. Il nero, spesso e corposo dell’inchiostro incide la carta con tratti pesanti. Le proiezioni dei suoi disegni su uno schermo-quadro al centro della scena, funzionano da ambiente, definiscono gli spazi e il loro dinamismo, non sono immagini bidimensionali da guardare frontalmente, ma stratificazioni di atmosfere e spazi mentali. La natura cinematografica del suo disegno è letterale: nei suoi Drawings for Projection (1989-2003) usa tanto il disegno a carboncino che la pellicola a 16 mm o 35 mm trasferito, proiettato e rallentato: «Con un gesto rapido del polso traccio un arco su un foglio di carta. Ci vuole un secondo e mezzo. Un secondo e mezzo sono trentasei fotogrammi», così scrive Kentridge nelle Sei lezioni di disegno ricavate dalle Norton Lectures da lui tenute a Harvard nel 2014. Catturare le immagini come fossero farfalle vuol dire fermarle su un supporto, la pellicola, per archiviarle e tramandarle. 

Al Teatro Mercadante di Napoli, nel programma “Battiti per la pace“ di Campania Teatro Festival 25, diretta da Ruggero Cappuccio, con tanti spettatori di diverse generazioni, abbiamo assistito a Faustus in Africa, una collaborazione fra William Kentridge e the Handspring Puppet Company, uno spettacolo che ha debuttato nel 1995, al tempo dei negoziati fra il governo nazionalista del Sudafrica e quello dell’African National Congress guidato da Nelson Mandela. Il tema portante è il peso ancora attuale del colonialismo in Africa, rappresentato attraverso il personaggio di Faustus che parte per un safari, un viaggio in cui dà sfogo alla sua avidità: infatti  Faustus non cerca la redenzione, come nell’originale goethiano, ma il profitto, il possesso, accompagnato nelle sue peripezie da Mefistofele, espressione del patto, ossia della svendita colonialista dell’Africa all’Occidente. 

Lo spettacolo impiega burattini, immagini disegnate a carboncino da Kentridge, restaurate e digitalizzate, sette performer, musica, un testo molto denso del poeta Lesego Rampologeng, popolare in Sud Africa. La scena presenta un interno, un ufficio in legno chiaro, con scaffali, cartelle e un grande orologio che ticchetta e gira, accentuando l’immutabilità del continente e del mondo. I disegni animati di Kentridge intervengono a intervalli accompagnati da un registro sonoro che le amplifica e le ispessisce. Tema esplicito è il colonialismo con il suo repertorio di figure, come il safari, le tecnologie occidentali (la macchina da scrivere, i dischi e il grammofono “La voce del padrone “, le armi). Particolarmente armoniosa la relazione fra burattino e manovratore: Faustus è reso da un burattino, Mefistofele è invece un attore. La storia non ha una struttura narrativa con inizio, culmine e fine, infatti ci si chiede: “Come finisce?”. Certamente non c’è lieto fine, ma una condizione di tristezza e mancanza di speranza, un Glomy Day, una invocazione: “Che Dio aiuti i poveri!”. Il peso dell’Europa sull’Africa, a distanza di 30 anni, constata Kentridge, non è cambiato!

Faustus in Africa! Opera di: William Kentridge e Handspring Puppet Company; regia: William Kentridge; scene: Adrian Kohler; costumi: Hazel Maree, Hiltrud von Seidlitz e Phyllis Midland; composizione musiche: James Phillips e Warrick Sony; sound design: Simon Kohler; cast: Eben Genis, Atandwa Kani, Mongi Mthombeni, Wessel Pretorius, Asanda Rilityana, Buhle Stefane, Jennifer Steyn; produzione: The Baxter Theatre Centre at the University of Cape Town (Cape Town), Centre d’Art Battat (Montreal), Cité Européenne du Théâtre – Domaine d’O – Montpellier / PCM2025 (Montpellier), Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival (Napoli), Grec Festival (Barcellona), Kunstenfestivaldesarts (Bruxelles), Thalia Theater (Amburgo/Weimar), Standard Bank National Arts Festival, The Foundation for the Creative Arts, Sharp Electronics e Mannie Manim Productions; anno: 2025.

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