Davanti a un’esposizione complessa e articolata come la diciottesima Quadriennale d’arte, ospitata al Palazzo delle Esposizioni di Roma, la cosa più semplice è partire dal titolo. Nelle intenzioni dell’ideatore ed ex presidente Luca Beatrice – scomparso improvvisamente lo scorso anno e sostituito da Andrea Lombardinilo alla guida della Fondazione – Fantastica è infatti, sì, un aggettivo, ma è soprattutto un verbo, un imperativo che invita «a riscoprire oggi la potenza del simbolico e la forza dell’immaginazione». “Fantastica”, insomma, è l’arte che aiuta a fantasticare, e cioè a leggere il presente attraverso il lavoro di un’immaginazione in grado di «aprire sguardi laterali sulle cose, filtri di lettura inusitati, vie d’uscita inattese, anche quando ci spiazza, confonde, come in un invito a smarrirci e ritrovarci». O almeno, questa è la prospettiva annunciata in sede di presentazione del progetto espositivo. Ebbene, questa Quadriennale tiene fede a una simile promessa? Si fantastica, effettivamente – qualunque cosa voglia dire, poi, effettivamente, “fantasticare” –, o le ambizioni dichiarate non trovano riscontro nelle opere e nei percorsi (artistici e immaginativi) proposti?

È difficile rispondere a questa domanda. Ed è difficile per molte ragioni, legate innanzitutto alle scelte espositive e curatoriali, e dunque alla struttura stessa dell’esposizione. Fantastica prova a raccontare l’arte in Italia dei primi venticinque anni del XXI secolo attraverso le opere di cinquantaquattro artisti e artiste, chiamati a seguire cinque differenti percorsi ideati da altrettanti curatori e curatrici (Luca Massimo Barbero, Francesco Bonami, Emanuela Mazzonis di Pralafrera, Francesco Stocchi, Alessandra Troncone). È evidente l’importanza attribuita al ruolo dei curatori, che, in un certo senso, sovrastano e oscurano gli artisti. Non è questo, tuttavia, il problema principale. Allestite molto bene dallo studio BRH+ DI Barbara Brondi e Marco Rainò, le cinque sezioni – benché separate e autonome dal punto di vista tematico – si intrecciano all’interno di un percorso espositivo frammentato e non sempre chiarissimo, che prova a valorizzare la propria natura polifonica e che, tuttavia, spiazza e, almeno in parte, confonde il visitatore. Non è facile, insomma, fantasticare senza linee guida o un qualche punto di appoggio in grado di orientare il lavoro dell’immaginazione.   

C’è poi il tema del “presente”, che un’arte “fantastica” dovrebbe aiutare a comprendere e interpretare («Stiamo vivendo un nuovo presente e non capirlo significa rischiare di venirne travolti»: queste le parole di Beatrice riportate nella brochure della mostra), tanto più che molte opere sono state commissionate appositamente per questa esposizione. Per un verso, infatti, di “presente” – del nostro “presente”, lacerato da tensioni sociali e conflitti politici, nazionali e internazionali, che ci schiacciano da tutte le parti – ce n’è ben poco. Fa eccezione, tra i pochi, Luca Bertolo, che nel suo Compianto – una delle opere più belle dell’intera mostra – si confronta con qualcosa di simile a quella che, una volta, veniva chiamata “pittura di storia”: utilizzando un collage di ritagli, Bertolo costruisce una deposizione ambientata sotto un cielo solcato da aerei da bombardamento, con i personaggi (una donna che urla disperata, una coppia che si stringe nel dolore, un combattente armato, una figura umana in piedi con le mani sul volto, un’altra rannicchiata che si copre le orecchie per allontanare l’orrore) addossati a un muro intorno al Cristo disteso.

Per altro verso, invece, di “presente” ce n’è abbastanza, dato che le varie sezioni della Quadriennale affrontano problemi e questioni che sono al centro del dibattito culturale degli ultimi due o tre decenni: quella curata da Troncone, in particolare, che indaga il tema del corpo tra umano, non-umano e post-umano; ma anche la sezione di Mazzonis di Palafrera, dedicata al rapporto tra le arti contemporanee e la fotografia nell’epoca dell’iconosfera e del post-fotografico. Si oscilla, dunque, tra un presente aggirato e un altro presente, denso ma meno problematico – cosa c’è di più mainstream, oggi, che parlare di corpi e immagini, se non si forza almeno un po’ il discorso? –, evocato a partire da tematiche generali declinabili secondo direzioni molteplici. Anche qui, non è facile orientarsi e sciogliere i nodi.

Tutto sta, ovviamente, nell’intendersi su ciò che significa per le arti “confrontarsi con il presente”, e cioè nel capire, prima di tutto, cosa chiediamo alle pratiche contemporanee, soprattutto quando sono radunate in contesti collettivi e istituzionali: un confronto diretto con le questioni e i temi più delicati del nostro mondo, con il rischio di schiacciarsi sulla denuncia e la presa di posizione politica? O un’indagine di più ampio respiro, meno dirompente e schierata, senza dubbio più “innocua”, in grado di lasciare maggiore spazio di manovra e di riflessione agli spettatori? Da questo punto di vista, la Quadriennale 2025 sembra sbilanciata sulla seconda opzione. Bisognerebbe chiedere conto ai curatori di una simile scelta. Rimane il fatto che si fantastica, sì, ma fino a un certo punto, e con moderazione.

Tolti, comunque, i dilemmi politici e i limiti strutturali, Fantastica è una mostra interessante, che presenta qualche spunto notevole e diversi episodi di maniera. Colpisce, almeno chi scrive, che il percorso forse più stimolante – all’interno di un’esposizione tutta centrata sui curatori – è quella in cui il curatore ha scelto di farsi da parte: è il caso della sezione “Senza titolo” di Stocchi, ispirata al modello dell’Exposition Internationale du Surréalisme, che ha affidato agli artisti il compito di organizzare e progettare collettivamente uno spazio di creazione e fruizione (e che presenta, oltre alle opere di Bertolo, quelle – decisamente interessanti e incisive – di Arcangelo Sassolino e Lulù Nuti). 

A proposito di Novecento, a colpire ancora di più – ma per ragioni diverse – è l’omaggio alla seconda Quadriennale, quella del 1935 (“I giovani e i maestri: la Quadriennale del 1935”), che al piano superiore chiude e, in qualche modo, suggella il percorso espositivo. Affidata a una figura autorevole come Walter Guadagnini, la mostra storica fa leva sulla qualità degli artisti presentati, con opere, tra gli altri, di Morandi, Sironi, Capogrossi, Cagli, Martini e Fazzini. Sfugge, però, il senso complessivo dell’operazione, e non solo perché la Quadriennale è un’istituzione legata alla promozione dell’arte italiana contemporanea. All’interno di un’esposizione pensata come un invito a fantasticare e a riscoprire attraverso le arti “la potenza del simbolico e la forza dell’immaginazione” per interpretare il nostro presente, qual è il ruolo di una sezione che ripresenta una rassegna artistica organizzata in pieno regime fascista, pochi mesi prima dell’inizio della guerra di Etiopia, e solo tre anni prima delle leggi razziali? Non è forse, quello, un esempio dell’impotenza e dell’assoluta marginalità delle arti davanti al progressivo avanzare di un processo storico e politico drammatico e infame? Di cosa stiamo parlando, effettivamente: di quanto era bella l’arte – e la Quadriennale – quando si era meno liberi di fantasticare? Ecco, su questo aspetto, forse, è più facile esprimere un giudizio: nel contesto generale di questa Quadriennale, l’idea di una sezione dedicata alla celebrazione dell’edizione del 1935 è tutto fuorché fantastica.

Fantastica. 18ª Quadriennale d’arte, Palazzo delle Esposizioni di Roma, 11 ottobre 2025 – 18 gennaio 2026.

*Foto: © Agostino Osio – Alto Piano.

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