Estetica come trance

di DARIO CECCHI

Sull’estetica di Edgar Morin.

Il breve e agile saggio Sull’estetica, l’ultimo libro di Edgar Morin pubblicato dall’editore Raffaello Cortina, uscito in Francia nel 2016, merita attenzione per più di un motivo. Nella prefazione l’autore ci informa della sua originaria intenzione di chiudere la serie di volumi che ha dedicato alla esposizione del suo Metodo proprio con un volume sull’estetica. Ha poi rinunciato all’idea: il presente libro ne reca però la traccia. Tra i grandi pensatori contemporanei, Morin è uno dei pochi ad aver riproposto l’idea di un sistema. L’enfasi posta sul “metodo” come chiave interpretativa di questa impresa potrebbe far addirittura pensare al ritorno a una forma di razionalismo cartesiano, posto che l’idea di sistema che abbiamo oggi è post-cartesiana, debitrice in particolare nei confronti di Hegel e dell’idea di un pensiero che attraversa tutte le stazioni principali dello “spirito” umano – oggi parleremmo di cultura – offrendo una visione sinottica sul mondo e sull’uomo.

Una simile visione stride con l’intonazione saggistica, à la Montaigne, che lo stile agile, chiaro ed elegante di Morin ci offre qui come in altri testi. A una prima lettura superficiale della sua Estetica, potremmo anzi avere l’impressione che Morin riproponga una tradizione di critica estetica e di teoria dell’arte tipicamente francese, risalente almeno ad Alain e Henri Focillon. Secondo questo filone, che merita il titolo di vero e proprio genere letterario, compito del teorico-critico è quello di proporre una chiave di lettura dei fenomeni estetici e artistici in particolare: un approccio all’arte, un essai nel senso di un tentativo di avvicinamento. Le esigenze scientifiche, dunque di metodo, di tale approccio lasciano qui il passo alla persuasione del lettore.

Metodo della ricerca ed eleganza dello stile parrebbero essere due elementi in contraddizione. Non si devono perdere di vista, tuttavia, due fatti di capitale importanza. Per quanto fortemente imbevuto di letture e concetti tratti dalla tradizione filosofica, Morin si propone come sociologo, non come filosofo. Quindi il libro in questione non è, a rigor di logica, un’Estetica, come sono quella di Hegel o di Croce, bensì un saggio Sull’estetica, scritto con l’intento, implicito ma ben leggibile tra le righe, di mettere in opera l’analisi di un fenomeno fondamentale in tutte le società e culture umane. L’altro dato da non dimenticare va ricercato nel carattere non strettamente neutrale di questa ricerca sociologica. Essa, al contrario, è sempre militante: non può essere disgiunta da un progetto di recupero dell’umanesimo nell’età contemporanea, un’età caratterizzata dalla sempre crescente complessità nel campo della tecnologia, della scienza e dell’organizzazione sociale e politica a livello planetario.

L’obiettivo che Morin si dà in questo contesto consiste nell’elaborare un paradigma di “testa ben fatta”, locuzione che riprende non a caso dall’amato Montaigne, il quale la preferiva a una testa piena solo di nozione, ma senza capacità di orientarsi in esse. Il metodo proposto da Morin è allora quello di valutare criticamente, selezionandone gli elementi imprescindibili, i “saperi” necessari a un’umanità alle prese con la sfida della complessità. L’indagine sull’estetica va dunque letta in quest’ottica.

Alla luce di quanto detto sin qui, non deve stupire il fatto che “l’estetica” di Morin possa dare in parte l’impressione di una ricognizione, più che di un’elaborazione originale. Un presupposto che l’autore condivide con l’estetica moderna, vale a dire con l’estetica dotata di uno statuto filosofico autonomo, sta nel fatto di mantenere sempre un doppio livello di discussione: da una parte, l’esperienza “estetica”, l’incontro con il bello, ha sempre a che fare con una sollecitazione della sensibilità, come denuncia l’etimologia stessa del termine “estetica”, derivato dal greco aisthesis; dall’altra parte, l’estetica non può esimersi dal discutere il carattere di produttività del bello, da intendersi tanto in senso oggettivo (la capacità di creare qualcosa di bello) quanto in senso soggettivo (l’arricchimento di senso che l’esperienza del bello porta con sé).

Da questo punto di vista l’indagine estetica di Morin sembrerebbe in debito con il pensiero di Kant, sebbene il filosofo tedesco non sia mai citato. L’estetico, come categoria e come fenomeno, è infatti ricondotto ai meccanismi per così dire trascendentali della mente, piuttosto che a un’ipotetica organizzazione della realtà. Siamo dunque di fronte a una presa di posizione a favore della soggettività, a scapito dell’oggettività, dell’esperienza estetica. Ma non si renderebbe giustizia a Morin se lo si volesse solo (e implicitamente) un pensatore del “trascendentale”. Qui la soggettività è tanto trascendentale, riconducibile cioè a un certo numero di invarianti, quanto antropologica, debitrice cioè della concreta interazione con un mondo della vita, con un ambiente.

Sotto questo profilo sono particolarmente originali le considerazioni che l’autore svolge a proposito del “preestetico” che connota il rapporto degli animali non umani con la bellezza. Anche questi fanno mostra di interessi estetici, ad esempio nei segnali di richiamo per il partner sessuale. Ma ciò che manca negli animali non umani, ed è presente invece negli esseri umani, è una certa capacità di rispecchiamento nel bello: un’attitudine non solo a esprimere un’attrattiva estetica e a lasciarsene attrarre, ma anche a contemplarla liberamente. Non c’è però, nell’esperienza umana, un salto dalla condizione antropologica a quella trascendentale, quanto piuttosto continuità a gradualità: agli occhi del sociologo si tratta di un fenomeno che testimonia della ricerca, oltre alla mera sopravvivenza, di occasioni di fioritura per una forma di vita sociale dotata di marche culturali riconoscibili.

È in questo piano ascensionale dalla mera sopravvivenza a una forma di vita propriamente umana che Morin introduce l’idea più originale. Nel discutere il carattere poetico di tutte le espressioni artistiche e nel definire il concetto di poeticità, l’autore non si sofferma in questo caso sull’etimologia greca del termine “poesia” (poiesis) per affermare il nesso tra poesia e produttività umana, come aveva fatto invece Heidegger. Morin collega invece la figura dell’artista-poeta a quella dello sciamano e all’esperienza della trance: è paradossalmente la trance sciamanica, un’esperienza di parziale e momentaneo distacco dalla realtà, a far emergere una “parte di vita” umana che altrimenti non verrebbe conosciuta; qui il francese gioca sull’assonanza tra trance e tranche (parte, pezzo). È una chiave di lettura dell’esperienza estetica, che senza rinunciare al presupposto moderno della soggettività, indica una feconda direzione di approfondimento verso l’antropologia. E lascia al “filosofo kantiano” la possibilità di replicare a proposito delle condizioni di comunicabilità – il sensus communis cui la Critica della facoltà di giudizio fonda la validità dei giudizi di gusto – di tale esperienza.

Riferimenti bibliografici
M. Heidegger, La questione della tecnica, in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976.
I. Kant, Critica della facoltà di giudizio, Einaudi, Torino 1999.
E. Morin, I sette saperi necessari a un’educazione del futuro, Raffaello Cortina, Milano 2001.
E. Morin, Sull’estetica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2018. 

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