Torna nelle librerie per i tipi dell’Einaudi, e in una nuova traduzione, uno dei classici della filosofia novecentesca: Esperienza e natura di John Dewey. Era un’impresa attesa da molto tempo: si sentiva il bisogno di una nuova edizione, dopo quella che Piero Bairati aveva pubblicato presso Mursia ormai diversi decenni fa. Il curatore della nuova edizione, Giovanni Matteucci, è uno dei più autorevoli studiosi italiani di Dewey. E l’edizione, curata in modo impeccabile, restituisce al saggio tutta la sua attualità e originalità. Non contano solo le scelte di traduzione. Da un lato, il curatore sembra voler quasi definire un lessico affidabile e preciso, atto a rendere fruibile il pensiero dell’autore in italiano. Dall’altro lato, la traduzione restituisce la sensazione che trasmette l’originale: una prosa filosofica rigorosa, ma aliena da ogni tipo di pedanteria. Un peso notevole nel restituire l’importanza di questo libro lo ha il saggio introduttivo scritto dal curatore, quasi uno schema del sistema filosofico deweyano, di cui Esperienza e natura rappresenta per certi versi una sintesi. Il volume esce infatti nel 1925. Nel 1929 ha una seconda edizione, corredata da un capitolo introduttivo sul metodo. La nuova versione italiana fa ovviamente riferimento alla seconda edizione, oltre a riportare in appendice un importante frammento di una nuova introduzione, che Dewey aveva cominciato a scrivere per una riedizione progettata nel Secondo dopoguerra. Quando esce il libro, nel 1925, Dewey ha già pubblicato contributi e saggi fondamentali su questioni che vanno dalla logica e l’epistemologia fino all’etica e alla psicologia sociale: per quest’ultima pensiamo a Human Natura and Conduct del 1922, di cui è uscita di recente l’edizione italiana.
Esperienza e natura rappresenta senza dubbio un punto di snodo fondamentale nel percorso filosofico di Dewey: trova qui una esposizione sistematica l’idea di pensare l’esperienza umana alla luce delle dinamiche di interazione con l’ambiente e con gli altri. Sono interazioni in cui ne va della crescita cognitiva ed emotiva dell’individuo e dell’accrescimento di significato della natura: Dewey parla infatti di una vera e propria “transazione”. Dal punto di vista dell’individuo, si tratta di una crescita che Dewey, fedele alla sua visione pragmatista e al suo credo pedagogico, pensa essenzialmente come accrescimento delle capacità di prendere decisioni e di agire in maniera efficace nelle diverse situazioni proposteci dalla vita. Una simile visione comporta, dal punto di vista filosofico, l’idea di una sostanziale continuità tra esperienza e natura: l’esperienza non è un fatto puramente soggettivo, ma è il “raffinamento” di potenzialità già presenti in natura, il portare a pienezza d’essere finalità latenti nei processi naturali. Di conseguenza deve cadere il dualismo che distingue tra soggetto e oggetto. L’esperienza è per il sé individuale un momento di arricchimento, che trae nutrimento dall’esistenza del mondo, con cui l’individuo grazie all’esperienza si compenetra profondamente.
Ho già detto che Esperienza e natura è un fondamentale testo di svolta nella riflessione di Dewey, al punto da occupare il primo volume della serie dei Later Works nell’edizione generale delle opere dell’autore. Si tratta, insomma, dell’opera riconosciuta come il passaggio inaugurale della maturità dell’autore. L’introduzione al testo di Matteucci, che reca il titolo di Aspetti, strutture e ritmi del naturalismo deweyano, mostra tuttavia come Esperienza e natura non sia affatto una summa conclusiva del pensiero di Dewey. Al contrario, è il luogo in cui il filosofo elabora in modo nuovo e originale alcune questioni: un punto di partenza, più che la ricapitolazione di un percorso già compiuto.
Il saggio introduttivo del curatore mostra, con argomenti testuali inoppugnabili, come il testo, tolto il capitolo introduttivo che compare a partire dall’edizione del 1929, si suddivida in tre gruppi, composti da tre capitoli ciascuno. Matteucci parla di un «ritmo ternario» dell’esposizione (2026, p. XVI). Attraverso la partizione in tre triadi di capitoli, emergono le direttrici fondamentali del testo. Nella prima triade, l’autore affronta il problema generale del rapporto tra natura ed esperienza, vale a dire la questione ontologica di un’esistenza che si offre per sua stessa essenza a una dimensione affettiva ed emotiva, oltre che cognitiva in senso stretto. Come scrive il curatore, «nel binomio natura-esperienza» affiora così una «matrice estetica e manifestativa» che rende conto del senso dell’interazione con la realtà, prima della sua riduzione a una «struttura cognitiva e referenziale» (ivi, p. XVIII), predisposta a un’analisi di ordine logico e concettuale. La prima triade del libro mostra dunque come all’esperienza corrisponda in effetti un «differenziale tra densità qualitativa dell’esistenza e sua distensione connettiva» (ivi, p. XXI).
La seconda triade allarga la prospettiva critica e mostra come la mente, il linguaggio e il pensiero simbolico siano in effetti un approfondimento della attività differenziale intrapresa attraverso l’esperienza. «Come modalità operativa», scrive infatti Matteucci, «la mente viene incarnata nella transazione con la realtà». «Emergendo», prosegue, «questa arricchisce enattivamente la stessa densità qualitativa del campo esperienziale che la definisce, poiché incide trasformativamente su sé medesima modificando per intensificazione organismo e ambiente» (ivi, p. XXI). I termini non sono scelti a caso: lo scopo è mostrare fino a che punto Esperienza e natura abbia anticipato alcune tra le questioni centrali della filosofia della mente contemporanea.
La terza triade, che il curatore introduce sotto il titolo di «coscienza e cultura» (ivi, p. XXVII), affronta infine la questione dell’aprirsi di un orizzonte di significatività nel mondo per il vivente umano e della capacità che quest’ultimo ha di produrre valori simbolici in diverse forme: arte, culto, etica e così via dicendo. Questa capacità è quasi un bisogno della mente umana. Per Dewey, infatti, scrive Matteucci, «la coscienza non funziona passivamente come uno specchio della realtà. Essa è la performance attiva di un continuo ri-direzionamento dei significati, chiamati a entrare in scena per ricoprire ruoli, talvolta inattesi, utili alla realizzazione del senso dell’esperienza in situazione» (ivi, p. XXVIII).
Da queste parole ricaviamo un’indicazione importante. Il senso non è semplicemente una condizione trascendentale, o peggio metafisica, dell’esperienza: una struttura della soggettività che fa esperienza o una struttura del reale in quanto tale. Il senso è appunto performance che realizza l’incontro tra due serie distinte di eventi: la natura e l’esperienza individuale.
Il Dewey che ci restituisce Matteucci ci aiuta così a cogliere un aspetto centrale per comprendere la forma di vita umana. Tutte quelle attività, fisiche o mentali, che portano al massimo grado il contrassegno di una ricerca di senso, o che la concretizzano o la istituzionalizzano in dispositivi simbolici, vanno pensate come pratiche di senso, perché il senso si pratica oltre a pensarlo. Da qui credo si possa dire che parte una delle grandi eredità del pragmatismo e del pensiero di Dewey, appannaggio non solo di una scuola, ma di tutta la filosofia, che il pensatore americano contava di ricostruire, e di tutti quei saperi ad alto potenziale critico, che si sforzano di comprendere la realtà senza trascenderne l’esperienza.
John Dewey, Esperienza e natura, a cura di G. Matteucci, Einaudi, Torino 2026.