Il titolo della personale milanese di Yuko Mohri, Entanglements, apre subito a un doppio campo semantico. Da un lato evoca il fenomeno fisico dell’entanglement quantistico, quella misteriosa correlazione tra particelle che rimangono connesse anche a distanza, senza un apparente vincolo causale; dall’altro, richiama una costellazione di legami più “terreni”, tipicamente sinestetici: gli intrecci invisibili che uniscono oggetti, energie, persone, materiali, suoni rendendo il mondo un sistema in continua trasformazione. L’artista, già nota in Italia per aver rappresentato il Giappone alla Biennale di Venezia del 2024, affida questo messaggio a intricati, originali assemblaggi cinetici e sonori, quasi sempre site specific, nei quali sono ben riconoscibili, tra gli altri, richiami all’opera di Duchamp, Tinguely, Calder e del movimento Fluxus degli anni sessanta, mentre gli effetti acustici risentono dell’influenza di John Cage e della musica sperimentale del Novecento. Si viene così a creare una ricca commistione tra arti visive e musica di ricerca, anche grazie alla collaborazione con musicisti notissimi come Ryuichi Sakamoto e Yoshihide Otomo.
Entanglement, termine introdotto per la prima volta dal grande fisico Erwin Schrödinger nel 1935 (in originale, Verschränkung), viene spesso tradotto in italiano con intreccio, correlazione. In meccanica quantistica indica un interlacciamento non locale tra due entità che, anche se molto distanti, sembrano correlate. E proprio qui, fin dal titolo della mostra, è possibile cogliere una differenza cruciale: mentre in fisica l’entanglement segnala proprio la perdita di un nesso deterministico — vigendo sì una correlazione, ma senza causa riconoscibile —, nelle sette grandi installazioni di Mohri all’HangarBicocca i legami tra oggetti discreti e in apparenza irrelati non sono mai casuali in senso radicale. Le sue opere funzionano piuttosto come organismi sensibili, assemblaggi improvvisati ma regolati da meccanismi di risonanza e interdipendenza che hanno pur sempre un fondamento empirico: la gravità, l’elettricità, il magnetismo, l’umidità, il calore. Ogni azione trova una reazione, ogni vibrazione produce un effetto anche lontano e flebile, ogni elemento partecipa di un circuito che, pur nella precarietà, resta comunque leggibile. Paradigmatico, e tenerissimo nella sua calviniana leggerezza, il caso di un armonium che emette suoni grazie alla vibrazione di ance metalliche, a seconda dei movimenti di certi pesciolini che nuotano in un vicino acquario, registrati da sensori che captano la luce e l’ombra naturalmente create nell’acqua dai movimenti dei pesci e delle alghe (Flutter, 2018-25).
You Locked Me Up in a Grave, You Owe Me at Least the Peace of a Grave (2018) è forse l’opera più significativa. Ispirata dal Monumento alla Terza Internazionale (1919) di Vladimir Tatlin, è una vera esperienza immersiva in cui suono, luce e movimento si intrecciano in una coreografia ipnotica. Il titolo riprende una frase di Louis-Auguste Blanqui, rivoluzionario francese, rinchiuso in galera dopo la caduta della Comune di Parigi del 1870 e torturato dai rumori e dalle grida (“Mi avete rinchiuso in una tomba, lasciatemi almeno la pace che nella tomba si gode!”). Rivoluzione è la parola-chiave: come urgenza di cambiamento, sociale e politico e, cosmologicamente intesa, come moto degli astri nell’universo. L’elemento centrale dell’opera è una scala nera a chiocciola rotante e sospesa che, oltre a richiamare la Scala di Penrose in ambito quantistico, introduce un elemento decisamente scultoreo e allo stesso tempo dinamico, evocando un movimento ascendente (o discendente) perpetuo, la cui ripetuta espansione e contrazione accenna all’eternità. La scala a chiocciola proietta inoltre la sua ombra sulla parete di fondo della vasta sala espositiva dell’HangarBicocca, generando un effetto visivo di forte suggestione, in cui una sostanza si trasforma nella propria ombra, rimandando di nuovo a Duchamp. Nel contempo, due archetti elettrici – grazie a un sistema computerizzato – emettono suoni facendo vibrare delle corde e creando armonie diverse, orchestrando suoni, luci e ombre in un flusso ritmico e cadenzato.
Un’altra installazione (Decomposition) cita le tradizionali, bidimensionali nature morte della classicità, utilizzando – tridimensionalmente stavolta – frutti maturi in via di decomposizione (reminiscenza di Beuys?) collegati con fili e filtrati digitalmente per generare dell’energia capace di accendere lampade elettriche e di produrre suoni attraverso altoparlanti e un tamburo. La poetica di Mohri sembra consistere allora nell’abitare la soglia fra necessità e contingenza: le sue installazioni cinetiche, composte di strumenti musicali reinventati, guanti da cucina, detriti, acqua e altri liquidi e polvere, non sono semplici collage dadaisti, ma ecosistemi instabili che amplificano fenomeni altrimenti impercettibili. In questo senso, il loro “entanglement” non è mai un mistero metafisico, bensì un’esperienza estetica concreta: ci mostra come le relazioni siano ovunque, anche fra ciò che giudichiamo insignificante o irrelato.
Se l’entanglement quantistico è alla base, in senso stretto, di tecnologie emergenti come i computer quantistici e la crittografia su cui si appuntano le speranze di nuove tecnologie, l’estetica di Mohri può solo alludervi, accennarvi. Tuttavia, la risonanza dei suoi oggetti con il meccanismo centrale della nuova fisica resta però significativa, perché ci invita a riflettere su un mondo in cui tutto è relazione e nulla è isolabile. Così considerata, l’arte di Mohri, per quanto radicata in materiali quotidiani anche di risulta e nella tradizione giapponese, suggerisce una sensibilità di fondo affine a quella della meccanica contemporanea: nel segno del superamento dell’idea di unità autonoma e dell’emergere di un pensiero reticolare in cui le parti non esistono se non nella loro reciproca connessione. Questa interconnessione reticolare presenta anche insidie, com’è ovvio. Ogni relazione espone al diverso, all’altro. Venire a contatto, mantenere un rapporto, per di più mentre tutto è in movimento, il più delle volte costa, ma allo stesso tempo innesca il cambiamento – ci ricorda Mohri: «In un’opera cinetica è fondamentale tenere in considerazione l’attrito. La resistenza è il punto di partenza di ogni spirito che si ribella al proprio tempo. Non tutti i cambiamenti nascono da una grande rivoluzione: a volte basta un attrito minimo – come quello di una puntina su un vinile – per innescarne una» (Mohri 2019, p. 104).
Entanglements al Pirelli HangarBicocca non è quindi soltanto una mostra di sculture e installazioni multimediali, ma un laboratorio percettivo. Ogni installazione vive nello spazio come un sistema fragile, aperto, in continua metamorfosi, suggerendosi come un “esperimento” che rende visibile e udibile la trama invisibile di forze che ci circonda. Se la fisica ci dice che nell’entanglement sfugge e si cela il nesso causale, Mohri ci ricorda che nelle relazioni umane, sociali e ambientali quel nesso – pur provvisorio, instabile, vulnerabile – è ciò che ci consente ancora di percepire il mondo come un comune ecosistema, per di più con le sue molte fragilità.
*Foto: ©Agostino Osio
Riferimenti bibliografici
Y. Mohri, Assume That There Is Friction and Resistence, Towada Art Center, Getsuyosha Limited, Tokyo 2019.
Entanglements, a cura di F. Griccioli e V. Todolí, Pirelli HangarBicocca, Milano, 18 settembre 2025 − 11 gennaio 2026.