La Macondo di Disney

di MATILDE ORLANDO

Encanto di Byron Howard e Jared Bush.

La sera del sette dicembre, la vigilia dell’Immacolata Concezione, in Colombia si celebra la noche de las velitas, una curiosa tradizione in cui ci si riunisce per strada, nei parchi, nei centri commerciali o in casa per accendere candele colorate. Stare in adorazione della candela, osservarla in tutta la sua caducità con la speranza che il desiderio espresso non sia effimero quanto la fiamma che brucia, è ciò che permea questa celebrazione di realismo magico. Attorno alla candela si commemora la Luce, la famiglia, la casa, la pace, la tradizione, tutti elementi fortemente radicati nella società colombiana e plasticamente descritti in Encanto (2021). Encanto è, prima di tutto, un grande omaggio alla Colombia

Come in ogni film Disney le chiavi di lettura possono essere molteplici. Qualsiasi livello di interpretazione, tuttavia, non può prescindere dal luogo in cui la rappresentazione si svolge. L’insistenza con la quale l’ambientazione viene menzionata, in maniera quasi monotona, dagli accuratissimi dettagli fa pensare che la vera protagonista sia la Colombia (nulla viene lasciato al caso: dai vestiti, al cibo, all’architettura, alla fisionomia dei personaggi, alle musiche, ai paesaggi, ai fiori e agli animali). Per la prima volta sul grande schermo, e da un gigante dell’intrattenimento cinematografico, la Colombia viene narrata in una maniera non sensazionalistica, non cruenta, non pietistica, non associata a facili stereotipi. Per la prima volta in una maniera divertente, esotica ma con uno sguardo non coloniale, viene resa visibile la bellezza della biodiversità colombiana; un Paese con una storia naturale e culturale complessa, a volte esuberante e smisurata. Il film rivendica l’identità colombiana che riecheggia nei riferimenti nemmeno poi tanto velati alla famiglia Buendía di Cent’anni di solitudine. Sulla falsariga del capolavoro di Marquez, si dispiegano alcuni temi ricorrenti del realismo magico, sapientemente coniugati con l’attualità di fenomeni per lo più lasciati a margine dall’agenda pubblica. 

La trama di Encanto si snoda, infatti, intorno a una candela che ha il potere di distribuire magia (sarebbe meglio dire incanto) ai componenti della famiglia Madrigal. La candela rappresenta il pilastro fondante del pueblo encantado, nonché la fonte rinnovabile di energia magica; forza grazie alla quale la comunità de desplazados (gli sfollati) può ricostruire una società pacifica protetta dall’abbraccio de los cerros. Rifugio e bussola, le montagne fanno da scudo, proteggono la magia, hanno il dono di salvare, così come in molte occasioni l’asprezza dei luoghi, e non lo Stato, ha garantito la sopravvivenza alla sua gente.

Su questo antefatto si sviluppano le vicende della famiglia Madrigal, nei fatti una famiglia di rifugiati vittima del conflitto armato. In questa premessa viene mostrata senza dire (show don’t tell) la catastrofe umanitaria de los desplazamientos, gli sfollamenti interni coatti, nata nel quadro delle eterogenee e frammentarie dinamiche dei conflitti armati in regioni come Nariño, Chocó, Cauca y Valle del Cauca. Si calcola che, dall’accordo di pace con la FARC del 2016 ad oggi, più di 500.000 persone sono state sfollate, una media di quasi 150.000 persone all’anno.  Più in generale, dal 1985, secondo el Registro Único de Victimas, sono 9 milioni le vittime del conflitto armato. 

A differenza di altri Paesi in cui el desplazamiento è associato a fatti di guerra puntuali che avvengono in tempi relativamente brevi e intensi, in Colombia si tratta di un modello interpretativo ricorrente e costitutivo del Paese. Un fenomeno di lunga durata in cui le vittime non appartengono a una etnia, religione o gruppo sociale specifico; in cui gli attori in gioco sono svariati tra guerrillas, paramilitari, autodifese locali, forze di sicurezza statali, delinquenza organizzata, cartelli della droga, bande e milizie; in cui le cause sono diverse: pressione per la terra, interessi intorno a megaprogetti dello Stato, lotta per il controllo sulle zone ricche di metalli preziosi, risorse energetiche, petrolio o cocaina. Difficile intendere la grammatica di un conflitto armato attraversato, da oltre sessant’anni, da processi massivi, estensivi e spesso inintelligibili. 

Ciò che resta impresso nella memoria individuale e collettiva dei colombiani è la narrazione persistente di una violenza immonda: assassini di massa, massacri, sequestri, espropriazioni, stupri e violazioni sistematiche di diritti umani. Pur restando sullo sfondo, le vicende de los desplazados e dell’urbanizzazione coatta (los desplazamientos costituiscono il perno della conformazione territoriale del Paese) vengono portate alla luce nel film, seppur edulcorate alla maniera Disney, e incarnano la ragion d’essere della magia della casa e dei membri della famiglia. Sulla casa e quindi sulla candela si fonda la nuova vita della famiglia Madrigal, immagine della rinascita ma anche campo di battaglia, allo stesso tempo luogo di conflitto e dell’happy ending. 

Non solo: curiosamente nella trama di Encanto manca un antagonista esterno e assistiamo a un conflitto esclusivamente intra-familiare e intergenerazionale. Giudicato l’anello debole della trama, questo aspetto non dovrebbe essere sottovalutato per due ragioni. La prima è che in una terra anestetizzata dalla violenza come la Colombia, il nemico è diffuso, plurale, onnipresente, ovunque: costituisce la cornice all’interno del quale ogni colombiano organizza la sua vita. Il nemico di Encanto appare nella sua assenza in quanto premessa che fa accadere i fatti. Il nemico sta perennemente davanti agli occhi della nonna, ossessionata dalla possibilità che la magia possa esaurirsi e che si possa rivivere l’incubo del pre-encanto. Per la nonna il nemico è il terrore della normalità; perché normalità significa fuga, morte, paura. A prescindere dalle visioni dello zio Bruno, la candela magica per la nonna minaccerà sempre di spegnersi. 

La seconda ragione è che focalizzarsi sul dramma casalingo (come del resto fanno le tanto amate telenovelas) può essere letta come il tentativo di raffigurare la metafora di una Nazione caratterizzata dall’assenza di società e impregnata di individualismo a-politicizzato. I componenti della famiglia Madrigal soffrono di una solitudine indicibile, chiusi nel solipsismo del loro dono, condannati alla loro porta e a vivere chiusi nelle loro stanze (si pensi a quando Maribelle va a trovare Isabella e la vediamo sola e sconsolata, immersa in un mare di fiori). Pervasi dall’angoscia di dover superare le aspettative, perennemente in gara con loro stessi, costretti ad aderire al proprio ruolo, in ogni caso mai abbastanza (come canta Luisa), i personaggi sono condannati all’oblio. 

In primo luogo, verso il proprio passato; la nonna sulla riva del fiume lo dice chiaramente: rimpiange di aver dimenticato, di aver messo da parte il dolore, il rancore e forse anche la rabbia per la perdita del marito. L’oblio è diventato per Alma così come per i colombiani il vaccino per la sopravvivenza. In secondo luogo, oblio verso il proprio presente; verso qualsiasi sentimento di comunità: nell’egoismo dei personaggi poco spazio resta alla condivisione, fosse anche solo del proprio stato d’animo. Il senso della comunità risorge però verso la fine quando la protagonista intuisce tanto l’inutilità del dono, che non salva dalla realtà, e tanto la pericolosità della mania dell’essere speciali, che fa vivere da inconsapevoli. La casa non si ricostruisce attraverso la magia, ma grazie alla collaborazione e alla cooperazione di tutti. Allora anche la gente anonima e infantilizzata del pueblo prende forma e tutti condividono il peso delle responsabilità. La crisi d’identità della famiglia Madrigal si scioglie quindi grazie al sentimento di appartenenza alla comunità. 

I personaggi si ascoltano, si abbracciano. La candela si riaccende. Si tratta di un messaggio potente, soprattutto alla luce dell’attuale congiuntura storica in cui la fragilità politica, la virtualità del diritto, la debolezza democratica, la corruzione, l’abissale disuguaglianza sociale e la disparità economica moltiplicano le condizioni di esclusione, intolleranza, rabbia e repressione e stanno sfibrando il tessuto sociale colombiano. Encanto ci lascia con una nota positiva: tutto ciò che si distrugge può essere risanato dall’abbraccio dell’altro. E la Colombia ha i doni (magici e non) per risollevarsi, possiede tutto l’incanto per resistere.   

Riferimenti bibliografici
G. G. Marquez, Cent’anni di solitudine, Mondadori, Milano 2017.

Encanto. Regia: Byron Howard e Jared Bush; sceneggiatura: Jared Bush, Charise Castro Smith, Lin-Manuel Miranda; interpreti: Stephanie Beatriz, María Cecilia Botero, Olga Merediz, Wilmer Valderrama; produzione: Walt Disney Pictures, Walt Disney Animation Studios; distribuzione: The Walt Disney Company Italia; origine: Stati Uniti d’America; anno: 2021; durata: 99′.

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