Emilio Garroni è stato non solo uno dei filosofi italiani più importanti del panorama culturale del Novecento, ma anche un acuto critico letterario e uno scrittore di notevole originalità. Se ripercorriamo la sua attività di autore di opere narrative andiamo indietro nel tempo, con La macchia gialla, che risale all’inizio degli anni ‘60. Il titolo di quest’opera prima ripete parte di una frase di Albrecht Dürer, il cui disegno autoritratto è riportato in copertina, con il dito che indica una macchia sul corpo: “Dov’è la macchia gialla lì mi fa male”. Segue un piccolo gioiello: I Tasmaniani, pubblicato per i tipi di una piccola casa editrice di Ancona sempre nel 1960. Una passione durevole, quella di Garroni per la scrittura letteraria. In tempi più recenti ha pubblicato Dissonanzen Quartett. Una storia (Pratiche editrice, Parma 1990), che presenta in modo esemplare l’intreccio tra dimensione saggistica e dimensione letteraria. Quest’opera si presenta fin da subito come un ibridismo perché è al tempo stesso romanzo e saggio, o, meglio, un saggio scritto come un romanzo e un romanzo scritto come un saggio. Garroni stesso, in una nota finale, afferma che il sottotitolo “Una storia” non esclude nessuna delle due possibilità: il libro è e non è un romanzo, è e non è un saggio. È quindi un’opera in cui narrazione e riflessione filosofica si intrecciano in modo tale da rendere impossibile distinguerle nettamente. Allo stesso periodo risalgono i due volumi di racconti morali: Racconti morali o Della lontananza e della vicinanza (Editori Riuniti, Roma 1992) e ancora Sulla morte e sull’arte. Racconti morali (Pratiche editrici, Parma 1994). A proposito di quest’ultimo volume, vale la pena ricordare che per Garroni i due poli di arte e morte sono strettamente collegati, proprio come il senso è unito al non-senso. Il senso non è qualcosa di garantito pacificamente, ma piuttosto è un dovere e in quanto tale è un rischio che si corre vita natural durante. La posta in gioco sta nel tentare continuamente di restaurarlo, nella consapevolezza che probabilmente non raggiungeremo mai il senso e che anche se lo raggiungiamo potrebbe continuamente capovolgersi in non-senso. Sono questioni che rimandano, mi sembra, intimamente ai temi di Nietzsche, che pure non era un filosofo amato da Garroni.
Ma quel che mi preme ora ripercorrere, è la lettura che Garroni, da filosofo, offre di alcuni tra i più significativi romanzieri, un tracciato che dimostra continui punti di connessione con la sua produzione narrativa. Tante le sue incursioni nella dimensione narrativa e letteraria. Basti pensare alle sue riflessioni su Bernhard, Kafka, Beckett, Sterne, Musil. Ma che cosa pensava della dimensione letteraria? E come s’interfacciava ad essa rispetto al suo statuto di filosofo? Quale ruolo occupano i suoi esperimenti letterari all’interno del suo percorso estetico?
In molti passi delle sue opere Garroni si sofferma sulla linea di confine tra saggi filosofici e testi narrativi. Significative sono alcune pagine del volume Estetica. Uno sguardo-attraverso (1992), in cui l’autore, dopo essersi confrontato in un corpo a corpo con la Critica della facoltà del giudizio di Kant, s’interroga sulla questione del “senso, del non senso, e dell’arte oggi”. In queste righe fondamentale è la questione del tracciato tra filosofia e letteratura. In particolare, Garroni si concentra sulla riduzione della filosofia a letteratura e affronta quelle opere, scritte da filosofi, che si collocano a metà strada tra saggio e romanzo. Le motivazioni che stanno alla base di queste operazioni non sono – così spiega – sempre neutre e indolori: il cortocircuito tra filosofia e letteratura sarebbe possibile perché la prima si sarebbe risolta e dissolta completamente nella seconda. Ma questa presunta “risoluzione” viene teorizzata in ragione di una filosofia che avrebbe deciso di non poter aspirare ad essere altro che un sapere relativizzato e letterarizzato. In questi termini Garroni lancia strali in direzione di una metafisica che, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra, nei panni di una “certa esperienza esemplare” che può vantare analogie con l’arte comunemente intesa nel panorama estetico moderno.
Il punto di partenza per la riflessione di Garroni sul nodo filosofia-letteratura è non tanto Jean-Paul Sartre che (cito) era un filosofo ma anche un letterato, quanto piuttosto non-filosofi che però danno molto da pensare alla discussione teoretica. I nomi che emergono in queste pagine sono quelli di Samuel Beckett e di Thomas Bernhard. Il primo ha firmato opere donatrici di non senso tali da ri-velare soltanto un senso irraggiungibile. Non è un caso se un filosofo come Adorno e (aggiungerei) un autore come Anders hanno riconosciuto in lui il modello esemplare dell’arte moderna. Ancor più interessante è per Garroni il caso di Thomas Bernhard, scrittore del senso irraggiungibile e pur tuttavia inevitabile, del senso che si rovescia in non-senso, ma anche del non-senso che aspira ad essere senso. Il romanzo-chiave in questo caso è Cemento (Beton), anche se non mancano rimandi ad Antichi Maestri (Alte Meister). Che Thomas Bernhard sia un autore particolarmente significativo per Garroni lo dimostra il fatto che torna sul suo profilo pochi anni dopo in un mirabile saggio scritto per un volume a cura di Mario Lavagetto dal titolo Un esempio di interpretazione testuale: “Korrektur” di Thomas Bernhard, e poi ripubblicato come capitolo nel volume L’arte e l’altro dall’arte. Saggi di estetica e di critica (2003). Il solco all’interno del quale si cala la “questione-Bernhard” riguarda il rapporto tra gli oggetti cosiddetti artistici e quelli non-artistici, sempre nell’accezione estetica moderna. Il discorso di Garroni può essere sintetizzato come segue: se è vero che l’estetica, almeno a partire da Kant, è centrata su una condizione di senso che non riguarda esclusivamente l’arte ma l’esperienza in sé stessa, e che il senso è indistinguibile dal non senso, allora Bernhard è l’autore che più di tutti ha messo in opera questa congiunzione. I suoi romanzi mettono in opera un senso come anche non senso e cioè dover far senso, dover comprendere. Si tratta di un impegno etico, di un compito, al quale non possiamo in alcun modo sottrarci, anche se di fatto non comprendiamo mai totalmente. Le riflessioni dedicate da Garroni a Bernhard si collocano in un discorso più ampio e articolato, volto a presentare lo svolgimento di un’interpretazione letteraria sotto un principio regolativo che non conduce necessariamente a un’interpretazione giusta, ma che tuttavia rispetta il testo e permette di supporre che l’interpretazione avanzata sia quella giusta.
Sulla scorta di alcune pagine particolarmente significative del romanzo bernhardiano Correzione (Korrektur) – il cui protagonista è inspirato alla figura di Wittgenstein –, Garroni torna sull’alternativa comprendere o narrare. In questo caso la posta in gioco, ovvero la questione del senso, assume la forma di un paradosso (e qui accenno a un rimando a un altro capolavoro di Garroni, ovvero Senso e paradosso). Una comprensione consiste appunto in un prendere insieme in un’unità di senso un comportamento o forse anche la possibilità della nostra esperienza in genere. Ma una simile operazione azzera completamente la narrazione, perché riformula degli elementi successivi, ordinati temporalmente, in elementi coesistenti, riorganizzati, per così dire, spazialmente. Garroni sottolinea le difficoltà insite nella interpretazione dei testi narrativi. Interpretare significa anche svelare quella comprensione globale che i testi letterari suppongono o esprimono almeno implicitamente. A ben vedere, si tratta di mostrare la concezione del mondo supposta dall’autore/autrice o dall’ambiente circostante. D’altra parte, interpretare implica anche seguire e riesporre il filo della narrazione, in quanto racconto di eventi e di azioni, descrizioni di personaggi e di situazioni. Il punto è che entrambe le operazioni sono per sé stesse insufficienti: la prima trascura il tratto peculiare della narrazione, la sua temporalità; la seconda sacrifica alla temporalità quella comprensione che rende possibile una narrazione e rischia di risolversi in un descrittivismo insignificante. Chi interpreta deve impegnarsi su due piani. Da un lato il suo scopo è quello di comprendere il romanzo; dall’altro deve scongiurare il rischio di trasformare questa comprensione in un suo equivalente filosofico. Occorre ripercorrere una “storia parallela” della comprensione che il romanzo suppone. Come Garroni spiega altrove, nel corso di una intervista rilasciato a Doriano Fasoli, comprendere e narrare dipendono da due coordinate esperienziali fondamentali: il “cogliere d’un tratto” l’intera nostra esperienza possibile nei suoi tratti necessari, come se fosse perenne e noi fossimo immortali, e al contempo coglierla nella sua temporalità, nel suo non essere da sempre, nel suo essere radicalmente contingente quali noi stessi siamo. Nel caso di cui si occupa Garroni, ovvero il romanzo Korrektur di Thomas Bernhard, non esistono regole determinate e costitutive per stabilire i modi dell’interpretazione e quindi per delineare una vera e propria teoria. Il testo deve costituire il punto di riferimento primario dell’interpretazione stessa e imporre a questa un principio regolativo. In altre parole. l’interpretazione deve osservare lo svolgimento del testo sia nel suo assetto generale, sia nelle sue accezioni particolari. Solo grazie allo “strabismo” di questo approccio ci si assicura un’aderenza ideale al significato del testo. Certo: nulla garantisce che l’interpretazione sia quella giusta. Che una lettura proposta sia corretta può rivelarsi solo attraverso il confronto tra interpreti che devono comportarsi in accordo con i princìpi regolativi stabiliti dall’interpretare stesso. In sintesi, per Garroni è l’esemplarità dell’interpretazione che deve essere messa al centro, il che significa anche la verità dell’interpretazione.
Per quel che concerne i testi filosofici, le cose stanno in modo analogo ma con tratti forse anche più forti, perché qui il significato non si cela dietro una narrazione o dietro complicati procedimenti ma si manifesta nel modo più esplicito possibile. In questo caso interpretare significa comprendere il testo nei suoi punti teorici salienti e nei suoi passaggi critici più significativi.
In conclusione, per Garroni comprendere e interpretare devono avere di mira il significato, il senso dell’intero testo, non dei singoli passaggi nel loro isolamento, come fossero monadi. Da questa prospettiva il saggio dedicato a Thomas Bernhard fa affiorare un pericolo costante nella lettura delle sue opere: la perdita della dimensione della temporalità narrativa. Con Thomas Bernhard (come anche con Kafka o Musil) il passo falso che si può compiere è quello di cercare una coerenza teoretica nelle sue opere, come se fosse un filosofo. Si tratta di un fraintendimento bello e buono. Si pensa a Bernhard come a un pensatore nichilista o pessimista alla Schopenhauer (per capirci), lasciandosi sfuggire la ricchezza delle movenze, delle trasformazioni e dei contrasti che la storia di una comprensione implica e genera. È questa – spiega Garroni – la deriva interpretativa da scongiurare, una deriva che ha preso piede nelle letture filosofiche di Bernhard (e di altri romanzieri particolarmente significativi per il pensiero).
Riferimenti bibliografici
G. Di Giacomo, Narrazione e testimonianza. Quattro scrittori italiani del Novecento, Mimesis, Milano 2012, pp. 71-93.
E. Garroni, Estetica. Uno sguardo-attraverso, Garzanti, Milano 1992, pp. 231-243. Ripubblicato con introduzione di S. Velotti, Castelvecchi, Roma 2020.
Id., L’arte e l’altro dall’arte. Saggi di estetica e di critica, Laterza, Roma-Bari 2003, pp. 128-163.
E. Garroni, I. Aguilar, Filosofia e letteratura/2, Filosofia.it, 2004.
E. Garroni, D. Fasoli, Il mestiere di capire, Alpes, Roma 2014.
M . Lavagetto, Interpretazione terminabile e interminabile, Cieg.info, 2008.