Emilio Garroni (1925-2005) è stato uno dei più importanti e originali interpreti dell’estetica italiana del Novecento. Figura di intellettuale complessa e sfaccettata, fin dal principio il suo percorso di ricerca lo ha portato a occuparsi oltre che di argomenti più facilmente etichettabili come “filosofici” – penso soprattutto ai suoi studi sulla filosofia di Kant – anche di arti e della loro crisi, e quindi di letteratura, musica, cinema e architettura. 

Queste continue incursioni nei più diversi ambiti della cultura non certificano solo una mente aperta e curiosa, avversa alla rigida compartimentazione dei saperi tipica di una certa postura accademica, ma sono anche il riflesso pratico della sua tesi più importante e impegnativa: che l’estetica non è una speciale disciplina filosofica fornita di un oggetto in tutti i sensi determinato, per esempio una filosofia dell’arte o una teoria del bello, ma un “uso critico del pensiero”, che ha trovato nell’arte – o meglio: in ciò che siamo soliti chiamare arte – un suo referente privilegiato. E lo stesso discorso vale anche per le estetiche specialistiche. Per il filosofo romano, infatti, letteratura, musica, cinema, architettura non definiscono ognuna un campo distinto di oggetti e problemi tra loro omogenei, ma sono semmai delle “occasioni di riflessione”, a partire dalle quali ripensare il problema cardine dell’estetica filosofica, che è quello relativo alla possibilità di fare esperienze sensate in genere, nella vita quotidiana, nelle ricerche scientifiche, in tutte le attività umane, arti e filosofia compresa (Velotti 2020, p. 269). 

Occorre necessariamente partire da tali premesse se si vuole comprendere il ruolo che l’architettura ha svolto nel percorso di ricerca di Emilio Garroni, accompagnando – per così dire – quel «passaggio dalla semiotica all’estetica» che ha segnato gli sviluppi del suo pensiero (Garroni 1994, pp. 41-52). 

Garroni inizia a occuparsi di architettura già negli anni cinquanta – il saggio dedicato a Borromini (1950) è uno dei suoi primissimi articoli, e anche uno dei primi studi italiani dedicati all’architetto ticinese nel Secondo dopoguerra. Ma è negli scritti pubblicati tra gli anni sessanta e settanta che essa emerge quale vero e proprio “referente esemplare” della sua riflessione (Ricci 2020). Garroni si serve infatti proprio dell’esempio dell’architettura (e del cinema) per mettere in questione l’idea – diffusa nella cultura semiotica di quegli anni – che si possa parlare in senso rigoroso di “codice” per tutte le arti, assimilando i cosiddetti linguaggi artistici, ivi compresi quelli non-verbali, al linguaggio verbale vero e proprio. Un’obiezione che lo porterà a distaccarsi definitivamente dalla semiotica strutturale e a vedere nell’architettura, come nelle altre arti, non più un fatto linguistico in senso stretto, da discretizzare e decifrare, ma delle «operazioni semiotizzate» caratterizzate da «indici metaoperativi». Indici, la cui individuazione, nel confronto con la singola opera, è affidata all’interprete, e che possono diventare a tal punto dominanti da «contrastare le stesse esigenze funzionali» (Garroni 1977, p. 123) e quindi anche i significati determinati che vengono associati, per esempio, a un edificio o a un oggetto architettonico.

Ora, questo modo di trattare l’architettura e il suo presunto statuto artistico non è un’eccezione di questi anni, ma attraversa come un fiume carsico l’intera carriera di studioso di Garroni, testimoniato da conferenze, saggi, articoli, interventi su giornali, settimanali, riviste e cataloghi di mostre. Ma anche – ed è da qui che vorremmo proseguire la nostra breve ricognizione – da interviste video, rubriche d’arte e programmi culturali realizzati per la televisione. Un’esperienza lavorativa quella per la RAI – dirà anni dopo anticipando il titolo di uno sei suoi ultimi libri, L’arte e l’altro dall’arte –, utile soprattutto per “parlare d’arte senza parlare d’arte”. Nelle sue intenzioni, parlare di ciò che nell’arte non è propriamente arte, aiuta infatti a richiamare l’attenzione del pubblico sulla singola opera, intesa non come un oggetto di consumo gratuito, un mero “elemento di curiosità turistica”, ma come un «elemento di civiltà»: cioè come una «cosa che ha relazioni molteplici con altre cose, persone, avvenimenti» (Garroni 1994b, pp. 272-273) e che per questo contribuisce a creare le condizioni materiali (spaziali e temporali) per “coltivare la mente dei cittadini” e favorire quel «vivere attento, pensante e comprendente» che da sempre occupa e preoccupa il pensiero di Emilio Garroni (2005, p. 118).

Ebbene, tra gli architetti (p. e. Gropius, Le Corbusier) e le personalità coinvolte a vario titolo nel mondo dell’architettura e del progetto che Garroni ha intervistato negli anni in cui ha collaborato con la RAI, l’intervista fatta all’industriale Adriano Olivetti – realizzata per la serie Ritratti contemporanei nel febbraio del 1960, pochi giorni prima della sua improvvisa scomparsa – è forse la più interessante e ricca di spunti. Consente infatti di mettere in luce alcune caratteristiche chiave del punto di vista di Garroni sull’architettura, da lui intesa, nel senso ampio della parola, come «progettazione di oggetti in genere, dalla città alla casa, alla sedia» (1994, p. 63). 

Nel corso dell’intervista Garroni non solo loda gli sforzi di Olivetti nel campo dell’architettura, dell’urbanistica e del prodotto industriale per far sì che “bello e utile vadano d’accordo”, anticipando di fatto la sua concezione plurale delle arti e con essa l’idea che l’arte in tutte le sue forme e specializzazioni, «dall’estremo della musica pura o della pittura non figurativa fino all’architettura finalizzata, al design, al romanzo, al romanzo-saggio», presenti sempre «la medesima creatività che regola in generale la produzione culturale, quale che sia» (Garroni 2010, p. 182). Per cui perfino una macchina da scrivere – come ad esempio la famosa Lettera22, la macchina da scrivere progettata Marcello Nizzoli per la Olivetti e premiata nel 1957 dall’Illinois Institute of Technology come uno dei più bei prodotti di design realizzati nell’ultimo secolo – potrà apparire come una di quelle «configurazioni dell’implicito, cui non sono più associati significati relativamente stabili e distinguibili istituzionalmente e che rimanda perciò ai tanti significati possibili, anche aleatori, che sono tuttavia possibili a certe conduzioni culturali» (Garroni 1977, p. 122-123). 

Ma vi è un’altra questione, non meno rilevante, che Garroni discute con Olivetti nell’intervista e sulla quale tornerà a insistere ancora nel testo della conferenza Arte e architettura, oggi pronunciata nel 1993 presso la Facultad de Arquitectura, Diseño y Urbanismo della Universidad de Buenos Aires. Vale a dire: la “funzione civile” dell’architettura in quanto “arte applicata” e quindi la sua collocazione rispetto al sistema delle arti in senso estetico moderno. L’architettura, si chiede Garroni, «è mai stata, è, può essere, deve essere “arte”?» (1994, p. 64). 

La risposta, ovviamente, non è così semplice. Ci obbliga infatti riconsiderare l’idea stessa che esista «già da sempre e dappertutto, qualcosa come l’arte», prestando particolare attenzione a come, dal Settecento in poi, si è andata via via consolidando la nozione di «arte in senso estetico moderno». Ora, a ben guardare, il sistema delle arti del XVIII secolo –  da cui dipende l’uso sempre meno circoscrivile che facciamo oggi della parola “arte” – non si è formato sulla base di una definizione prestabilita che consentisse di isolare, in base a una regola istituzionalizzata, una classe omogena di oggetti, le cosiddette “belle arti”. Erano piuttosto le singole pratiche o i singoli prodotti che, in virtù di un accordo pragmatico (e non teorico) venivano dette di volta in volta belle: «Esemplari, cioè, di una totalità dell’esperienza, intellettualmente e conoscitivamente inesperibile e inconoscibile, cioè del senso stesso di ogni esperienza determinata». E questo è ben testimoniato dal fatto che nessuno dei principali esponenti della riflessione estetica moderna – da Kant a Goethe, da Vico a Leibniz – ha mai cercato di definire le belle arti, riconoscendo altresì nelle opere d’arte quell’«aspirazione, non suscettibile di essere soddisfatta altrimenti, di “mostrare” dall’interno dell’esperienza sensibile il principio soprasensibile che rende possibile questa» (1994, p. 70). 

Questo processo, che ha portato alla nascita dell’estetica moderna, intesa come filosofia del senso e non come filosofia speciale, ha visto un coinvolgimento solo tangenziale dell’architettura rispetto, ad esempio alla poesia, o alla pittura. A causa della sua funzione pratica e della sua utilità sociale l’architettura rappresentava infatti un caso non-tipico del sistema delle arti: un soggetto ibrido a carattere “misto” da cui, in sostanza, non ci si aspettava opere d’arte belle. E così, del resto, sostiene Garroni, è ancora oggi: fatta eccezione per un architetto visionario come Gaudì, che ha usato l’architettura «in tutte le sue possibilità di esibizione simbolica», raramente incontriamo architetti e opere d’architettura che mirino a perpetuare l’idea di arte «come presentazione del senso dell’esperienza e simbolo della totalità». Ma questo non costituisce necessariamente un difetto, anzi! Ora che il vecchio sistema delle arti settecentesco appare sempre più dilatato e che l’arte ha perso molto della sua esemplarità, diventando sempre più «un’arte di intrattenimento o di consumo», proprio l’architettura, afferma Garroni, ha l’opportunità di rivendicare la propria “atipicità” come fosse un “pregio”: «L’architettura non è, non può, non deve essere arte d’intrattenimento o di consumo, perché l’architettura destinata a restare non viene appunto consumata rapidamente, e anzi contribuisce essenzialmente a delineare il profilo e la qualità di città e campagne, ma neppure può essere, per la medesima ragione, salvo bizzarrie sporadiche, instauratrice di senso attraverso il non-senso (come la letteratura). Può però progettare. Può essere esercitata come un’attività formativa, che esige di essere curata in tutti i suoi particolari e nelle sue multiple relazioni con l’intorno» (1994, p. 75).

Ma se l’architettura non è letteratura, allora più che considerarsi alla stregua di un poeta, l’architetto dovrebbe tornare a essere un demiourgós – così i greci chiamavano architetti e scultori – cioè un «produttore di oggetti a vantaggio della comunità», dedicandosi «a quella bellezza indiretta e diffusa dell’arte nel senso antico, che è la progettazione pensata, l’uso accorto dei materiali, la collocazione dell’oggetto architettonico nello spazio urbano, la sua effettiva utilizzabilità, non solo in senso pratico, ma come contenitore simbolico di una vita civile» (1994, p. 76).

L’architettura non si limita a esprimere la forma di una società – afferma Garroni nell’intervista a Olivetti – ma proprio «la qualifica questa società» (1961) definendo attraverso il suo valore formativo l’ambiente in cui viviamo. E in quanto tale essa va considerata un “bene” da tutelare e difendere: dalla cattiva cultura, cioè dalla speculazione, dall’imprevidenza, da ogni azione che, invece di essere formatrice, è piuttosto quasi casualmente predatrice e distruttrice. Pertanto, solo affidandosi «alla cultura, alla comprensione, alla sensibilità, alla sapienza, al talento, alla responsabilità di progettisti e amministratori» (1999, p. 24), senza quindi affidarsi al caso o cercare l’“opera d’arte” a tutti costi, si lascia aperta la possibilità che ancora oggi possa scaturire qualcosa di simile a un’opera d’arte in senso estetico moderno.

Riferimenti bibliografici
E. Garroni, Note sul Borromini, in “Rivista di critica”, I 4/5 (1950), pp. 45-55.
Id., Ritratti contemporanei. Adriano Olivetti, Rai, 1961, https://www.teche.rai.it/2020/02/ritratti-contemporanei-1961-adriano-olivetti/
Id., Ricognizione della semiotica, Officina edizioni, Roma, 1977.
Id., Osservazioni sul mentire. E altre conferenze, Teda Edizioni, Castrovillari, 1994a.
Id., Intervista di F. Cardini, in L. Bolla e F. Cardini, Le avventure dell’arte in tv. Quarant’anni di esperienze italiane, Rai-Nuova Eri, Roma, 1994b, pp. 271-278.
Id, L’architettura come bene ambientale, in “Quaderni dei convegni delle Settimane culturali di Sperlonga”, 2 (1999), pp. 17-26.
Id., Immagine, linguaggio, figura, Laterza, Roma-Bari 2005.
Id., Creatività, Quodlibet, Macerata 2010.
M. Ricci, Garroni e l’architettura, “Aesthetica Preprint”, 119, 2020, pp. 89-100.
S. Velotti, Il senso dell’esperienza: Emilio Garroni e l’estetica come filosofia non speciale, “Syzethesis”, VII, 2020, pp. 267-287.

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