Nel bel mezzo dell’estate 2020, a partire da un tweet a proposito di una serie di dolci iperrealistici, pubblicato da Tasty (la sezione di BuzzFeed dedicata al cibo), comincia a circolare in rete un gran numero di contenuti che ne rilanciano ironicamente l’argomento: l’impressionante risultato che si può ottenere con delle torte glassate induce infatti diversi utenti a produrre meme, video o commenti che si interrogano sul senso dell’esperienza, di fronte al fatto compiuto che tutto potrebbe, in effetti, essere semplicemente una torta molto ben riuscita. Per quanto scherzoso, il fenomeno che si produce intorno alla questione genera delle riflessioni radicali sul contemporaneo.

In particolare, l’assonanza tra cake e fake (l’inglese è la lingua principalmente adottata in casi come questo) giustifica l’entusiasmo di una comunità, quella internet, che si dimostra piuttosto consapevole dei limiti, ormai evidentissimi, imposti al concetto di realtà (Tanni 2023, pp. 165-171). Il nonsenso che caratterizza la discussione, tanto sul piano della forma quanto su quello del contenuto, si trasforma agilmente in «un attivatore dell’immaginazione» (Tanni 2020, p. 214), capace di affrontare, con semplicità ed efficacia disarmanti, le più importanti implicazioni della questione sul piano estetologico: di fronte alla moltiplicazione costante di informazioni verosimili e difficilmente accertabili, le possibilità del sensorio umano, così come quelle del sapere, sono pressoché indiscernibili. Il senso, nella sua doppia accezione di sensibile e di significato, è presente solo al modo, fantasmatico, dell’assenza.

La versione virale del sospetto nei confronti del reale avrebbe quasi sicuramente attirato l’interesse di un grande esponente dell’estetica italiana, scomparso nel 2005. Nel testo Emilio Garroni. Crisi e critica delle arti contemporanee (Quodlibet 2025), Andrea D’Ammando fornisce infatti l’occasione di uno sguardo attraverso la parabola intellettuale di Emilio Garroni, proprio in relazione alla questione del senso. Il volume, diviso in tre capitoli, se ne occupa in particolare a partire dall’analisi di un’altra grande protagonista della riflessione del filosofo romano: la crisi.

Anzitutto, quella delle arti contemporanee, a cui D’Ammando dedica il primo capitolo del volume e sulla quale Garroni ha lavorato lungamente nella sua produzione iniziale. Esplosa, e pienamente messa a fuoco, nel corso del Novecento, a causa di un progressivo accostamento tra arte e vita, si tratta, secondo Garroni, di una crisi semantica, di cui si possono rintracciare le prime avvisaglie nell’imporsi del mito ottocentesco «del soggettivismo e dell’individualismo sfrenato» (D’Ammando 2025, p. 54). Scrive D’Ammando: «Una crisi (semantica) delle arti è anche – e forse in prima istanza – una crisi della cultura, e ha a che fare con la crisi della capacità di produrre (e riconoscere come tali) segni e significati culturalmente qualificati» (ivi, p. 30), abilità che certo è possibile riconquistare, a patto però di assumersi l’onere di «un lavoro lungo» e, soprattutto, «collettivo» (ivi, pp. 30-31).

Il malanno comune a buona parte delle arti contemporanee occidentali, sarebbe quindi da ricercarsi nella diffusa tendenza a esaltare l’esperienza vissuta, e solipsistica, di un presente senza echi, che suona a vuoto, che manca di un’intenzione istituzionale perché non può farsi regola condivisa. Se ne possono rintracciare i sintomi nella dilagante estetizzazione, quando non spettacolarizzazione vera e propria, del quotidiano, che comunque – e di questo Garroni era già pienamente consapevole – caratterizza i fenomeni culturali ben oltre l’ambito artistico.

La seconda crisi che si incontra leggendo è invece di natura metodologica e di matrice più personale. Riguarda la tormentata relazione di Garroni con la semiotica, disciplina alla quale egli si rivolge in prima battuta per affrontare la questione che lo interroga. Infatti, quale migliore candidata per una riflessione sul senso? Per sua stessa ammissione, il progetto semiotico di Garroni si rivela, però, un fallimento, dichiarato apertamente in Ricognizione della semiotica (1977). Quel che gli interessa non è infatti uno studio dei significati, quanto piuttosto la loro espressione materiale, il loro ancoraggio sensibile e la possibilità della loro validazione intersoggettiva.

A partire da un corpo a corpo con il testo kantiano, e in particolare con la Critica della facoltà di giudizio, da cui non si smarcherà per i successivi tre decenni, Garroni si rivolge quindi all’estetica. Il testo che segna la svolta si intitola significativamente Estetica ed epistemologia (1976) ed è qui che Garroni comincia a delinearne una formulazione come «filosofia non speciale», non una riflessione settoriale sull’arte, ma un’indagine sul gusto, inteso come capacità di discernimento del senso dell’esperienza. Per Garroni, l’estetica non riguarda la conoscenza, ma ciò che la precede necessariamente, quello che si potrebbe definire «una sorta di stato d’animo conoscitivo, o, diciamo, “conoscere sentito”» (Garroni 1998, p. 103).

Come ricorda D’Ammando nel terzo e ultimo capitolo, l’interesse estetologico dell’arte si deve infatti per Garroni al suo essersi configurata come un «gioco organizzato e in divenire» (1977, p. 147), alternativo, ma non opposto, al linguaggio articolato e alla conoscenza, che sa anzi ricomprendere al suo interno a diversi livelli. Perché, insomma, attraverso di essa è possibile ragionare sull’esperienza in maniera esemplare. E perciò, conclude D’Ammando: «Con la caduta dell’esemplarità dell’arte, d’altronde, non cadrebbe al tempo stesso il senso, che si mostrerebbe e “forse si mostra già”, altrove, in contingenze diverse rispetto a quelle artistiche» (2025, p. 258). L’autore lo ricorda, Garroni, aveva intravisto proprio in «qualche mutamento positivo in senso telematico» (ibidem) questa possibilità, che a suo avviso avrebbe dovuto passare per una «remitizzazione razionale», da intendersi come simbolizzazione dell’esperienza «istituzionalizzata e come tale necessariamente con-venzionale» (ivi, p. 100).

Torniamo allora per un momento al mondo che potrebbe rivelarsi una torta iperrealistica sotto mentite spoglie. L’attenzione per la realtà e per il vissuto individuale di certo caratterizza ancora le ossessioni che circolano su internet (e continua a dominare i fenomeni culturali in genere, dall’arte all’autofiction letteraria). A tal riguardo, è giusto ricordare la cautela con cui già Garroni si era espresso, consapevole del pericolo di uno scivolamento totale in una «casualità quotidiana» (ivi, p. 259) (e, se si guarda a fenomeni come l’AI slop, la cautela sembra davvero necessaria). D’altra parte, casi come quello citato in apertura potrebbero rappresentare una sorta di mitopoiesi postmediale, il configurarsi di un kantiano senso comune online. Si tratterebbe, insomma, di un tipo di oggetto culturale che, pur concentrandosi sul quotidiano, non si esaurisce nel mero contenuto, ciò di cui parla, ma che lo sfrutta, riuscendo a far parlare (collettivamente) d’altro.

Il testo di D’Ammando ha dunque il grande merito di riportare l’attenzione su un autore fondamentale per il panorama filosofico italiano e, con lui, su un certo modo di fare estetica, attento alla materialità dei fenomeni, non solo di quelli artistici. Con la sua indagine, l’autore offre una prospettiva sull’estetica come “sapere sensato”, tanto più necessario perché particolarmente adatto a scandagliare il (non)senso culturale contemporaneo, per recuperare un ancoraggio al mondo. Che si tratti di una torta, oppure no.

Riferimenti bibliografici
E. Garroni, Estetica ed epistemologia. Riflessioni sulla “Critica del Giudizio” di Kant (1976), Unicopli, Roma 1998.
Id., Ricognizione della semiotica, Officina, Roma 1977.
V. Tanni, MEMESTETICA. Il settembre eterno dell’arte, Nero, Roma 2020.
Id., Exit Reality. Vaporwave, backrooms, weirdcore e altri passaggi oltre la soglia, Nero, Roma 2023.

Andrea D’Ammando, Emilio Garroni. Crisi e critica delle arti contemporanee, Quodlibet, Macerata 2025.

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