Il 10 febbraio del 1875 nasceva a Salerno Elvira Notari, regista a lungo dimenticata, a cui è dedicato un recentissimo documentario intitolato Elvira Notari, oltre il silenzio (Ciriaci, 2025). Uscito in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita della regista – presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e ora nella cinquina della sezione documentari dei David di Donatello – il film è l’ultimo tassello dell’importante lavoro di riscoperta che in anni recenti ha fatto in modo che si tornasse a parlare di questa donna geniale, la cui memoria è caduta per troppo tempo nell’oblio, e dei numerosissimi film di cui è stata autrice: un centinaio, fra film a soggetto e documentari, andati quasi tutti perduti, a eccezione di un paio di lungometraggi, sopravvissuti in forma quasi completa – ‘A santanotte (1922) e È piccerella (1922) –, oltre ad alcuni cortometraggi e qualche frammento delle tante riprese dal vero realizzate a Napoli e in Campania, soprattutto.  

Almeno due ragioni possono essere addotte per tentare di spiegare il perché di questa damnatio memoriae. La prima, storicamente inconfutabile, ha a che fare con la scelta di Notari di ritirarsi dalla scena cinematografica nel 1930, dopo che la Dora Film – la casa di produzione che Elvira aveva fondato nel 1906 a Napoli, insieme a suo marito Nicola – chiude i battenti. Il fantasma del fascismo getta un’ombra ancora più scura su quella chiusura, avvenuta nello stesso anno in cui il regime assume la decisione di centralizzare a Roma l’intera produzione cinematografica nazionale, determinando la fine immediata di tante case, soprattutto meridionali, come la Dora Film; quest’ultima accusata, come se non bastasse, di realizzare film che per temi, ambientazioni e stile erano ritenuti inappropriati, quando non addirittura ostili, al progetto culturale e cinematografico di Mussolini.

Dei film girati da una donna che vuol raccontare storie di altre donne insubordinate al potere degli uomini, in cui la gente povera e le strade di una città come Napoli diventano protagoniste indiscusse, il regime non vuole saperne in alcun modo. Per questo motivo, li condanna a diventare presto completamente invisibili, tanto da rimanere assenti per decenni da tutte le storie ufficiali del cinema italiano. È alla fine di quella gloriosa esperienza, che aveva portato la Dora Film fino a New York, che Elvira si ritira a Cava de’ Tirreni, assieme a uno zio sacerdote, lasciando la sua famiglia a Napoli, fino alla sua morte, giunta nel 1946.

A questa parte di racconto se ne aggiunge un’altra, ancora meno nota, che il film ricompone, attribuendole una certa importanza, nel tentativo di restituire un ritratto quanto più completo possibile della regista. È la storia della terza figlia di Elvira e Nicola, Maria (arrivata dopo Edoardo – interprete di molti film della madre e Dora) che la donna decide di affidare a un orfanatrofio e di non crescere lei stessa. Per ciò che è stato possibile ricostruire, Elvira non avrebbe mai incontrato Maria che, da parte sua, anche in età adulta, non ha mai parlato a nessuno di sua madre e della sua storia. Ed è così che, per la seconda volta, la figura di questa donna, regista, moglie e madre, viene dimenticata perché, per ragioni diverse, si smette di parlare di lei.

Il merito del film di Ciriaci è quello di tornare a intrecciare i fili di tutti questi racconti interrotti e ricomporli come possibile, a partire dalla voce di coloro che, in questi lunghi anni di silenzio, hanno continuato a prestare attenzione alla figura di Elvira Notari dedicandole retrospettive, studi, pubblicazioni. Sono concepite con questo scopo le interviste che costituiscono la struttura portante del film, insieme alle immagini dei film di Elvira che sono sopravvissute all’oblio. Un ruolo centrale hanno, per esempio, gli interventi di Flavia Amabile, autrice di una biografia di Notari in forma di romanzo (uscita per Einaudi nel 2022), e Giuliana Bruno che alla regista dedica uno dei primi studi accademici, Rovine con vista. Alla ricerca del cinema perduto di Elvira Notari (1995): volume fondamentale nel cammino che ha condotto verso una graduale riscoperta dell’autrice napoletana, fino al film di Valerio Ciriaci.

Su questa strada, quella di Elvira Notari diventa una vicenda esemplare per porre una domanda più generale circa il modo in cui i racconti si tramandano, si scrivono, si consolidano o, al contrario, si interrompono, lasciando che alcune cose semplicemente si dimentichino. A partire da qui, quella che il documentario di cui stiamo parlando si assume è la responsabilità di riscoprire l’opera di una regista rimasta fuori dalle narrazioni ufficiali. Riscrivere la Storia a partire dal punto di vista dei vinti (di quelli, cioè, che la storia ha cancellato, proprio come Elvira) è il progetto a cui Walter Benjamin pensava quando scriveva, poco prima di morire le sue Tesi (1940). Si trattava, evidentemente, di un’ipotesi azzardata e per questo realmente rivoluzionaria, fondata sul presupposto che questa nuova idea di storia dovesse partire da un resto, da semplici frammenti che al narratore spetta poi ricomporre, in un’operazione che assomiglia al modo in cui funziona, fra le altre cose, il montaggio cinematografico.

Le vicende che riguardano la vita e l’opera di Elvira Notari danno a chi le incontra l’occasione per mettere alla prova quell’idea benjaminiana e provare a raccontare (a partire dalle immagini frammentarie che del suo enorme lavoro sono miracolosamente sopravvissute) le storie minuscole di donne e uomini – poveri abitanti dei sobborghi di Napoli – che la Storia ha lasciato soccombere proprio come i film di cui erano protagonisti. È ciò che fa Giuliana Bruno del suo bellissimo studio, con un gesto che Valerio Ciriaci in un certo senso ripete, portandolo fuori dalle pagine di un libro e trasformandolo in un film che fa propria la forma del racconto per frammenti. Di quel gesto, il documentario assume anche tutte le implicazioni politiche, quando nei fatti dimostra cosa significhi raccontare la storia dei vinti, o meglio delle vinte: donne di oggi che scoprendo la vita e il lavoro artistico di Elvira Notari incontrano per la prima volta parti nascoste di loro stesse e imparano coraggiosamente a esprimerle. Il cinema che partecipa attivamente a questo processo collettivo di presa di coscienza e lavoro della memoria è un cinema autenticamente politico, proprio come quello che Elvira Notari aveva cominciato a realizzare, cento anni fa, e che per questa ragione è stato inviso a molti. Riscoprirlo significa dare nuova linfa al cinema di oggi e alla sua possibilità di intervenire, ancora una volta, nelle cose del mondo.

Elvira Notari. Oltre il silenzio. Regia: Valerio Ciriaci; fotografia: Isaak J. Liptzin; fotografia: Francesca Sofia Allegra; con: Teresa Saponangelo, Giuliana Bruno, Flavia Amabile, Cristina Vatielli, Francesca Consonni Gian Luca Farinelli, Mario Franco, Matteo Cirillo, Simona Frasca, Antonella Monetti, Michele Signore, Anna Marrone, Giuliana Muscio, Maria Assunta Pimpinelli, Elisa Laricchio, Maria Matrullo, Pippo Santonastaso, Lucio Senatore, Giuseppe Solla; produzione: Parallelo 41 Produzioni, Awen Films, Cinecittà con Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale Cineteca di Bologna; origine: Italia, Stati Uniti d’America; durata: 90′; anno: 2025.

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