Una foto in bianco e nero di un giovane volto di donna con occhi chiusi e capelli neri mossi da un gesto deciso e da un soffio di vento, invisibile compagno di solitudine. Alla immobilità quasi statuaria della parte superiore del corpo, chiusa in una giacca nera, si oppone il movimento risoluto della testa, che esprime diniego, e il desiderio di volgersi altrove. Dietro, si intravedono il mare, la linea ferma dell’orizzonte e in alto nuvole grigie. Nell’Aeroporto di Atene, nelle città e lungo le strade da Atene a Micene ad Argo fino a Epidauro, mi ha accompagnato questa fotografia scelta per i manifesti – per i poster e i libretti – di Electra di Sofocle in scena nel teatro antico di Epidauro (4-5 luglio 2025, Athens Epidaurus Festival): un prologo silenzioso allo spettacolo diretto da Dimitri Tarlow (Poreia Theater). Nella foto è distillata la solitudine di Elettra, il nero dolore dei lutti e dei pianti che la luce e il vento hanno ascoltato (Elettra, versi 86-88); è distillato il no – a una madre non-madre (Clitemnestra) e assassina dell’amato padre (Agamennone) –, e il volgersi verso il pensiero dell’indimenticato fratello Oreste. «È lui che io attendo / senza mai stancarmi, mentre / senza figli né sposo, infelice / mi aggiro in eterna solitudine, / madida di lacrime, con la mia sorte / inesausta di sventure», dice Elettra al Coro delle nobili donne di Micene (versi 164-167).

La regia di Dimitri Tarlow si è concentrata con rigore sulla dolorosa solitudine di Elettra e sulla sfida di concertare attorno a questa i pathe della protagonista, anzitutto l’odio nei confronti della madre, la rabbia per una vita non-vita, il desiderio di un fratello perduto. Loukia Michalopoulou/Elettra restituisce la consapevolezza che il personaggio sofocleo ha delle proprie destabilizzanti e corrosive emozioni senza cedere ai rischi – molto spesso in agguato nel ri-mettere-in-azione oggi la tragedia greca – di una recitazione enfatica. Il corpo-voce di Michalopoulou/Elettra muove in scena gli stati d’animo di una figlia trattata con disprezzo, come una straniera senza dignità, ridotta a servire nel palazzo di un padre che non è più, in stanze possedute dalle mani ingannatrici e omicide di Clitemnestra e del suo amante Egisto, nuovo re. Il costume di Michalopoulou/Elettra è nero non solo perché il lutto proverbialmente si addice a Elettra, ma per dare immediata percezione della diversità di Elettra da tutte le altre figure, in primo luogo Clitemnestra, una Ioanna Pappa con allure da diva, che si muovono dentro e fuori la reggia degli Atridi a Micene, e per suggerire la consonanza di una vita buia di speranze simile a quella delle spettrali presenze di Agamennone e Ifigenia. A queste figure, ipotesto immanente della tragedia, la regia di Tarlow e l’interpretazione di Michalopoulou (Elettra) e Pappa (Clitemnestra) hanno saputo dare doverosi primi piani nel lacerante dialogo fra madre e figlia, nelle domande martellanti e quasi senza scampo rivolte dall’una all’altra. La funzione di queste ombre è anche prolettica: il dialogo di Elettra e Clitemnestra viene interrotto dal Pedagogo (Giannis Anastasakis) che annuncia la morte di Oreste. Questo turning point di Electra accentua la contrapposizione fra madre e figlia che si consuma sulla scena di Tarlow tra la reazione realmente straziante di Elettra/Michalopoulou e quella di segno opposto di Pappa/Clitemnestra: per lei il dolore iniziale si mostra quello che è, un dolore apparente, che presto si trasforma nell’ebrezza di una nuova vita, libera dalla paura di un figlio vendicatore dell’assassinio del padre. La solitudine di Elettra/Michalopoulou riempie la scena e i tanti vuoti tra i pochi elementi: la tortuosa scala, che porta a un palazzo solo da intuire, ombra di se stesso ma anche voragine, posta fra le ante di una porta fuori asse; una panca; un lampione. Il destino che a Elettra sembrava immutabile viene rovesciato dalle parole della sorella Crisotemi/Grigoria Metheniti che irrompe nell’orchestra di Epidauro con una energia gioiosa amplificata dall’esplosione di fiori colorati dell’abito. Le due sorelle, legate da analogie e dicotomie alle altre celeberrime sorelle sofoclee, Antigone e Ismene, giocano una varietà di ethe e pathe che le due interpreti (Metheniti e Michalopoulou) hanno saputo cogliere in modo convincente. Lo stesso accade con il dittico Elettra/ Michalopoulou-Oreste/Anastasis Roilos. La dolorosa solitudine di Elettra si scioglie man mano, nel progressivo riconoscimento del fratello amato e nel condiviso intento di liberare la loro casa da chi «ha il nome di madre, ma ad una madre in nulla è simile» (verso 1194) e dall’usurpatore. Dell’urlo di Pappa/Clitemnestra uccisa dal figlio all’interno del Palazzo risuona cupamente il teatro; su Egisto condannato a morte scende il buio in finale di tragedia e nella notte di Epidauro. A questo personaggio si è voluta dare un’immagine tragicamente ridicola scegliendo per lui il costume di The Thinker (1936), il pensatore dipinto ironicamente da Yannis Tsarouki, pittore, costumista e scenografo al cui lavoro Tarlow e Paris Mexis (costumista e scenografo) hanno dichiarato di essersi ispirati.

Riferimenti bibliografici
F. Condello, Elettra. Storia di un mito, Carocci, Roma 2010.
Sofocle, Aiace. Elettra, introduzione e note di Enrico Medda, traduzione di Maria Pia Pattoni, Rizzoli, Milano 1997.

Elettra. Opera di: Sofocle; regia: Dimitri Tarlow; traduzione: Giorgos Chimonas; collaboratore alla drammaturgia Eri Kyrgia; lingua: greco (sottotitoli in greco e in inglese); scene e costumi: Paris Mexis;
composizione musiche: Fotis Siotas; disegno del suono: Ilias Flammos; disegno luci: Alekos Anastasiou; choreography: Markella Manoliadi; cast: Giannis Anastasakis Pedagogue, Grigoria Metheniti Chrysothemis, Loukia Michalopoulou Electra, Nikolas Papagiannis Aegisthus, Ioanna Pappa Clytemnestra, Anastasis Roilos Orestes, Periklis Siountas Pylades; Coro: Margarita Alexiadi, Asimina Anastasopoulou, Ioanna Demertzidou, Ioanna Lekka, Eleni Kilinkaridou-Sisti, Lydia Stefou, Anna Symeonidou, Chara Tzoka, Eleni Vlachou; musica dal vivo: Fotis Siotas, Tasos Misirlis. Athens Epidaurus Festival; anno: 2025.

*Foto di Patroklos Skaphidas

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