A proposito del web (e della sorveglianza)

di MARTINO FEYLES

Documanità. Filosofia del mondo nuovo di Maurizio Ferraris.

A proposito del webDocumanità è un libro che bisogna leggere. L’imperativo categorico del mondo editoriale contemporaneo – “publish or perish!” – ha prodotto e continua a produrre una proliferazione incontrollata di libri spazzatura, di saggi confezionati con la sagacia del copia-incolla, di enciclopedie del totalmente inutile. In questo clima di bombardamento para-editoriale, il libro di Ferraris è da segnalare per tre caratteristiche che, nonostante l’apparente ovvietà, sono ormai merce rara. In primo luogo si tratta di un libro in cui ogni due o tre pagine c’è un’idea: il lettore riscopre così, con sommo stupore, che per scrivere bisogna avere delle idee e per leggere bisogna anche pensare, almeno a tratti. In secondo luogo Documanità è un libro scritto in un linguaggio diretto, comprensibile, accessibile a tutti (o quasi): questa virtù rara della chiarezza appare ancora più preziosa, da quando all’imperativo categorico di cui sopra si è aggiunto l’imperativo ipotetico dello stile: “Se vuoi sembrare colto, allora scrivi in modo inutilmente criptico!”. In terzo luogo va detto che il libro di Ferraris affronta un argomento che è semplicemente interessante, attuale e di indubbia rilevanza politico-sociale. Anche in questo caso quello che dovrebbe essere ovvio in realtà non lo è: nell’epoca in cui la micrologia filosofica esercita il suo ingegno sui micro-problemi proposti dalla micro-parcellizzazione del sapere, è bello scoprire che ci sono anche degli interrogativi filosofici che hanno un interesse generale.

Nello specifico il problema di interesse generale che Ferraris affronta è quello del web. Il punto di partenza del libro è l’idea che la rete rappresenti una rivoluzione tecnologica epocale che sta cambiando e continuerà a cambiare il nostro mondo. Ferraris cerca di comprendere questo cambiamento dal punto di vista ontologico, dal punto di vista antropologico e anche dal punto di vista etico-politico. Ma l’ipotesi fondamentale su cui il libro si regge è che il cambiamento in atto debba essere interpretato senza incertezze come un progresso. Documanità prende le distanze dal vittimismo apocalittico che ancora va per la maggiore nelle pubblicazioni filosofiche dedicate alla tecnologia, ai media, alla rete. Ferraris su questo punto insiste ripetutamente, utilizzando tutti gli strumenti dell’ironia, della persuasione, della retorica. L’argomento di fondo è ben sintetizzato nella seguente formulazione: è necessario abbandonare «il vittimismo che imputa a forze occulte ciò che dipende da noi» (Ferraris 2021, p. 51). Questo vittimismo manca il bersaglio e ha effetti politici nefasti perché, di fatto, mentre crede di colpire criticamente i potenti e i capitalisti, impedisce ogni azione realistica volta a cambiare effettivamente lo status quo.

Alla base dell’equivoco vittimista c’è, secondo Ferraris, una filosofia politica antiquata, che ripropone meccanicamente certi schemi di pensiero marxisti, che probabilmente lo stesso Marx oggi considererebbe superati. Nell’epoca del web bisogna ripensare completamente la nozione di lavoro, la nozione di alienazione, la dialettica servo-padrone e tutti gli altri concetti fondamentali che sono in grado di spiegare (e dunque criticare) una società fondata sul capitalismo industriale, ma non una società fondata sul capitalismo documediale. Ma alla base dell’equivoco vittimista, più ancora che una filosofia politica, c’è un’antropologia sbagliata. Infatti la seconda parte del libro (Rivelazione: chi siamo?) è sostanzialmente una decostruzione dell’antropologia classica. Mentre nella tradizione occidentale la tecnologia appare come una perversione della natura umana, al contrario nella prospettiva di Ferraris l’uomo è un animale costitutivamente tecnico. Non esiste «un umano pretecnologico» (ivi, p. 99) e in realtà non esiste nemmeno l’umano. Quello che l’uomo è dipende da quello che l’uomo fa. E poiché quello che l’uomo può fare dipende dalla sua tecnica, l’antropogenesi coincide con la tecnogenesi e l’evoluzione della natura umana segue il ritmo dell’evoluzione tecnica. Si tratta di una tesi che proviene da Leroi-Gourhan – che nelle note viene riconosciuto come un autore le cui parole «illuminano il presente con una luce senza eguali» –, una tesi che arriva a Ferraris anche grazie alla mediazione di Derrida. Ma soprattutto si tratta di una tesi che squalifica in partenza ogni visione pregiudizialmente negativa degli artefatti tecnologici, dei media in generale e del web in particolare.

Questo tentativo di pensare il web partendo da un’antropologia in cui la tecnica è costitutiva e utilizzando un’ontologia di provenienza derridiana, in cui la scrittura – o l’«isteresi»: per usare l’espressione di Ferraris – è la condizione di possibilità di ogni realtà, è senza dubbio interessante e convincente. Restano, ovviamente, dei punti problematici e vorrei segnalarne uno in particolare. Nella sua polemica contro il vittimismo apocalittico Ferraris se la prende con l’idea  del cosiddetto «capitalismo di sorveglianza». Due sono gli  argomenti più importanti che vengono presentanti in Documanità contro questa idea. In primo luogo Ferraris argomenta sostenendo che il capitalismo non ha altro scopo al di là del profitto. Ora, la sorveglianza è un costo che non produce profitto. Parlare di un “capitalismo di sorveglianza” significherebbe dunque «presupporre un qualche interesse che travalichi quello commerciale, tale di indurre a controllare l’umanità» (ivi, p. 32). Ma tale interesse per Ferraris non esiste, proprio perché l’unico vero interesse del sistema capitalistico non è di natura ideologica, ma commerciale. In questa prospettiva le grandi piattaforme che governano il web hanno un unico scopo, che è produrre profitti, e, di conseguenza, non hanno alcun vero motivo di controllare o manipolare «gli orientamenti ideologici» degli utenti.

Il secondo argomento chiama in causa Foucault, che certamente è uno degli intellettuali di riferimento per la critica al potere di sorveglianza. In particolare Ferraris cerca di decostruire il paragone tra il web e il Panopticon. L’analisi foucaultiana del Panopticon aveva senso in relazione a un modello di stato – la monarchia assolutista francese – che aveva dei tratti di centralismo e autoritarismo molto marcati: «Ma l’applicazione alle piattaforme è una metabasis eis allo ghenos: non c’è nulla in comune fra uno stato centralista e il decentralizzatissimo e rizomatico capitale documediale» (ivi, p. 34). Soprattutto il grande elemento di differenza consiste – secondo Ferraris – nel fatto che le piattaforme che governano il web non hanno il diritto di punire. Poiché ci «sono buoni motivi per dubitare che il concetto di “sorveglianza” abbia un senso qualsiasi se non si accompagna al concetto di “punizione”», la critica al capitalismo di sorveglianza prenderebbe di mira una chimera.

I due argomenti però non sembrano convincenti. In primo luogo sembra difficile negare che l’interesse commerciale sia anche un interesse ideologico. Se è vero che lo scopo primario dei grandi monopoli del digitale è il profitto, è altrettanto vero che il profitto aumenta in modo esponenziale tanto più si diffonde un determinato stile di vita e determinati modelli culturali. L’interesse per il profitto implica un interesse per quell’ideologia che favorisce il profitto. Il fatto che questa ideologia venga il più delle volte nominata con formule che hanno un fastidioso retrogusto moralistico – per esempio «ideologia del consumo» –, non rende meno pertinente il nesso.

Anche il secondo argomento in realtà è assai problematico. Certamente Google non ha il diritto (Deo gratias!) di punire gli utenti che hanno comportamenti giuridicamente o politicamente scorretti. Ma il problema è che Google sa chi sono questi utenti, mentre la polizia, lo Stato, la magistratura tendenzialmente non lo sanno (a meno che non si rivolgano a Google o alle altre piattaforme che hanno il monopolio delle informazioni). Il potere di sorveglianza è una delle prerogative fondamentali del potere statale, perché nello stato di diritto l’ordine pubblico è assicurato e tutelato solo ed esclusivamente dallo Stato stesso. Google, però, non è un organo statale di polizia, ma un azienda privata. Ora, il fatto che due o tre aziende private abbiano a disposizione più informazioni sui comportamenti illegali dei cittadini di quante ne abbiano a disposizione la polizia o i servizi segreti, pone un problema politico fondamentale. La questione non è se i padroni del web possano o meno punire gli utenti, ma se abbiamo o meno il diritto di esercitare una sorveglianza generalizzata, che dovrebbe essere legittima solo quando è statale. Nello stato di diritto non può esistere giustizia privata e non può esistere polizia privata: perché invece la sorveglianza può essere privata?

A proposito del web

Maurizio Ferraris, Documanità. Filosofia del mondo nuovo, Laterza, Roma-Bari 2021.

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