Negli ultimi anni c’è stata una vera e propria Dewey Renaissance: non solo in Italia, ma anche all’estero, in particolare in alcuni paesi come la Francia e la Germania, assistiamo a una rinascita degli studi su questo eclettico e prolifico pensatore americano. Il pensiero di Dewey gioca da alcuni decenni, almeno a partire dal recupero del pragmatismo da parte di Richard Rorty, un ruolo di mediazione tra le correnti continentali e le correnti analitiche della filosofia contemporanea. Questo pensiero è, da una parte, un luogo d’incontro; dall’altra, è un terreno da cui germogliano i semi di nuove idee. Dewey non è, pertanto, solo un pensatore su cui studiare, ma è anche, a volte soprattutto, un pensatore con cui studiare i problemi della nostra epoca. D’altronde, una simile impostazione degli studi filosofici corrisponde all’intima vocazione del pensiero di Dewey. A riprova dell’interesse per questa figura, è nata presso le Università di Bologna e Sapienza di Roma la sezione italiana del Center for Dewey Studies.
Alla ricerca si affianca un’intensa attività di riedizioni e nuove traduzioni. È attesa per la fine di gennaio 2026, per Einaudi, una nuova edizione curata da Giovanni Matteucci, uno dei massimi esperti italiani del pensiero di Dewey, di una tra le opere principali dell’autore, Esperienza e natura. Dewey fa così ingresso nel pantheon di una tra le più prestigiose case editrice storiche italiane. Un editore molto impegnato nella riscoperta del pensatore americano è Raffaello Cortina, che ha da poco dato alle stampe un altro importante saggio del filosofo, Natura umana e condotta, di pochi anni precedente a Esperienza e natura: il primo libro esce nel 1922, il secondo nel 1925.
È abbastanza chiaro perché un editore come Cortina, da sempre all’avanguardia nel dialogo tra scienza e filosofia e nel seguire le nuove tendenze della psicologia e della scienze cognitive, abbia intrapreso la pubblicazione di testi di questo autore. Dewey è stato infatti tanto filosofo quanto studioso di psicologia e di scienza dell’educazione. Si vedano in proposito i saggi Come pensiamo, curato da Chiara Bove, e Esperienza e educazione o Le fonti di una scienza dell’educazione, curati da Francesco Cappa.
Veniamo al libro in questione, Natura umana e condotta, curato e tradotto per la prima volta in italiano in maniera impeccabile da Guido Baggio, Marco Piazza e Clara Silva. Il sottotitolo (originale) del saggio recita Introduzione alla psicologia sociale. Dewey in realtà ha fatto molto di più: ha cercato un punto di mediazione tra approccio psicologico e approccio filosofico nella ricerca delle spiegazioni relative ai nostri comportamenti e alle nostre azioni. Dewey torna così a una delle grandi questioni dell’etica moderna: la possibilità di giungere a una comprensione plausibile e adeguata della natura umana.
Questo programma sembrerebbe mettere a prima vista il pensiero di Dewey sull’essere umano inteso come attore sociale in linea di continuità con una tradizione che trova nell’empirismo britannico, e in particolare nella filosofia di David Hume, la sua espressione moderna più avanzata. In realtà Dewey critica Hume e gli empiristi non meno di quanto faccia con Kant e con la sua etica normativa, fondata sul primato della ragione sulla sensibilità. Dewey non colloca il fondamento dell’etica nella ragione o nel sentimento a partire da considerazioni astratte. Una simile impostazione, quali che ne siano le premesse e gli esiti, accetta fin dall’inizio un dualismo che Dewey si ripromette di superare. La natura umana è pensiero e sensibilità: la questione non è capire se il primato spetti alla ragione o al sentimento, ma come essi riescano ad armonizzarsi nel concreto dei comportamenti.
Al centro della riflessione di Dewey sul comportamento umano c’è un’originale concezione di «abito» (habit): essa rende ragione della profonda differenza che separa il suo pensiero etico da quello di un empirista come Hume. Per Dewey l’abito non è un’acquisizione passiva dell’individuo, che prende forma attraverso il ripetersi e lo stratificarsi di sensazioni simili. L’abito ha un aspetto attivo e formativo, in quanto esso si consolida nell’interazione con l’ambiente, non attestandosi su una ricettività passiva che precederebbe e informerebbe il passaggio all’azione. Gli abiti non producono valutazioni e preferenze se non in quanto dirigono e plasmano l’agire. È attraverso un certo modo di agire che l’individuo si fa una certa immagine del mondo, non viceversa. Gli abiti sono sempre abiti d’azione, i quali danno luogo, per il fatto stesso di configurare l’interazione con un ambiente, a valutazioni e preferenze.
La ragione di fondo che porta Dewey a sostenere questa tesi sta nel fatto che solo così è possibile mantenere alla base delle nostre teorie morali e sociali una concezione autentica della vita.L’abito pertiene tanto all’azione quanto alla percezione: è anzi, si potrebbe dire, il punto di fusione tra queste due “facoltà”, o agencies come si direbbe oggi, della natura umana. In fondo, la filosofia sociale e l’etica fanno capo in Dewey a una grande teoria dell’interazione: si potrebbe anche dire che gli abiti sono forme dinamiche di controllo della realtà, le quali si modificano in corrispondenza con la nostra capacità di entrare in relazione con l’ambiente. Gli abiti sarebbero dunque, nella vita dell’individuo, il correlato della sua capacità di adattare l’ambiente ai propri bisogni. Una trasformazione deve avvenire in entrambe le direzioni: dal lato dell’ambiente e dal lato dell’individuo stesso.
Si comprende bene, allora, perché Dewey insista fin dalle prime pagine del libro sull’analogia tra abito e arte. Naturalmente non si deve intendere arte qui nel senso ristretto dell’estetica moderna e del sistema delle belle arti, ma nel senso allargato che comprende tutte le forme di saper fare, tutte le “tecniche” che trasformano la realtà e specializzano l’azione umana. È tra l’altro un’idea di arte che Dewey tornerà a sostenere nelle importanti pagine che dedica all’estetica di Esperienza e natura. Emerge così da Natura umana e condotta quasi un’anticipazione delle “estetiche dell’esistenza” di cui parlerà Michel Foucault alla fine del XX secolo. Ed è forse, quella di Dewey, una concezione perfino più sottile e articolata rispetto a quella di Foucault, in quanto, nel gettare un ponte tra etica ed estetica, riabilita e attualizza l’idea antica di arte come techne, un sapere capace di operare con destrezza nella contingenza del reale.
John Dewey, Natura umana e condotta. Introduzione alla psicologia sociale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2025.