De Martino nacque a Napoli il 1° dicembre del 1908 e vi trascorse gran parte della sua infanzia e della giovinezza, tranne un breve periodo vissuto a Firenze con la sua famiglia. Nel capoluogo toscano frequentò il ginnasio presso il Liceo Michelangiolo, costruì delle amicizie e visse dei momenti di profonda crisi religiosa. Al ritorno a Napoli durante gli studi universitari conobbe una figura inquieta e carismatica, l’archeologo e antichista Vittorio Macchioro (di cui divenne il genero sposando la figlia Anna) e si laureò nel 1932 in Filosofia con una tesi di taglio storico-religioso dedicata ai “Gephyrismi Eleusini”. Ebbe come relatore Adolfo Omodeo, insigne studioso del cristianesimo e del Risorgimento e figura chiave dello storicismo idealistico (e poi dell’antifascismo azionista).
Il giovane de Martino fu un fervente militante dei GUF e si iscrisse al PNF e alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Tra crisi religiose e misticismo fascista cominciò ad elaborare un ampio percorso di ricerca storico-religiosa auspicando che il fascismo divenisse una “religione civile”. Cominciò a scrivere di problemi politici e religiosi sui periodici dei giovani fascisti universitari e su riviste scientifiche: fra il 1933 e il 1938 scrisse su “L’Universal” di Berto Ricci, “La Nuova Italia” diretta da Luigi Russo, “Logos” diretta da Antonio Aliotta e poco dopo su “Religio” di Ernesto Buonaiuti. Sin dagli esordi collaborò con “Studi e materiali di storia delle religioni”, la rivista fondata e diretta da Raffaele Pettazzoni, mentre nel ’43 scrisse su “Primato”, il periodico guidato da Giuseppe Bottai. Nel 1934 la famiglia si trasferì a Bari, per motivi di lavoro (il padre era un ingegnere delle ferrovie): nel capoluogo pugliese divenne marito (di Anna Macchioro, come detto, figlia di Vittorio), padre (di Lia e Vera de Martino) e insegnante liceale. All’inizio degli anni ‘40 si impose come studioso di etnologia e di storia delle religioni, grazie all’apprezzamento di Omodeo, all’incontro folgorante con Benedetto Croce e al sostegno accademico di Raffaele Pettazzoni (che fece pubblicare la sua tesi su SMSR, divenuta da allora la sede istituzionale più importante per i suoi lavori scientifici).
A Bari ebbe una intensa frequentazione con gli intellettuali antifascisti che gravitavano attorno all’editore Laterza, entrò in contatto personale con Benedetto Croce e partecipò al movimento liberal-socialista guidato da Tommaso Fiore, subendo prima una ammonizione e poi il trasferimento coatto a Lucca. Nel dopoguerra fu segretario della federazione barese del Partito socialista: una esperienza decisiva che gli permise di realizzare l’incontro personale, politico e poi etnografico con i contadini meridionali. Grazie all’esperienza politica entrò in contatto con una umanità che viveva ai margini della vita sociale, sospesa tra le guarentigie arcaiche di tipo magico-religioso e le nuove istanze di cambiamento sociale. Gli anni cruciali per la sua maturazione come studioso sono trascorsi in gran parte in provincia: infatti, nel capoluogo pugliese egli visse con la sua famiglia dal 1934 al 1948 e qui videro la luce la sua opera prima Naturalismo e storicismo nell’etnologia (Laterza, 1941) e i saggi che annunziavano il suo capolavoro: Il mondo magico (Einaudi, 1948), uno dei testi più rilevanti per la cultura italiana del Novecento e per il decollo degli studi antropologici.
Durante la Seconda guerra mondiale (dall’estate del 1943 alla Liberazione) si trovò catapultato sul fronte del Senio a Cotignola, in Romagna, nel paese natale della suocera, Rosita Parra, dove era riparato con la famiglia e dove prese parte alla lotta antifascista e al dibattito sulla ricostruzione del paese, producendo numerosi materiali per una piccolissima formazione politica, il Partito italiano del lavoro, consacrato alla messa in pratica di una nuova “religione della libertà”. Dalla fine degli anni ’40 al momento della sua scomparsa, avvenuta il 9 maggio del 1965, de Martino visse a Roma con la nuova compagna, Vittoria De Palma, che partecipò attivamente alle spedizioni etnografiche nel Meridione. Solo nel 1959 raggiunse l’agognato riconoscimento accademico come professore ordinario di Storia delle Religioni (e dal marzo ’65 di Etnologia) presso l’Università di Cagliari, città nella quale tuttavia non si trasferì, pendolando (come molti altri docenti del tempo) con Roma. In questo periodo assunse una certa notorietà, sull’onda del dibattito suscitato da Il mondo magico e grazie agli articoli apparsi su «Società», «Nuovi Argomenti» e sull’«Espresso».
Scrisse sulla stampa di sinistra, su riviste scientifiche e finanche su rotocalchi popolari per dare la massima visibilità alla sua battaglia per il rinnovamento della cultura italiana, inaugurando una etnologia storicistica in grado di colmare lo scandaloso iato tra cultura ufficiale e cultura popolare. Frequentò l’ambiente culturale marxista (e in particolare l’Istituto Gramsci), gli intellettuali laici, legati all’ALRI (Associazione per la libertà religiosa in Italia), e soprattutto quelli comunisti. Infatti, dal 1953 fu iscritto formalmente al Pci e in quegli anni divenne amico di Pietro Secchia. Tra i più originali e precoci lettori dell’opera di Antonio Gramsci, trasse dai Quaderni del carcere linfa preziosa per riformulare la sua proposta etnologica in sintonia con lo storicismo rilanciando le ricerche sulla cultura popolare grazie alla formulazione gramsciana del folklore come “cultura delle classi subalterne”.
Per un decennio elesse la Lucania come laboratorio antropologico e politico, tra lo scandalo etnografico della lamentazione funebre e dei riti magici e l’entusiasmo creativo per il “folklore progressivo” dei canti di protesta politica (documentati nel 1951 tra la Rabata di Tricarico e le zone rosse della Romagna). Chiamò a raccolta studiosi di vari campi disciplinari per realizzare ricerche in équipe volte a documentare la vita culturale del Mezzogiorno e arricchire il quadro conoscitivo della battaglia meridionalistica per l’emancipazione dei contadini. Promosse in tal modo uno sviluppo particolarmente originale ed engagé delle moderne scienze dell’uomo ancora deboli e precarie nel nostro sistema universitario. Con il sostegno dei partiti di sinistra e del sindacato, fondò il Centro etnologico italiano dove si riunirono i giovani più brillanti che si dedicavano agli studi antropologici (tra questi Diego Carpitella, Alberto Cirese, Vittorio Lanternari e Tullio Seppilli). Insegnò al Liceo Virgilio di Roma e fu comandato per diversi anni presso la Giunta centrale per gli studi storici; inoltre, frequentò assiduamente l’Istituto per le Civiltà Primitive e la Scuola di Perfezionamento in Scienze Etnologiche, dirette da Raffaele Pettazzoni presso l’Università di Roma.
Nell’ateneo romano fu libero docente in Etnologia e in Storia delle religioni. In questa prospettiva si dedicò alla riformulazione in chiave antropologica dei temi attinenti alla sfera del sacro e al processo culturale di ierogenesi, formulando il concetto di destorificazione mitico-rituale. Progettò dei programmi radiofonici per la Rai e fu consulente scientifico dei documentari e dei film etnografici di Luigi Di Gianni, Cecilia Mangini, Gianfranco Mingozzi, Lino del Fra, Giuseppe Ferrara, Brunello Rondi e Michele Gandin; diresse collane editoriali prestigiose, come la mitica Collana viola di Einaudi fondata con Cesare Pavese, e fu particolarmente attivo come consulente delle maggiori case editrici italiane (Einaudi, Feltrinelli, Il Saggiatore, Boringhieri, Laterza, Garzanti).
Dopo il dibattito sollevato dal Mondo magico e il clamore per le spedizioni etnografiche nel Meridione, realizzò un trittico di volumi destinati a incidere profondamente nella cultura italiana e nella costruzione delle scienze storico-religiose e demoetnoantropologiche (Morte e pianto rituale, Edizioni Scientifiche Einaudi dirette da Paolo Boringhieri, 1958; che vinse il Premio Viareggio; Sud e magia, Feltrinelli, 1959, che si aggiudicò il Premio Crotone; La terra del rimorso, Il Saggiatore, 1961, che gli consentì di stabilire delle relazioni all’estero con i maggiori antropologi del tempo).
Il suo nome divenne noto a un pubblico più vasto della nicchia dei cultori di etnologia e tradizioni popolari e spesso fu oggetto di polemiche con accuse di populismo e di irrazionalismo che giungevano da più parti, in particolare dal mondo cattolico a da quello liberale-crociano, e finanche dagli stessi intellettuali del campo marxista, che restavano scettici per le sue frequentazioni di autori tacciati di irrazionalismo e per le aperture verso l’esistenzialismo, la fenomenologia e la psicologia. Alcune ostilità ma anche molti interessi e adesioni si indirizzarono verso il suo progetto volto a storicizzare, da una prospettiva laica e scientifica, gli istituti magico-religiosi e la vita culturale dei “primitivi” e delle classi subalterne, alla ricerca delle ragioni umane alla base della azione mitico-rituale.
Negli ultimi anni della sua vita stava aprendo nuove reti internazionali nel campo antropologico e auspicava una riforma etnologica dell’umanesimo in nome di un “etnocentrismo critico”. La sua potente e suggestiva lettura della “crisi della presenza” si stava allargando dal campo magico-religioso tradizionale al mondo contemporaneo, tra scenari di guerra atomica, genocidi e alienazione culturale, e speranze e illusioni terzomondiste. Questo nuovo sforzo attorno alle apocalissi culturali e alla fine del mondo lo stava proiettando su scenari inediti (come aveva già mostrato la preziosa antologia Furore Simbolo Valore, Il Saggiatore, 1962). Le nuove strade di studio e di riflessione teorica restarono, purtroppo, incompiute (i materiali preparatori a La fine del mondo saranno pubblicati postumi soltanto nel 1977) ma lasciano comunque intravedere, insieme al tema della “storia religiosa del Mezzogiorno” una lungimirante antropologia del contemporaneo proiettata verso l’analisi del simbolismo laico e del mondo delle arti e della comunicazione di massa in una chiave antropologica.
Fu una figura unica nel panorama culturale italiano, fuori dalle cerchie intellettuali più consolidate e dalle discipline accademiche del suo tempo, alla ricerca di una strada originale per approntare strumenti conoscitivi adeguati alle sfide di un tempo gravido di tensioni. La sua vita intellettuale si dipana negli anni più tumultuosi per l’Europa e per la cultura occidentale tra la “civiltà della crisi” e l’“età dell’oro” dello sviluppo capitalistico. In questo scenario va collocata la sua impresa scientifica volta a costruire una etnologia storicistica in grado di dotare la cultura europea di nuovi strumenti per affrontare il rischio della alienazione culturale e le sfide della modernizzazione capitalistica, e della incipiente globalizzazione trainata dalla unificazione dei sistemi economici e politici.
*Questa breve nota sulle principali tappe della vita di Ernesto de Martino è tratta dalla biografia dell’etnologo napoletano, realizzata con Fabio Dei e in uscita nella primavera del 2026 per la casa editrice Carocci.
Riferimenti bibliografici
E. de Martino, Furore Simbolo Valore, Il Saggiatore, Milano 1962.
Id., Morte e pianto rituale, Edizioni Scientifiche Einaudi, Torino 1958.
Id., Sud e magia, Feltrinelli, Milano 1959.
Id., La terra del rimorso, Il Saggiatore, Milano 1961.