È il mio lavoro, credo, creare immagini, e lo faccio da sessant’anni. Continuo a farlo e penso che siano
ancora interessanti. Il mondo è molto, molto bello se lo guardate, ma la maggior parte delle persone non
guarda molto con intensità, non è così? Io sì.
David Hockney
Se è vero, come afferma Jacques Rancière, che nell’immagine è iscritto un destino che ci interpella, al punto da metterci in contatto e tessere delle profonde e inspiegabili relazioni, le opere di David Hockney non possono fare a meno di sottrarci alla passione del vedere, del rappresentare, del dire; alla passione del vivere. La sua intera arte, acclamata nel mondo intero, è un manifesto passionale e personale di un amore profondo per l’osservazione e la rappresentazione delle immagini del mondo. Tutte le sue creazioni – a volte tenere e personali, come i ritratti della famiglia o degli amici intimi; altre volte inventive e stravaganti, come i dipinti a bordo piscina o talvolta ancora impressionanti, come le pitture monumentali del Grand Canyon – sono attraversate da un’unica e profonda vocazione: dire cosa significa essere nel mondo, farne parte, vederlo, percorrerlo e amarlo. Le immagini sono per Hockney il veicolo ideale per comunicare l’essere del e nel mondo e si potrebbe dire che tutta la sua vita artistica sia consacrata all’esplorazione dei mezzi di espressione che più si avvicinino al cuore della realtà.
La Fondation Louis Vuitton di Parigi invita per la prima volta il pittore – figura di spicco del movimento pop art degli anni sessanta e uno degli artisti britannici più influenti del XX secolo – a occupare tutti i suoi spazi espositivi. L’eccezionale presentazione di oltre 400 opere, dal 1955 al 2025, raggruppa, oltre a un importante fondo proveniente dall’atelier dell’artista e dalla sua fondazione, prestiti da collezioni internazionali, istituzionali o private. La mostra riunisce creazioni realizzate con le tecniche più disparate: dipinti a olio o acrilici, disegni a inchiostro, a matita e a carboncino, ma anche opere digitali (disegni fotografici, al computer, su iPhone e iPad) e installazioni video. Lungi dall’essere una mera retrospettiva testamentaria, il cammino visivo è stato tracciato dallo stesso Hockney, il quale, curando personalmente l’iter espositivo e la concezione di ogni sala, ha intrecciato arte e storia personale. Iniziando con le opere “mitiche” degli esordi, si passa rapidamente dagli anni cinquanta ai novanta, con una rapidità che corrisponde alla potenza stilistica della sua pittura. Poi si rallenta e ci si immerge nell’enormità dell’intensa produzione del pittore degli ultimi venticinque anni, essenzialmente paesaggi, come a significare che è esattamente lì, tra le verdi colline dello Yorkshire o tra i corsi d’acqua della campagna in Normandia, che Hockney vuole essere visto. Là, nella natura, dove l’immagine del mondo non manca di nulla.
In apertura, al piano terra sono esposte opere emblematiche degli anni cinquanta e settanta dai suoi esordi a Bradford (Portrait of My Father, 1955), poi a Londra e infine in California, luogo emblematico dove inizierà una vera e propria metamorfosi artistica. Il giovane pittore è infatti attratto da due elementi essenziali della costa occidentale americana: la luce e la libertà che ne emana. Ispirato da questo scenario colorato, fatto di belle ville e piscine, Hockney vede in esso un Eden moderno dove convivono sia la magia di Hollywood che il suo rovescio della medaglia, dove si svolgono i drammi della vita, molto reali, di cui anche lui sarà vittima. A proposito di Mulholland Drive: The Road to the Studio (1980), afferma: «Quando ho cominciato ad abitare sulle colline di Hollywood, andavo tutti i giorni all’atelier per dipingere. Tutte quelle linee curve mi affascinavano e le ho integrate nei miei quadri. Dalle alture, Los Angeles appare sotto una luce completamente diversa. Quando si guarda Mulholland Drive, l’occhio si muove sulla superficie del dipinto alla stessa velocità delle auto che percorrono questa strada» (Hockney 2024, p. 99).
Di questo primo periodo artistico troviamo anche l’opera più iconica di Hockney e più generalmente della pop art: A Bigger Splash. Realizzata nel 1967, la tela rappresenta la visione edonistica del pittore sullo stile di vita californiano: una piscina, una villa modernista, una palma, una sedia da cinema, un cielo blu intenso e, soprattutto, quel tuffo al centro della piscina senza alcuna figura umana visibile. Come una polaroid, l’artista fissa l’istante di un movimento e lo “splash” contrasta con l’apparente calma di una villa dalle linee pulite, creando tensione, ma soprattutto un’assenza: in questo breve momento di vita, un tuffo del tutto innocuo, Hockney dipinge uno spruzzo senza corpi visibili, come una presenza spettrale. La piscina, tema emblematico, ritorna con Portrait of An Artist (Pool with Two Figures) del 1972, un dipinto spesso interpretato come una meditazione sulla separazione, la distanza emotiva e lo sguardo rivolto all’altro. Il nuotatore, sfocato e immerso nell’acqua, contrasta con la chiarezza e la rigidità dell’uomo in piedi, come a simboleggiare un mondo interiore inaccessibile o una relazione asimmetrica.
Continuando il percorso nella mente dell’artista, a partire dai lavori degli anni ottanta e novanta si inizia a percepire, sempre più gradualmente, una sorta di svolta naturalista che si ritroverà in buona parte delle opere successive. La natura diviene, infatti, l’elemento di ricerca ed espressione del mondo di Hockney, occupando un posto sempre più marcante, come lo testimonia la celebre e sorprendente opera del 1998 A Bigger Grand Canyon. Rinomato nel mondo per la maestosità della tecnica, nonché per la potenza naturale del soggetto scelto, il quadro è una composizione di sessanta piccole tele rettangolari, assemblate tra loro come un collage, ognuna delle quali, secondo lo stile cubista, restituisce un punto di vista differente dello spazio raffigurato. Questa tecnica insolita permette di ampliare il campo visivo e mostrare molto più di quanto possa cogliere l’occhio umano. Senza sentieri né strade, solo le rocce rosse a perdita d’occhio costituiscono il soggetto di quest’opera vertiginosa che fa percepire lo spazio tra il finito e l’infinito. «Ai margini del Grand Canyon – commenta Hockney – il piacere intenso deriva dall’osservazione di uno spazio definito di cui si intravedono i confini. Si osserva questo paesaggio straordinario per cercare di capire cosa significhi questo spazio. Cosa si guarda esattamente?» (ivi, p. 311).
La ricerca rappresentativa e pitturale dello spazio naturale, selvaggio, di uno spazio da vivere, diventa il cuore pulsante della creazione artistica di Hockney; non è difatti un caso che lui stesso abbia voluto dedicare la maggior parte dell’esposizione agli ultimi venticinque anni trascorsi principalmente nello Yorkshire, dove riscopre i paesaggi della sua infanzia, ma anche in Normandia e a Londra. La natura, in tutto il suo trionfo, diviene il soggetto preminente delle sue tele: May Blossom on the Roman Road (2009) è una celebrazione dello Yorkshire, in cui l’artista trasforma un cespuglio di biancospino in una spettacolare esplosione primaverile. L’osservazione del ritmo delle stagioni lo conduce al monumentale paesaggio invernale dipinto dal vero, eccezionalmente prestato dalla Tate di Londra: Bigger Trees near Warter or/ou Peinture sur le Motif pour le Nouvel Age Post-Photographique (2007). La presenza degli alberi, in tutte le mutazioni stagionali, rappresenta un vero e proprio motivo pitturale, al punto da farne il simbolo della massima potenza di vita. «Gli alberi sono la manifestazione massima della forza della vita che noi possiamo vedere. Nessun albero è identico all’altro, proprio come noi. Siamo tutti un po’ diversi dentro, e lo siamo leggermente anche fuori. Lo si nota di più in inverno che in estate. Non sono facili da disegnare, soprattutto quando sono ricoperti di foglie» (ivi, p. 369).
Seguendo il percorso espositivo, si arriva all’ultimo piano, in cui troviamo una sezione interamente dedicata ai grandi maestri che sono stati riferimenti importanti per l’artista: The Great Wall (2000) è un assemblaggio di fotocopie colorate raffiguranti i più importanti artisti del Quattrocento e Cinquecento. La pittura di Hockney, che attinge alla storia universale dell’arte fin dall’antichità, è qui incentrata sulla pittura europea, dal primo Rinascimento e dai pittori fiamminghi fino all’arte moderna. Un ampio spazio è stato, non a caso, dedicato alle opere testimonianti un dialogo esplicito con artisti illustri: Matisse (The Dancers I e II, 2014); Fra Angelico (Annunciation II, After Fra Angelico, 2017); Van Gogh (Kilham to Langtoft II, 2005) e molti altri. Il pubblico è poi invitato ad attraversare lo spazio di questa galleria-laboratorio trasformata in sala da ballo e da musica, come fa regolarmente Hockney, che accoglie musicisti e ballerini nella sua casa.
La mostra si conclude con una sala intima dove saranno esposte le opere più recenti dipinte a Londra – da qualche anno la dimora dell’artista. Questi quadri, particolarmente enigmatici, si ispirano a Edvard Munch e William Blake: After Munch: Less is Known than People Think (2023) e After Blake: Less is Known than People Think (2024) dove l’astronomia, la storia e la geografia incontrano una forma di spiritualità, secondo le parole dello stesso pittore. Tra i dipinti più recenti di David Hockney, a chiudere la scena, figura il suo autoritratto: l’artista si raffigura seduto nel suo giardino fiorito di narcisi, mentre lavora proprio a quest’opera. Una spilla giallo sole, appuntata sulla giacca del suo leggendario completo di tweed, attira l’attenzione: «End bossiness soon» (“Basta con la prepotenza”). Un monito che, oggi più che mai, non può e non deve lasciarci indifferenti.
*Foto: ©Marc Domage
Riferimenti bibliografici
D. Hockney, Images, Thames & Hudson, Parigi 2024.
David Hockney 25, a cura di Suzanne Pagé, Norman Rosenthal, Francois Michaud, Fondation Louis Vuitton, Parigi, 9 aprile 2025 – 1 settembre 2025.