“Ogni serie di azioni crea uno schema”. È una frase centrale questa pronunciata da uno dei tre protagonisti di Crime 101, il detective Lou Lubesnick (Mark Ruffalo), che ha il valore di una dichiarazione di intenti, di una esplicitazione dell’operazione compiuta dal film stesso. Quasi una definizione di “genere cinematografico”. Il fatto è che qui il genere di riferimento è quel “non-genere” che è il noir. Determinato sì da ricorrenze narrative e iconografiche ma capace anche di andare oltre queste per definirsi per caratteristiche più sottili (uno stile, un’atmosfera) che diventano il luogo privilegiato per il racconto delle derive esistenziali di personaggi colti in un momento di rottura della propria vita. Il luogo in cui una visione del mondo è messa in immagine attraverso lo stile (cfr. Schrader 1972). E diciamo subito che il film di Layton guarda chiaramente al lavoro decisivo fatto in questo senso da Michael Mann, al suo “noir atmosferico”.

Si potrebbe infatti stilare una lunga serie di rimandi più o meno espliciti al cinema di uno degli autori chiave del neo-noir contemporaneo: luoghi, situazioni, immagini, corpi, a cominciare da quelli dei due attori maschili (Chris Hemsworth era il protagonista di Blackhat, Mark Ruffalo era il poliziotto sulle tracce del tassista e del killer in Collateral), per proseguire poi con quella particolare attenzione di Mann alla configurazione dello spazio (gli appartamenti con le ampie vetrate sull’Oceano come in Heat), e l’elenco potrebbe continuare. Ma non è tanto questa la questione in gioco, Crime 101 non è un esercizio manierista di riscrittura dell’immaginario manniano. Se qualcosa del suo cinema è qui presente è allora quella sincera attenzione verso l’umano, verso il conflitto che agita i personaggi. E vediamoli, a partire proprio dal detective Lubesnick.

Lubesnick è da tempo sulle tracce di un rapinatore responsabile di alcuni furti di gioielli realizzati tutti lungo la Route 101 della California (l’autostrada che percorre la costa occidentale degli Stati Uniti e attraversa gli stati di Washington, Oregon e California). L’iterazione di questo schema è visibile solo a lui e ciò gli mette contro l’intera centrale di polizia («Avresti potuto esserci tu al mio posto», gli dice il capitano della sua squadra). Come i grandi personaggi della tradizione letteraria americana, Lubesnick sembra essere mosso da una vera e propria ossessione nei confronti del misterioso “rapinatore della 101”. Una sorta di Achab con la sua balena bianca. L’uno il doppio dell’altro. La balena è Mike Davis (Chris Hemsworth), un ladro di gioielli solitario e meticoloso che con le sue eleganti auto nere ad alte prestazioni e le sue pistole Glock commette furti, senza ricorrere alla violenza, con la precisione di un neurochirurgo. È controllato da un vecchio duro e coriaceo, Money (Nick Nolte), che un tempo aveva aiutato Mike a uscire dall’affidamento ed entrare nel crimine. Mike ha un piano da mettere in atto, raggiungere una determinata cifra (che solo lui conosce), per sentirsi al sicuro, e poi smettere.

Quando le cose però iniziano ad andare male, Mike comincia a nutrire dei dubbi sull’intera faccenda, e Money si convince sempre di più a sostituirlo con Ormon (Barry Keoghan), un giovane indisciplinato che è l’esatto opposto di Mike: dal grilletto facile, alla guida di una moto vistosa con i capelli tinti di biondo, disorganizzato e senza alcun metodo. Tutto giunge a un punto critico quando Mike convince Sharon Colvin (Halle Berry), un agente presso una compagnia assicurativa esclusiva il cui capo, sessista, si rifiuta continuamente di farla socia, a fornirgli informazioni riservate per un lavoro estremamente redditizio che pensa di poter avviare da solo, senza la mediazione di Money. Il suo ultimo colpo. Le vicende di questi personaggi procedono parallelamente per poi intrecciarsi anche perché in fondo pure Sharon non è che una ulteriore variazione degli altri due.

Mike, Lou e Sharon, come scrive Don Winslow nel bel racconto da cui il film è tratto, sono tre personaggi per cui, a diverso modo, «è arrivata la data di scadenza» (Winslow 2026, p. 143). Lou: «Sono un patetico uomo di mezz’età in procinto di divorziare, che va ad abitare in un residence in affitto sulla spiaggia» (ivi, p. 142). E a proposito di Sharon: «A Sharon piace vivere bene. Sa anche che, per i canoni della California meridionale, si sta avvicinando la sua data di scadenza» (ivi, p. 145). 

Ma forse questa “data di scadenza” è metaforicamente anche quella del film stesso. Di un cinema cioè inattuale, popolato da corpi che non si adattano all’immaginario contemporaneo, come i personaggi che racconta, collocati in una condizione di estraneità rispetto a una realtà dalla quale, ognuno per ragioni diverse, è escluso. Così Winslow presenta nel racconto il personaggio di Mike Davis: 

Davis ha pochi abiti, ma tutti di buona qualità.
Classici.
Versatili.
Un po’ retrò.
Come lui (ivi, p. 112).

E come il cinema di Steve McQueen a cui il racconto di Winslow è dedicato e che il film cita esplicitamente nel prefinale. Mike sembra essere uscito proprio da un film di McQueen (con la sua Munstag che poi “lascerà in eredità” a Lubesnick). E vengono allora in mente le parole di Tarantino quando in Cinema Speculation così scrive a proposito di Bullitt: «Steve McQueen interpreta la sua parte nello stesso modo in cui Peter Yates dirige il film. Nessuno dei due sembra preoccuparsi troppo della storia o della drammaturgia» (Tarantino 2023, p. 56). Perché quello che conta è lo stile. Perché «Like its protagonists, film noir is more interested in style than theme» (Schrader 1972, p. 13)

È allora esemplare l’operazione che Layton compie sui corpi degli attori, ribaltando la logica del cinema supereroico contemporaneo a cui i tre protagonisti pure sono legati (Hemsworth/Thor, Ruffalo/Hulk, Berry/Catwoman) per farne corpi di un cinema analogico, retrò, appunto (pensiamo alla magnifica seppur breve presenza di Nick Nolte). Corpi che diventano il veicolo per il racconto di vite che si trovano a un punto di svolta, alla ricerca di un equilibrio nel tentativo di ristabilire un ordine, di giungere a uno stato di beatitudine

D’altra parte, l’inizio del film era stato chiaro: un’immagine capovolta di Los Angeles di notte, con il suo intricato reticolo di highway congestionate da un traffico perenne, e una voce fuori campo motivazionale, che invita a inspirare e respirare profondamente, a seguire il battito del cuore e ad aprirsi alle possibilità che ogni giorno offre. Una disinquadratura che inquieta (a chi è riconducibile questo punto di vista?), e una voce che aspira a uno stato di beatitudine e di unità. Da questo punto di vista allora la presenza ricorrente dello yoga nel film forse è tutt’altro che secondaria. Non è tanto un tratto utile alla caratterizzazione di un ambiente, quello delle “sane” abitudini losangeline legate alla cura del corpo (è il caso anche dello smoothie di Sharon su cui ironizza il detective Lou), ma il suo ruolo va oltre queste buone pratiche healthy per mettere in cortocircuito l’atmosfera esistenzialista del noir con una tensione verso il raggiungimento di una pienezza che porta a un superamento del dualismo tra mente e corpo, materia e spirito (la prima immagine del film era forse la soggettiva di una Sirsasana, la verticale yoga sulla testa?). 

Crime 101 sembra allora una nuova declinazione del noir, una sorta di “yoga-noir”. In cui alla fine Achab e la balena bianca non si distruggono a vicenda ma si ricongiungono, trovando entrambi, forse, la salvezza. 

Riferimenti bibliografici
P. Schrader, Notes on Film Noir, in “Film Comment”, n. 8, 1972.
Q. Tarantino, Cinema Speculation, La nave di Teseo, Milano 2023. 
D. Winslow, Crime 101, HarperCollins, Milano 2026.

Crime 101 – La strada del crimine. Regia e sceneggiatura: Bart Layton, dal racconto di Don Winslow; fotografia: Erik Wilson. Montaggio: Julian Hart, Jacob Secher Schulsinger; scenografia: Scott Dougan, Dan Webster, Kathy Lucas; costumi: Jenny Eagan; musiche: Blanck Mass; interpreti: Chris Hemsworth, Mark Ruffalo, Halle Berry; produzione: MGM, Working Title Films, The Story Factory, Wild State Raw; distribuzione: Eagle Pictures; origine: Regno Unito, Stati Uniti; durata: 135’; anno: 2026.

Tags     Bart Layton, noir
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