Le vie dell’arte

di GIOIA SILI

Corrispondenze di Tim Ingold.

Fata Morgana

Fata Morgana (Herzog, 1971)

La recente crisi pandemica ha messo in luce la necessità di ripensare il rapporto dell’umano con il mondo della natura. In un quadro globale sempre più in allerta, occorre maturare un atteggiamento consapevole e rispettoso nei confronti dell’ambiente: non soltanto gli animali, ma anche le maree, i fiumi, il vento, le foreste, gli alberi invitano a tendere l’orecchio per ascoltare quello che hanno da dire. Ristabilire l’armonia con il pianeta ferito significa, allora, intraprendere una costante attività di ricerca ed esplorazione, rinunciando all’idea di considerare il soggetto umano come unico protagonista dell’esperienza percettiva.

In questa prospettiva, s’inserisce l’ultima opera di Tim Ingold, Corrispondenze (Raffaello Cortina), pubblicata in Italia a cura di Nicola Perullo. Fin dalle pagine iniziali il lettore ha l’impressione di trovarsi di fronte a un pensiero in divenire, che crea e sperimenta nuovi percorsi, senza rimanere imbrigliato entro i rigidi confini della scrittura saggistica. Il volume, infatti, prende avvio da una serie di brevi testi redatti dall’autore tra il 2013 e il 2018 nell’ambito del progetto europeo ERC (European Research Council), dal titolo Knowing From the Inside, promosso dall’Università di Aberdeen e volto ad approfondire la possibilità di conoscere il mondo instaurando una fitta rete di corrispondenze con il paesaggio. Superando la percezione della natura come «un continente non mappato che aspetta solo di essere scoperto dagli umani» (Ingold 2021, p. 6), secondo un orientamento filosofico incentrato sul primato della visione prospettica, l’antropologo scozzese si propone l’obiettivo di pensare e sentire in accordo con tutti gli elementi che popolano la terra.

Tale atteggiamento permette di comprendere più a fondo la struttura apparentemente priva di linearità che caratterizza il volume: per afferrare il significato ultimo del lavoro di Ingold non è necessario seguire un ordine preciso nella lettura poiché ogni singolo contributo costituisce già un’autonoma fonte di riflessione. Ecco allora che l’autore invita a guardare alle pagine del libro come al terreno solcato da migliaia di piedi e alle sue righe come veri e propri sentieri da attraversare: in questo senso, a chi vorrà intraprendere il viaggio, è lasciata aperta la possibilità di fermarsi per un istante, tornare indietro ed eventualmente leggere di nuovo alcuni saggi prima di rimettersi in cammino (ivi, p. 17).

Se la forma tradizionale di conoscenza appare fondata sul ruolo primario attribuito al soggetto umano, il modello di corrispondenza proposto da Ingold si rivela, al contrario, un processo aperto, dialogico, capace di cogliere gli intrecci e le relazioni tra i differenti enti, «entrando nel movimento propulsivo della loro continua generazione» (ivi, p. 14). Non si tratta, pertanto, di far combaciare il pensiero con le cose, adottando il principio aristotelico-scolastico dell’adequatio rei et intellectus, ma di partecipare al flusso degli eventi, attingendo al materiale offerto dalla vita quotidiana. A tale proposito, vale la pena rivolgere l’attenzione alla corrispondenza intesa come autentico scambio epistolare: nella prosa intima e spontanea che contraddistingue le lettere scritte a mano, si nasconde l’essenza stessa di un’idea trasposta sulla carta nel suo immediato manifestarsi. Similmente, l’invito a sentire insieme agli elementi della natura si traduce nell’opportunità di attribuire un nuovo significato a ciò che accade abitualmente sotto i nostri occhi: da questo punto di vista, anche l’antropologia può essere ritenuta un’arte, «poiché restituisce allo stato nascente della vita ogni istante percettivo» (Perullo 2021, p. XXXII).

Seguendo con il lettore un itinerario che dalle cime della Bolivia sud-occidentale arriva fino alle coste della Sicilia, passando attraverso i ghiacciai della Finlandia e le pianure del Regno Unito, il volume costituisce un inedito diario di viaggio, in cui i luoghi esplorati diventano antichi custodi di storie da raccontare. Durante il percorso, condotto da Ingold con sguardo minuzioso e attento, si ha l’occasione di udire le innumerevoli voci che animano il paesaggio: il fragore delle cascate e il vento tra i boschi, per esempio, appartengono alla medesima conversazione della vita. Se vi è la predisposizione ad ascoltare, allora, è possibile entrare in sintonia con le differenti manifestazioni della natura, accogliendo i relativi messaggi. «La sociologia inizia qui, dagli studi con gli alberi» (Ingold 2021, p. 21), afferma al proposito l’autore, evidenziando come ogni singolo tronco contenga in sé un misterioso codice, situato «non però tra le sue fodere, come per i libri, ma in alto, con le volte a ventaglio del tetto della cattedrale o i ramificati decori delle sue vetrate» (ibidem). Secondo Ingold, il bosco fornisce un inconsueto esempio di convivialità: gli alberi rimangono sempre al loro posto e, in seguito a un incendio, mostrano la straordinaria capacità di rigenerarsi, manifestando una tenace resistenza agli sconvolgimenti climatici.

Nel solco tracciato da studiose come Donna Haraway e Karen Barad, le cui opere rivelano l’importanza di esplorare la questione del rapporto con gli enti non umani all’interno del dibattito contemporaneo, l’antropologo scozzese conduce un’analisi tesa a valorizzare la collaborazione tra discipline diverse. A tale riguardo, filosofia, arte e antropologia, pur mantenendo intatte le proprie caratteristiche e continuando a utilizzare i rispettivi strumenti d’indagine, si ritrovano a convergere in uno speciale intreccio. In questo senso, l’elaborazione concettuale non consiste in una rigorosa presa di distanza dall’esperienza quotidiana, ma si fonda essenzialmente «sui materiali e sulle forze del mondo abitato, tanto quanto ogni altra attività» (ivi, p. 15). Il riflesso empirico della teoria si misura nell’incontro del vissuto individuale con le trame del mondo: la vera sfida consiste, quindi, nella possibilità di tratteggiare i contorni di un’”estetica senza oggetto”, in grado di oltrepassare il tradizionale dualismo che contrappone percipiens e perceptum, travalicando la distinzione «tra natura e cultura, organismi e artefatti, mente e mondo, creazione e ripetizione, realismo e interpretazione» (Perullo 2021, p. XXI).

La corrispondenza si configura, dunque, come una pratica creativa, costantemente aperta all’incontro e alla trasformazione, idonea a individuare nel legame tra pensare e sentire un valido strumento di conoscenza: simile processo di ricerca, in accordo con l’ininterrotto movimento della vita, costituisce la strada da percorrere per imparare di nuovo a stupirci della terra, riscoprendo la sua intima estraneità.

Riferimenti bibliografici
K. Barad, Performatività della natura. Quanto e queer, ETS, Pisa 2017.
B.-C. Han, Elogio della terra. Un viaggio in giardino, Nottetempo, Milano 2022.
D. Haraway, Chthulucene: sopravvivere su un pianeta infetto, Nero, Roma 2019.
N. Perullo, Estetica ecologica. Percepire saggio, vivere corrispondente, Mimesis, Milano 2020.

Tim Ingold, Corrispondenze, Raffaello Cortina, Milano 2021.

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