La questione della diserzione, sulla quale si è aperto un interessante dibattito, viene risolta da Franco Berardi e da Paolo Godani come un rifiuto dell’ordine esistente nel nome di una rivendicazione politica e anche etica. Disertare diviene così un dovere non scritto, un imperativo implicito: col che, trova risposta anche la domanda sul senso della diserzione – di più: la diserzione appare sempre più come (l’unica?) possibilità di produrre qualcosa che sia un senso, sia esso un senso nuovo, o un senso tout court.
Certo, viviamo un’epoca di performatività fine a se stessa, la cui natura alienata e alienante è sotto gli occhi di tutti. Il sistema è riuscito a rendere misurabile perfino il campo degli studi filosofici: ciò che Aristotele, con immenso orgoglio, rivendicava come la meno necessaria fra tutte le attività umane, è oggi ostaggio dell’inesauribile selva di sigle partorite dalla perversa fantasia dei burocrati ministeriali italiani – ANVUR, ASN, AVA, VQR, e via delirando. Nella mia esperienza personale, la coscienza che il limite della decenza e dell’umanità fosse stato oscenamente varcato viene dai racconti del mio “ex” storico, bravissimo conoscitore d’arte da tempo emigrato a Londra, oggi in rapida ascesa professionale, ma che dovette sobbarcarsi per un bel po’ di anni la sua brava Caienna fatta di lavori sottopagati presso le numerose catene di caffetteria che punteggiano le capitali globali. Mi colpiva non solo l’assurda meccanizzazione dei processi, il fatto che venissero monitorati i secondi necessari alla produzione di una bevanda (ne doveva preparare 35 ogni cinque minuti, accuratamente contate e monitorate), quanto soprattutto l’autentica ossessione che permeava la cultura aziendale: ogni cappuccino doveva essere preparato come se fosse l’ultima cosa che i suoi occhi avrebbero visto prima di chiudersi su questa valle di lacrime, ogni dannata tazza di cartone doveva essere a regola d’arte, esattamente come se, a quel bancone uguale a migliaia di altri a Canary Wharf, si fosse improvvisamente palesata la Regina Elisabetta (“Fancy a cup, Ma’am?”). La questione della diserzione – ha senso disertare? E, se sì, tale senso è pure etico? – va dunque presa sul serio: un’epoca che richiede a un cappuccino la stessa dedizione che Tiziano poteva, e doveva, fornire alle commissioni da parte di Filippo II di Spagna è evidentemente un’epoca folle (nell’accezione più triste, insensata del termine), verosimilmente senza molto futuro davanti a sé che non sia un futuro fosco – e manifestamente sempre meno capace di immaginarsene uno.
Tuttavia, la soluzione proposta non mi convince: è troppo engagé il dovere critico ed etico di una giustizia riparativa nella diserzione. Ed è troppo faticoso, soprattutto: sostituire una fatica alienata ed alienante con un impegno che si annuncia parecchio gravoso – nulla è più difficile del dire di no, e del dimorarvi stabilmente –, per di più senza alcuna certezza che tale opposizione funzioni (come ha ben mostrato Tommaso Tuppini), mi pare una soluzione morta in partenza.
Credo che questa impostazione sconti due problemi di fondo: da un lato, l’idea di diserzione presentata è troppo vaga – in che senso, ad esempio, essa si distinguerebbe da pratiche già sperimentate come la disobbedienza? –, dall’altro non coglie l’essenziale, vale a dire che non è questa o quella organizzazione della realtà a fare schifo, ma ogni realtà, la realtà per sé. Il gesto nichilistico originario è esistere, come sapevano sin troppo bene i Greci: l’essere è sin dal principio un giocattolo rotto, e nessun rimedio potrà cambiare l’ordine delle cose. Anzi, per come siamo fatti noi umani, sperare in un rimedio – sia esso la promessa della tecnoscienza di guarirci dalla morte, o il dissolverci nei regni dell’artificiale, o la speranza di un mondo nuovo, sia pure per pochi sodali illuminati – ci farebbe distogliere lo sguardo da quella verità, dal disgusto che necessariamente accompagna la consapevolezza nichilistica di “come vada”, e sia, “il mondo”. Sarebbe l’ennesimo paradiso: e il fatto che la diserzione come rimedio sia sostanzialmente irrealizzabile è la controprova della sua natura paradisiaca.
Il punto, allora, non è trovare un rimedio o un’alternativa (anche se riuscisse, si porrebbe poi il problema di come farla durare, evitando di cadere in una nuova situazione di alienazione – che, possiamo star tutti tranquilli su questo punto, riusciremmo sicuramente a escogitare). Anche perché quell’alternativa viene immaginata in modo contraddittorio: il sottotitolo dell’articolo di Godani reca l’interessantissimo incipit “diserzione come potenza non belligerante”, per poi scoprire che l’Autore è ferocemente contrario ad ogni forma di agone. Ma allora non ci troviamo di fronte ad una “potenza non belligerante”, bensì ad una potenza che nega se stessa, una potenza che non è potenza.
Ma nemmeno trattare un cappuccino come se fosse la pala dell’Assunta ai Frari, o il Don Giovanni, è davvero potenza, semmai ne è lo spreco insensato; se questo è agone – se l’agone ha da essere questo –, beh, è doveroso rilevarne l’assurdità, e rispondere un cortese ma fermo “no, grazie”. Su questo, indubbiamente, i sostenitori della diserzione vedono giusto, solo che finiscono per buttare il bambino con l’acqua sporca. Ora, non è possibile evitare l’agone, non più di quanto sia possibile aggiustare (e addomesticare…) una realtà che nasce fratturata, obliqua: l’esistere segue una logica sacrificale, per cui l’altro viene assimilato e scartato. Perfino i vegetali, i più miti tra gli esseri, non ne sono immuni. Roberto Calasso, nel suo bel libro La rovina di Kasch, afferma che «L’unico ordine senza espulsione visibile [cioè non fondato sul sacrificio] sarebbe quello che coincidesse con un metabolismo vegetale: una cultura che riuscisse a sussistere senza fondarsi sulla differenza, quindi senza fondarsi: una cultura indistinguibile dallo stormire di un albero» (1994, p. 195). In realtà, neppure la forma di vita vegetale può dirsi realmente “innocente”, perché anch’essa, per essere, abbisogna di un poter-fare, cioè la capacità di assimilare qualcos’altro – l’aria, l’acqua, i nutrienti disciolti nella terra – mutandolo in, e sostituendolo con, essa stessa.
Ma una cosa possiamo fare: se è vero che rimpiazzare l’attuale sistema, fondato sulla competizione obbligatoria, con uno fondato sull’obbligo della non-competizione è sbagliato, oltre che irrealizzabile e fallimentare sul piano pratico, è anche vero che sarebbe più giusto immaginare un’organizzazione sociale in cui si lasci a ciascuno, semplicemente, la libertà di scegliere chi vuole essere. Se uno vuole diventare un premio Nobel, competere gli è doveroso; ma non si capisce perché io debba competere, se la mia – legittima – aspirazione è fare il portinaio. La nostra attuale libertà di occidentali del XXI secolo (mi limito all’ambito che conosco, cioè l’Occidente) è indubbiamente fasulla, perché tutti noi siamo obbligati a trattare quanto ci compete, i cappuccini o un esame universitario, come se fosse un quadro di Tiziano, ma non per questo dobbiamo impedire ai Tiziano che sono e saranno di lottare per il loro primato.
Questa, dunque, è l’unica vera “potenza non belligerante”: essa rifiuta quella singolare forma di collettivismo competitivo che è il cosiddetto “neoliberalismo”, lasciando (anzi, difendendo) la scelta dell’ozio come pienamente legittima, ma a coloro che vogliono cimentarsi nell’agone permette di farlo (anzi, li incoraggia pure). Libertà di diserzione nell’ozio, non un regime di diserzione obbligatoria.
Riferimenti bibliografici
R. Calasso, La rovina di Kasch, Adelphi, Milano 1994.