Un gemito di apparente passione risuona sullo schermo nero, poi l’immagine ci mostra l’origine del verso: l’impiccagione di un uomo, la piazza guarda rapita lo spettacolo. La “piccola morte” e la morte concreta si sovrappongono, il pubblico eccitato gode e gioisce alla fine della scena. L’incipit di Cime Tempestose (2026), terza opera della regista britannica Emerald Fennell, compie ciò che le virgolette presenti accanto al titolo nella locandina anticipano: che si abbandoni (quasi) ogni pretesa di fedeltà al romanzo lasciando all’opera filmica la sua indipendenza. Nessuna cornice romanzesca, nessuna vendetta generazionale: alcuni personaggi sono assenti o fortemente mutati.
Questa non è la storia di Mr. Heathcliff, della sua vendetta verso Edgar Linton e Hindley Earnshaw, che la domestica Ellen (Nelly) Dean racconta al signor Lockwood, narratore diegetico del romanzo. Questa è la tormentata storia d’amore tra Heathcliff e Catherine, che è presente anche nella prima parte dell’opera di Brontë, ma che nel film viene declinata in una versione più romantica e sentimentale, costruita attorno all’avvicendarsi di pulsioni freudiane, all’intersecarsi di vita e di morte. Agli spettatori e spettatrici è chiesto di immergersi nuovamente in un racconto familiare ma profondamente stravolto, in cui i fantasmi dell’opera letteraria scompaiono, lasciando il posto alla simbiosi tra amore e morte.
Eros e Thanatos, infatti, si consolidano immediatamente come protagonisti della relazione tra Heathcliff (Jacob Elordi) e Cathy (Margot Robbie). Il loro rapporto sin da bambini, e ancor più da adulti, è permeato dall’avvicendarsi di queste pulsioni: lo sottolineano le cicatrici sulla schiena del giovane Heathcliff, infertegli da Mr. Earnshaw affinché a sua figlia Cathy fossero risparmiate; lo conferma più avanti quel bacio tra i due amanti, ormai adulti, sulla tomba del padre di lei, dove il velo luttuoso della donna diviene per l’uomo un velo da sposa. Gli abiti, infatti, evidenziano icasticamente l’evoluzione dei personaggi, del loro ruolo nella società, del mutamento da essa imposto. Inizialmente Catherine, tra le mura e la brughiera di Wuthering Heights, è indomita: con bianche gonne macchiate di sangue di maiale, libera come i capelli sciolti appena acconciati, non sottomessa a nessuna restrizione; Heathcliff indossa, invece, il suo stesso corpo, la barba e i lunghi capelli, la sua pelle con le cicatrici, vestendo il ruolo di bruto impostogli da una società che lo vede come l’altro.
L’incontro con i Linton – vicini di casa, proprietari di Thrushcross Grange – detta la metamorfosi: Catherine si costringe in costosi vestiti, gioielli eccessivi e capelli intricati in trecce e chignon, riflesso del ruolo che socialmente le è detto di desiderare, ossia diventare Mrs. Linton. Heathcliff, invece, non può far altro che restare nella sua pelle, nel suo ruolo di subalterno, finché, dopo essere fuggito alla notizia del matrimonio tra Cathy ed Edgar, non ritorna da proprietario di Wuthering Heights, con abiti nuovi e capelli curati, vestito del ruolo sociale che un possedimento gli permette di reclamare.
Se il conflitto di classe emerge dai costumi, il conflitto interiore emerge dai paesaggi. Il soffocamento evocato dal corsetto da sposa di Catherine riverbera nelle alte mura nella nuova casa da cui non esce mai. Divenuta Mrs. Linton, la sua stanza da letto assume il colore e i dettagli della sua stessa pelle, segnando materialmente l’appartenenza alla sua nuova casa, la tenuta di Thrushcross Grange. Non c’è più la libertà che le ampie brughiere di Wuthering Heights le permettevano; c’è una costretta gioia, espressa da uno sfarzo grottesco fatto di fragole sproporzionate e colori sgargianti, un microcosmo estremamente posticcio in cui risuona la finta felicità di Cathy. Diametralmente opposto è il paesaggio di Heathcliff: ora proprietario della sua casa d’infanzia, vive come sempre visse, dormendo nella soffitta in cui passò da giovane più tempo con Cathy, circondato da una casa fatiscente, buia come il moto di rabbia che lo spingerà a conquistare Isabella (Alison Oliver), protetta di Edgar.
Contrariamente al romanzo, Isabella non funge da mero strumento per la vendetta di Heathcliff, bensì da motore della rivelazione della finzione scenica e sociale a cui tutti sottostanno. Nella sua prima apparizione, infatti, Isabella racconta ad Edgar di una tragedia vista a teatro, Romeo e Giulietta. Non una tragedia casuale, ma un’opera che fulmineamente esplicita l’avvicendarsi di pulsioni già osservate, in quanto «vicenda tragica che si snoda attraverso una triangolazione fra Eros, Thanatos e il Caso» (Bigliazzi, 2014, p. VIII).
Più avanti Isabella mostra direttamente il teatrino: felice che Cathy sia ora parte della famiglia, le regala una bambola dalle sue stesse sembianze, inserendola poi in un modellino dettagliato di Thrushcross Grange, insieme alla propria. Realtà e finzione divengono indistinguibili: nella casa giocattolo le bambole raffiguranti Cathy e Isabella si tengono per mano al centro della sala da pranzo, nella stessa postura e nello luogo in cui le due donne, in carne e ossa, guardano le loro piccole repliche. Come Romeo e Giulietta sottostanno a dei ruoli imposti da un destino a cui non possono fuggire, tutti gli abitanti di quella casa, identici ai loro doppi di pezza, giocano un ruolo sociale che li imprigiona in una recita grottesca: ruoli che vanno necessariamente recitati, pena la morte.
C’è una differenza, però, con Romeo e Giulietta, perché se nella tragedia shakespeariana il Fato è fautore del tragico, nell’opera di Fennell – ma possiamo dire anche nell’opera di Brontë – la Fortuna ha un corpo, ha un volto e un nome: quello di Nelly Dean (Hong Chau). Infatti, come nel romanzo è la narrazione di Nelly (inevitabilmente mediata dal suo giudizio) a “distorcere” implicitamente i fatti, nel film sono le sue azioni, la severità delle sue decisioni a ripercuotersi su tutti i personaggi, arrivando a plasmare interamente la storia di Cathy ed Heathcliff: non le “stelle contrarie”, ma la superba morale di Nelly è ciò che segna l’impossibilità del loro amore.
Nelly e Isabella si attestano come personaggi fondamentali per l’autonomia del film poiché, sebbene portino nell’opera echi del romanzo (lo svelare la finzione e l’impatto di un giudizio che impedisce di uscire dal ruolo sociale), sono entrambe lontane da qualunque fedeltà ad esso. Nelly non è unicamente la domestica, ma è detta figlia illegittima di un Lord, origine da cui proviene la sua pretesa di superiorità su tutti gli abitanti di Wuthering Heights, incapaci di seguire il ruolo che dovrebbero; Isabella non è vittima degli abusi di Heathcliff, ma acconsente volontariamente alla sottomissione, scardinando la dialettica di potere tra lei e l’uomo.
E come i personaggi rifiutano fedeltà all’opera letteraria, anche il rapporto tra i due amanti, il loro finale, proclama autonomia. Cathy ed Heathcliff ottengono tempo e spazio per vivere la loro storia, trovando nella libertà delle brughiere una dimensione corporea e carnale in cui stare insieme. Loro vivono l’amore, ma con esso soggiunge la morte, prezzo da pagare per non aver recitato il ruolo sociale designato. Quando Cathy sta per spirare, Heathcliff non fa in tempo a raggiungere il suo capezzale. L’uomo arriva troppo tardi, quando di lei non resta più che il sussurro del nome dell’amato.
Nel loro ultimo incontro gli amanti parlavano di morte mentre facevano l’amore, arrivati alla fine Heathcliff parla d’amore sul letto di morte. L’uomo sa di non poter mai più vivere con Cathy; implora che dall’altro mondo ella lo perseguiti. La morte di Cathy, invece di essere il primo passo verso un’eternità condivisa nel mondo degli spettri, separa irrimediabilmente gli amanti in due mondi che non saranno mai più riuniti. Tuttavia, la sopravvivenza di Heathcliff permette il perdurare del sentimento, senza alcun ostacolo tra i due amanti. Così il film sacrifica la fedeltà all’originale per raccontare di un amore reciso dalla morte, ma, al contempo, di una morte che permette di amare.
Riferimenti bibliografici
S. Bagliazzi, Introduzione, in W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, trad. it. di S. Bagliazzi, Einaudi, Torino, 2014.
Cime Tempestose. Regia: Emerald Fennell; sceneggiatura: Emerald Fennell; fotografia: Linus Sandgren; montaggio: Victoria Boydell; costumi: Jacqueline Durran; interpreti: Margot Robbie, Jacob Elordi, Hong Chau, Alison Oliver, Shazad Latif; produzione: Warner Bros., MRC Film, Domain Entertainment (II), Lie Still, LuckyChap; origine: Stati Uniti, Regno Unito; durata: 136′; anno: 2026.