L’influenza di Max Weber

di MARCELLO WALTER BRUNO

Cento anni dalla morte dell’ultimo classico.

L'influenza di Max WeberC’è qualcosa di simbolico nel fatto che il fondamentale testo di Émile Durkheim Le regole del metodo sociologico sia datato 1895, anno ufficiale del cinematografo Lumière: le foto di Comte, Marx, Durkheim e Weber stanno lì a ricordarci che la nascita delle scienze sociali è coeva all’avvento di quelle che Vilém Flusser chiama immagini tecniche, che sono astrazioni di terzo grado in quanto prodotti indiretti di testi scientifici; la sociologia è il selfie del mondo occidentale, il film dell’attore sociale. L’amico americano di Max Weber, lo psicologo prussiano Hugo Münsterberg che ad Harvard scrisse titoli come The Eternal Values (1909) e Vocation and Learning (1912), terminò prematuramente la sua carriera con quello che è probabilmente il primo saggio di psicologia del cinema: The Photoplay (1916), in italiano Film (Bulzoni 2010).

A partire dal sociologo-fotografo Lewis Hine, di cui ancora si ristampano Empire State Building (Abscondita 2011) o C’era una volta la bellezza (Aguaplano 2011) o Costruire una nazione (Admira 2018), le immagini tecniche si sono strettamente legate alle scienze sociali; e se l’etnografo Pierre Bourdieu (le cui foto sono pubblicate nel volume In Algeria, Carocci 2012) ha fatto degli usi sociali della fotografia un oggetto di studio (Un’arte media, Meltemi 2018), il patafisico Jean Baudrillard ha finito la sua carriera di contestatore dei simulacri (il “delitto perfetto” con cui il mondo è stato sostituito dall’equivalente funzionale del sistema informativo globale) diventando lui stesso fotografo con tanto di mostre e cataloghi.

C’è qualcosa di simbolico nel fatto che Max Weber sia morto a causa dell’influenza spagnola (a 56 anni, come l’altra illustre vittima Gustav Klimt) probabilmente contratta a Versailles, dov’era andato come delegato tedesco per la firma del trattato di pace: era il 1920, Mussolini già tuonava contro le pericolose strette di mano preferendo il saluto romano; dopo un secolo, tutto è cambiato e tutto sembra riproporsi. Come storicizzare? L’importanza dell’ultimo classico è subito chiara: già nel 1921 Karl Jaspers gli dedica una monografia che poi amplierà nel 1932 (Max Weber: il politico, lo scienziato, il filosofo, Editori Riuniti 1998); e non sfuggirà che è del 1921 il breve scritto di Walter Benjamin Capitalismo come religione (il melangolo 2013) che è una sorta di generalizzazione di L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.

La moglie Marianne, sociologa femminista (La donna e la cultura, Armando 2018) e militante del Partito democratico tedesco (prima donna eletta al parlamento del Baden-Baden, in quel 1919 in cui Max tiene la celebre conferenza su La politica come professione), erige al marito nel 1926 il monumento che nessuno ha abbattuto: Max Weber: una biografia (il Mulino 1995). Nell’arco del Novecento e oltre, l’impronta dell’autore di Sociologia delle religioni si sente anche in quelli che non lo citano, che sia il Giorgio Agamben di Il Regno e la Gloria (sottotitolo molto weberiano “Per una genealogia teologica dell’economia e del governo”) o il Jean Baudrillard di Lo spirito del terrorismo (sottinteso “La religione islamica e…”: e infatti l’11 settembre è letto come una reazione autoimmunitaria alla modernità).

Massimo Cacciari – un intellettuale di livello internazionale (nel 2009 The Unpolitical è uscito direttamente in inglese per la Yale University Press) che è riuscito a conciliare la professione del docente universitario (fra l’altro fondatore della Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano) con la professione del politico (deputato, sindaco di Venezia, europarlamentare, fondatore nel 2010 del partito Verso Nord), le collaborazioni artistiche (sua la partituta testuale per il Prometeo di Luigi Nono, peraltro compositore del Liederzyklus Risonanze erranti a Massimo Cacciari) con le performance televisive (un personaggio degno delle imitazioni di Crozza e Marcorè) – ha dedicato a Max Weber il suo ultimo saggio, pensato evidentemente come omaggio del centenario (a partire dalle due conferenze di cui ritraduce il titolo Die geistige Arbeit als Beruf) e uscito in piena pandemia Coronavirus, quando “gli scienziati” diventa un’espressione misteriosa quanto “i mercati” e i problemi della decisionalità politica si scontrano con i limiti del populismo e del negazionismo antiscientifico (terrapiattisti, no vax, gilè arancioni).

Se «di geistige Arbeit è necessario ancora discutere» (Cacciari 2020, p. 20) nelle due varianti del lavoro scientifico e del Politico, fra loro conflittuali (quanto la volontà di sapere e la volontà di potenza) ed entrambi da valutare in relazione al sistema tecnico-economico, è proprio per la responsabilità pedagogica che Weber sentiva nei confronti dei movimenti giovanili e studenteschi; ma certo bisognerebbe confrontare questa idea di razionalizzazione moderna come irreversibile effetto del “principio millenario che regge il pensiero dell’Occidente” con l’ansia della generazione Greta che si cimenta con il cambiamento climatico, cioè con il limite ecologico della dominabilità del mondo.

Così come il dibattito sul lavoro universitario, di cui in epoca di smart working – e dopo un secolo di tecnologie audiovisive che hanno mutato sia il campo scientifico sia il campo politico – si contesta la possibilità di funzionare senza la presenza fisica degli studenti, dovrebbe ripartire da qualche concreta esperienza storica: ad esempio quella dello stesso Weber, che all’Università di Heidelberg si ammala di un esaurimento nervoso che lo costringe a rinunciare alle lezioni (si curerà con viaggi all’estero, Italia compresa); o quella dell’americanizzato Münsterberg, stroncato da un ictus mentre fa lezione (53 anni). Anche il lavoro dello spirito ha i suoi morti sul lavoro.

L’attualità di Weber è l’attualità della sociologia:

Ciò significa che il punto di vista scientifico, disincantato da ogni illusione teleologica, deve essere poi, ancora, criticato nei suoi stessi limiti, “scoperto” nel suo non-detto e nei suoi presupposti, collocato realisticamente nelle sue relazioni con la situazione storico-politica. Non esiste più nel mondo contemporaneo un’astratta libertà di ricerca condotta in nome di una pura “verità”, che non dipenda anche da scelte operate al livello delle istituzioni politiche, da priorità stabilite dal governo dello Stato. Questa indagine critica non spetta, però, alla scienza tout court, ma alle scienze sociali e alla filosofia (Cacciari 2020, pp. 44-45).

 

Il sociologo Weber e il sociologo Marx avevano già visto nel Geist, immanente nella geistige Arbeit, la possibilità reale della contestazione della gabbia d’acciaio rappresentata dal lavoro alienato. Se mai si darà autonomia del Politico nell’epoca del capitalismo globalizzato, conclude Cacciari, essa potrà fondarsi soltanto sulla potenza auto-liberantesi del lavoro intellettuale. Quello che ci trasforma, per usare un’espressione di Nietzsche, in “liberi emigranti in grande stile”.

Riferimenti bibliografici
M. Alagna, Atlanti. Immagini del mondo e forme della politica in Max Weber, Donzelli, Roma 2017.
M. Cacciari, Il lavoro dello spirito. Saggio su Max Weber, Adelphi, Milano 2020.
D. D’Andrea & C. Triglia, a cura di, Max Weber oggi, il Mulino, Bologna 2018.
A. De Simone, L’ultimo classico: Max Weber filosofo, politico, sociologo, Mimesis, Milano 2019.
H. Dreier, Wertfreiheit. Il postulato di Max Weber sull’avalutatività della scienza, Mucchi, Modena 2020.

Max Weber, Erfurt 1864-Monaco di Baviera 1920. 

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