Sono convinto che questo studio di Valentina Valentini dedicato a Bill Viola sia importante, non soltanto perché descrive con attenzione l’intera attività dell’artista, rivisitando e commentando sia i testi scritti da lui sia quelli dedicati alla sua opera, ma perché mostra con chiarezza come l’arte di Bill Viola sia da rubricare, semplificando il discorso grazie alla celebre distinzione benjaminiana, sotto l’etichetta della “politicizzazione dell’arte” e non sotto quella della “estetizzazione della politica”.

Di fatto, da parte della critica è spesso avvenuto il contrario. Come e perché questo sia accaduto viene documentato con precisione nel primo capitolo del libro: Uno sguardo agli studi. Valentini ricorda numerose posizioni che prendono decisamente le distanze dalla produzione di Viola, soprattutto a partire dalla fine del Novecento, in particolare dalla sua “svolta” pittorica e dal dialogo intrecciato con la storia dell’arte, accusando l’artista di scarsa originalità, di produrre opere assertive, letterali, illustrative, dogmatiche, alle quali lo spettatore può soltanto assentire (Jonathan Lahey Dronsfield), di sfruttare la categoria del sublime per commuovere gli spettatori introducendoli in una relazione empatica (Cynthia Freeland). Bill Viola sarebbe insomma un artista autobiografico e decadente (Chris Keith), spettacolare, privo di ironia, incapace di mettere in dubbio la potenza delle tecnologie (Anne M. Wagner), autore di un’arte edificante (Adrian Searle), di un «tecno misticismo» che punta alla «ricerca dell’effetto» (Riccardo Venturi).

Il vertice, per autorevolezza e diffusione, di questa linea critica negativa appartiene a due saggi, distanti nel tempo dodici anni (1999 e 2011) pubblicati sulla rivista “October” da Rosalind Krauss, a parere della quale «l’opera di Viola sembra funzionare grazie all’equazione “più tecnologia, più spiritualità”. La sfera estetica, tecnologica e mistica si fondano una nell’altra per offrire un entertainment spirituale ad altissima definizione e indubbiamente ammaliante». Siamo insomma nella forma estetica dell’intrattenimento, tanto più pericolosa quanto più seducente, ammantata di spiritualità, versione sofisticata insomma dei prodotti di un’industria culturale portatori, ci avvertiva Adorno, di quell’aura putrefatta corrispondente alla versione aggiornata e neocapitalista dell’estetizzazione della politica.

Ora, riattraversando i testi scritti da Bill Viola, dai quali emergono i modi di produzione delle sue opere a partire dagli anni Settanta, mostrandone l’evoluzione all’interno della riflessione sulla specificità e sulle potenzialità della videoarte, evidenziando la complessità culturale del percorso dell’artista, dagli studi sulle scienze cognitive, all’attenzione dedicata ai miti, alla filosofia, alla letteratura mistica, al cinema sperimentale, alla musica elettronica, Valentini mostra come nel lavoro di Viola «etica ed estetica siano interrelati, nel senso che [Viola] crede alla funzione pragmatica dell’arte. L’arte, secondo la sua visione, deve contribuire ad approfondire la conoscenza di sé, la vita interiore: in questo senso è politica, perché rigenera e rifonda il bisogno di utopie, opponendosi al cinismo e alla commercializzazione dell’istanza spirituale» (Valentini 2025, p. 30). Precisamente il contrario dell’estetizzazione della politica.

Viola stesso, nel suo scritto Il corpo addormentato, citato da Valentini, precisa il suo modo di intendere la natura “politica” dell’arte: «Come nessun altro vero mutamento politico, nessun cambiamento nella consapevolezza e nella pratica ambientale o sociale (che dovrebbero poi essere considerati come una cosa sola) può essere autentico se non si origina e risiede simultaneamente all’interno di ciascun individuo. Questa è la reale natura politica della pratica spirituale, di solito trascurata dai teorici politici» (Ibidem). La pratica artistica diviene progressivamente in Viola la via per giungere a una più profonda consapevolezza di sé e dei modi per comunicarla, e ciò attraverso uno studio accurato dei differenti media, della dimensione ottica e sonora delle immagini, della storia dell’arte, delle nuove tecnologie.

Valentini documenta accuratamente questo percorso a partire dalle prime installazioni del 1973/1974, che usando per lo più il dispositivo del circuito chiuso iniziano a sperimentare la precarietà delle soglie di percezione, attraversando quindi l’uso di diversi dispositivi, dal video en plein air al set e i temi principali investigati, la figura umana, il volto, il rapporto con la pittura, la dimensione spettrale del suono, il rapporto tra dimensione spaziale e temporale, fino a giungere alle opere più recenti.
Da questa accurata analisi risulta con chiarezza che «Non subire l’automatismo tecnologico e non ideologizzare la tecnologia comporta un’attitudine sperimentale che è propria di Bill Viola […] Ciò significa che insieme alla funzione di trasportare l’informazione, il dispositivo elettronico, nella sua opera, lavora al contempo per trascenderla: fare silenzio, intensificare i dati percettivi, così da restituire concretezza e intensità all’esperienza estetica» (ivi, p. 43).

È quanto emerge perfettamente, non soltanto ma soprattutto, nell’ultimo capitolo del libro, dedicato alle Figure del tempo. Scrive Valentini: «La processualità, propria dell’immagine elettronica, con l’avvento delle tecnologie digitali, si radicalizza nella direzione di un tempo continuo, come nel ciclo The Passions, dove si cerca di cogliere il mutamento impercettibile delle espressioni umane arrivando al “fotografico”, all’immagine fissa come possibilità di fermare le emozioni, effimere e temporanee, in un frame eterno» (ivi, p. 115). Si tratta, a me pare, di un lavoro sul tempo che assume rilievo politico, perché il sentimento contemporaneo del tempo, almeno nell’Occidente/Oriente ipertecnologico, è caratterizzato da un eccesso di precarietà: smarrimento tra assenza della memoria e fragilità del progetto sul quale si affermano formattazioni potenti dell’esperienza del mondo attraverso agenti e agenzie che donano un’effimera stabilità, impedendo così la completa disarticolazione dell’identità.

Nell’epoca della disarticolazione temporale dell’esistenza, l’accesso pubblicitario al sistema delle merci e il linguaggio dei consumi acquistano perciò rilievo notevole per la costituzione dell’identità poiché creano micronarrazioni del sé, apparecchiano la frammentazione in un ritmo sufficientemente armonico da poter essere apprezzato, svolgono la novità degli eventi secondo brevi costanze interessanti, attraverso la loro iperesposizione mediatica costituiscono la forma attuale dell’estetizzazione della politica. Allora l’arte è tanto interessante quanto oltrepassa tutto ciò, e l’arte contemporanea è tanto interessante quanto oltrepassa tutto ciò facendosene consapevolmente carico.

È il caso dell’arte di Bill Viola, che, come il libro di Valentini mostra con precisione, costruisce grazie alla specificità del video una poesia del tempo. In opere quali The Greeting, The Quintet of the Silent o Tempest, Viola consente all’osservatore una esperienza emotiva intensa del tempo, soprattutto delle passioni come espressioni temporali, elaborando una tipica esperienza auratica contemporanea, che ancora una volta dice come il depauperamento dell’aura non sia ontologicamente connesso alla riproducibilità tecnica, ma sia sintomale, legato alle abitudini estetiche dell’epoca e ai processi di massificazione dell’esperienza estetica, in specie dell’esperienza diffusa e frammentata dello spazio e del tempo. Altre opere, come Inverted Birdh, Earth Martyr o Tristan’s Ascension, conducono verso una possibilità di esperienza drammatica del tempo tesa verso una catarsi almeno potenziale.

La ricerca evidente di indessicalità nel divenire si intreccia con l’apertura a una dimensione narrativa che produce dall’interno del tempo, dal suo lavoro come tempo, una fragile e rispettosa normalizzazione del caos. Siamo davvero distanti dai pervasivi processi di estetizzazione, e vicini a una restituzione di potenza riflessiva in plesso con la dimensione emotiva, come è proprio dell’esperienza estetica nella sua struttura di base.

Valentina Valentini, Bill Viola Tecnologie dell’intangibile, Postmedia Books, Milano 2024.

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