Chissà come se l’era immaginata, la curatrice Koyo Kouoh, scomparsa prematuramente nel maggio dello scorso anno, l’apertura della sua Biennale. Chissà, soprattutto, se e come la sua presenza avrebbe potuto aiutare a ricomporre le fratture e a disinnescare le polemiche che hanno sconvolto la settimana di inaugurazione, e che promettono di lasciare strascichi importanti. Non lo sapremo mai, certo. Ma altrettanto certo è che le “tonalità minori” evocate nel titolo (In Minor Keys), legate ai “toni sommessi”, alle “frequenze più basse”, ai “mormorii, a “un ascolto che interpelli le emozioni” sono state sovrastate dai toni accesissimi delle proteste e dello scontro (geo)politico e istituzionale. Che la Biennale sia sempre stata un luogo di tensioni e scontri politici, non c’è neppure bisogno di ricordarlo. Quest’anno, tuttavia, la situazione è letteralmente esplosa nelle mani delle istituzioni che avrebbero dovuto cercare di gestirla. Al punto che, nei primi giorni – comprensibilmente, del resto –, si è parlato di tutto fuorché dell’esposizione.

Lasciamo da parte, allora, le proteste, le tensioni, i padiglioni chiusi, gli scontri e i cortei – tutte cose che pure meriterebbero di essere discusse e analizzate in modo attento e approfondito – e proviamo a concentrare l’attenzione sulle “tonalità minori” ricercate da Kouoh e il suo team curatoriale. Quelle tonalità, si legge nella presentazione, sono necessarie ad aprire “varchi di improvvisazione verso l’altrove e l’altrimenti”. Ma dove portano questi varchi? Cosa sono questo “altrove” e questo “altrimenti”? La tentazione, forte, è di rispondere in modo forse banale, ma secco e deciso: quei varchi affacciano direttamente sulla fine del mondo. E, dunque, seguendo questa linea – ammesso che abbia un suo senso e una qualche validità – la Biennale Arte 2026 appare come una Biennale sulla fine del mondo; nonché, insieme, come una Biennale della fine del mondo, nel senso del genitivo soggettivo.

Quello della “fine del mondo”, com’è noto, è un tema molto frequentato negli ultimi anni da artisti, scrittori, registi e studiosi di varie discipline, che ne hanno indagato le declinazioni secondo prospettive differenti. La fine del mondo, insomma – per riprendere una formula cara ai filosofi – si dice in molti modi. E la Biennale firmata da Kouoh la dice in tanti modi, non sempre felici e sorprendenti, ma legati – nella mostra centrale, ovviamente, ma con alcuni importanti riverberi anche nei padiglioni nazionali – da una certa aria di famiglia che concorre a evidenziare coerenza e leggibilità del progetto complessivo. C’è, innanzitutto – e non potrebbe essere altrimenti – la fine del mondo come crisi ecologica e ambientale, evocata direttamente, tra gli altri, da Alfredo Jaar nella sua opera The End of the World (tra le più riuscite e potenti: un corridoio inondato da una luce rossa che conduce a un piccolo cubo sotto teca che racchiude dieci tra i metalli più ambiti ed estratti al mondo) e indirettamente da tanti lavori che utilizzano oggetti trovati e materiali di scarto (gli assemblaggi di Daniel Lind-Ramos, ad esempio, o i collage dalla forte valenza politica del palestinese Mohammed Joha). C’è poi, su tutte, la fine del mondo come fine del “nostro” mondo, e cioè della forma di vita occidentale – la modernità egemone del capitalismo avanzato – e del suo rapporto, appunto, con il mondo. Qui la costellazione di riferimenti è ancora più ampia, e aiuta a cogliere una parte consistente delle pratiche messe in campo. I territori e i discorsi sono quelli su cui, negli ultimi tempi, dibattono con sempre maggiore vivacità la filosofia e le scienze umane e sociali, dal materialismo magico al reincantamento del mondo (“l’invito all’incanto”, d’altronde, figura tra i passaggi della presentazione) fino all’idea di “risonanza” di Hartmut Rosa (un mettersi in ascolto del mondo per farlo “risuonare” che rimanda direttamente alle tonalità minori del titolo). Ecco così che, tra Giardini e Arsenale, si susseguono quasi senza sosta i richiami a nuove (e in realtà antichissime) cosmogonie, immaginari alternativi, sciamani e geografie sacre, pratiche rituali e spiriti madre. Se ne potrebbero citare molte, di opere: SimbiSiren e In the End, Where All began, EdEN di Wangechi Mutu, Mother Trinity di Tabita Rezaire, Anatomy of the Magnolia Tree for Koyo Kouoh and Toni Morrison di Maria Magdalena Campos-Pons e Kamaal Malak, ovviamente, che apre il Padiglione centrale ai Giardini. E infine, c’è la fine del mondo come origine. Sì, perché molti artisti (e artiste: è una Biennale declinata molto al femminile) provengono proprio – come Papa Bergoglio, che lo dichiarò appena insediatosi – dalla fine del mondo, vale a dire dai margini di quel mondo che sta finendo. La prima curatrice africana della storia ha dato ampio spazio a queste voci (per noi) marginali. E queste voci lo spazio se lo sono preso tutto, portando sul palcoscenico della Biennale narrazioni coloniali e prospettive postcoloniali (molto bello, tra gli altri, l’inno al riscatto della blackness dei grandi acquerelli di Kambui Olujimi).

Nel suo grande progetto (lasciato incompiuto) su La fine del mondo, Ernesto De Martino reinterpreta e approfondisce l’idea di una “crisi della presenza” umana – il tema a cui aveva dedicato larga parte della sua ricerca nei decenni precedenti – come perdita del legame con un mondo domestico, operabile e, dunque, “sensato” (la fine del mondo, appunto). Ebbene, la Biennale di Kouoh lavora molto su questi concetti. Il recupero di un rapporto differente con l’ambiente naturale e sociale, fondato sull’ascolto, la pazienza e la cura, passa infatti, innanzitutto, dal maneggiare i materiali e dall’avere a che fare con le cose e gli oggetti. C’è poca tecnologia, poco o niente su intelligenze artificiali generative e ambienti virtuali. Ma c’è tanto, tantissimo sulle pratiche artigianali (tessili e ceramiche) e sulla dimensione tattile e sensoriale.

Si tratta, insomma, di una Biennale ricca e significativa, fatta di ascolto, memoria, ritualità collettive e mondi alternativi. Una Biennale che prova a tematizzarla esplicitamente, la fine del mondo, e a trovare un’alternativa credibile e sensata. È già qualcosa – e forse più di qualcosa –, dati i tempi che corrono.

61ª edizione dell’Esposizione internazionale d’arte di Venezia, In Minor Keys di Koyo Kouoh, Venezia, 9 maggio – 22 novembre 2026.

*Foto: Luca Zambelli Bais. Courtesy La Biennale di Venezia.

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