La fecondità di queste mostre tematiche consiste certamente nella straordinaria bellezza delle opere esposte, che già di per sé giustificherebbero sia lo sforzo teso a realizzarle sia la visita dello spettatore che se ne fa incantare. Tuttavia, esse celano un ulteriore pregio. Com’è stato per la mostra dell’anno precedente Caravaggio 2025, di cui Palazzo Barberini si è fatto dimora d’eccezione, essendo infatti luogo caravaggesco, anche per l’anno corrente viene proposto un allestimento in verità molto più stringente dal punto di vista del genius loci, convocando infatti sia l’uomo che l’artista che hanno letteralmente fondato un’epoca, quel Barocco che in larga parte ha reso Roma la città che è adesso. Più in particolare, il rapporto approfondito in questa mostra è quello tra Gian Lorenzo e Maffeo, una delle catene più spettacolari della storia dell’età moderna non solo in senso artistico, tanto che per trovarne una che possa reggere il confronto bisognerebbe scomodare Filippo IV e Velázquez.
La mostra approfondisce dunque gli esordi di Gian Lorenzo nella bottega del padre Pietro, ad esempio con il gruppo delle Quattro Stagioni, in cui la mano del più giovane Bernini può essere già riconosciuta, e soprattutto negli autonomi San Sebastiano, di dimensioni ridotte rispetto alle opere degli anni successivi ma di spiccata qualità sia nello studio delle forme che nella realizzazione del gesto scultoreo, e del naturalistico e vibrante San Lorenzo. Ed è qui, nel percorso narrativo in cui è inserito lo spettatore, che si inserisce lo sguardo acutissimo di Maffeo Barberini, che intuisce sin da subito tutta la genialità del giovane scultore, a cui di lì a qualche anno avrebbe affidato la riprogettazione urbanistica di Roma sotto il suo pontificato, iniziata con Sisto V e che proseguirà con Alessandro VII.
Quest’ultimo aspetto emerge con chiarezza nella sala dedicata agli studi, ai bozzetti e ai progetti preparatori in ceramica per le sculture monumentali delle nicchie ricavate dai pilastri che sorreggono e circondano la cupola della Basilica di San Pietro, in riferimento soprattutto al Longino di esclusiva paternità berniniana. Qui il visitatore può apprezzare l’effetto negativo, osservare cioè il sottotesto, per così dire, della realizzazione del maggiore dei cantieri artistici dell’Italia del Seicento, di quella che sarebbe dovuta diventare la nuova dimora dell’intera cristianità.
Si tratta, allora, di un rapporto tra spazio e potere, di cui papa Barberini e Bernini forniscono i volti come se fossero delle vere e proprie allegorie, delle astrazioni colme però di un ben preciso significato, la politica che si unisce all’arte per ripensare lo spazio urbano in chiave religiosa ma, potremmo dire, con un intento fondativo: voler istituire, com’era stato per la Firenze del secolo precedente, una nuova civiltà, un modo di intendere l’umano e la storia, all’insegna di una bellezza in grado di ritemprare anche il lato concreto del sacro come manifestazione sensibile del divino e delle strade che il pellegrino deve percorrere in direzione della salvezza.
Eppure, dal nostro punto di vista, la parte più interessante della mostra non appartiene, per ironia, a Maffeo Barberini, il cui ritratto scultoreo è presentato, anche in modo spettacoloso, in sette diverse riproduzioni provenienti da tutto il mondo ed eseguite su diversi materiali (marmo, bronzo e porfido): l’artista che dà un volto celebrativo al potente, trasformando il soggetto in un’idea disincarnata, e perciò più duratura, dell’esercizio stesso del potere; oltre certamente alla svolta berniniana in riferimento a questo genere artistico, che lo scultore infatti eleva fino a collocarlo tra i vertici indiscussi della sua produzione. Sempre nella terza sala della mostra, di fronte ai plurimi ritratti di Urbano VIII, stanno infatti anche i suoi predecessori, Gregorio XV e soprattutto Paolo V, al secolo Camillo Borghese. Si tratta infatti di un ritratto di impressionante profondità psicologica, che può meglio apprezzarsi nella resa senz’altro più classica e per certi aspetti anche più calda e carnale del marmo rispetto al bronzo. Un uomo accigliato, di cui difficilmente si sostiene lo sguardo, più il ritratto di un generale o di un comandante in armi che del padre spirituale della cristianità, in ciò però del tutto coerentemente con il ruolo storico-politico del pontefice in quegli anni.
Le versioni bronzea dello Statens Museum for Kunst di Copenaghen e marmorea del Getty Museum di Los Angeles, giustapposte l’una accanto all’altra e in dialogo tra di loro, ricompongono i destini spazio-temporali accidentati e labirintici di questo soggetto, esemplando anche quelli delle opere d’arte in generale. Ed è per questa ragione che tali mostre assumono importanza, poiché danno allo spettatore, nel luogo in cui l’esperienza artistico-politica considerata ha avuto inizio, ovvero la Roma dei Barberini e più in particolare il loro palazzo, la possibilità di contemplare questi capolavori unici riuniti in modo contestuale e anche filologico, per riscoprire una storia che è di una città ma in fondo dell’universalità dello spirito europeo.
Viene in mente, allora, la distinzione che Michel Foucault, in un testo breve ma densissimo, istituiva tra “utopia”, un luogo che non c’è ma che deve ancora essere pensato e costruito come la Roma dei grandi cantieri del Seicento, ed “eterotopia”, quel luogo invece che può fungere da contrasto, «una sorta di luoghi che si trovano al di fuori di ogni luogo, per quanto possano essere effettivamente localizzabili» (Foucault 2011), o, com’è il caso della presente mostra, da intensificazione o surplus di verità. La riflessione che può compiersi attraverso di essa può consentire di ritornare nei luoghi consueti della vita con una maggiore consapevolezza di ciò che accade nel presente, nei luoghi che altrimenti sarebbero oggetto di un godimento esteticamente ingenuo, dei rapporti secolari tra regnanti e artisti, tra potere e bellezza, in un abbraccio come non mai fruttuoso: come accaduto ai protagonisti di questa esposizione che hanno reso, comunque sia, la Capitale e l’Italia tutta l’incanto che sono.
Riferimenti bibiliografici
M. Foucault, Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, a cura di S. Vaccaro, Mimesis, Milano-Udine 2011.
Bernini e i Barberini, a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cicconi, Palazzo Barberini, 12 febbraio – 14 giugno 2026.