La morte di Carlo Cecchi, a un passo dal compimento degli 87 anni, segue di poche settimane la pubblicazione di un bel libro di Matteo Bavera (Amleto va alla Kalsa, pubblicato dalla casa editrice Minimum Fax) di cui l’attore fiorentino è diretto protagonista. Bavera fu con Cecchi il principale artefice di una straordinaria vicenda avvenuta a Palermo nella seconda metà degli anni Novanta, nella grande piazza che prende il nome dalla basilica della Magione, all’interno del quartiere arabo della Kalsa. Un piccolo teatrino all’italiana abbandonato e diroccato venne riaperto e ripensato radicalmente da un gruppo di teatranti. Era intitolato a Giuseppe Garibaldi, che lo aveva inaugurato nel 1861; in seguito era diventato tante cose, anche cinema porno negli anni Cinquanta e Sessanta, per ridursi infine a un cumulo di macerie. Nella sua prefazione, Goffredo Fofi rievoca il carattere di exemplum e di potenziale ispirazione di quella storia, che non esita a definire una grande avventura, pur consapevole – con una punta di rammarico rispetto alla possibile ripetibilità degli eventi – che in quella vicenda vi era il concorso non secondario di «amministratori coscienti, operatori culturali accorti e artisti veri».
Il libro si concentra in effetti sulla creazione della cosiddetta trilogia shakespeariana, e cioè i tre spettacoli messi in scena a Palermo da Carlo Cecchi nel 1996 (Amleto, nella traduzione di Cesare Garboli), nel 1997 (Sogno di una notte d’estate, nella traduzione di Patrizia Cavalli) e nel 1998 (Misura per misura, tradotto ancora una volta da Garboli), ovvero quella che fu, ancora per Fofi, «una delle più grandi affermazioni del teatro del nostro Novecento». Di quegli eventi è testimonianza imprescindibile un film oggi praticamente invisibile realizzato da Francesca Comencini, che dopo aver visto Cecchi dirigere e interpretare un celebre Finale di partita di Beckett decise di seguirlo al Teatro Garibaldi per filmare da vicino l’impresa di quell’uomo di teatro fuori dal comune. Coproduzione italo-francese, si intitola Shakespeare a Palermo (1998) ed è un’ode all’Italia dei poeti, della grazia e dell’arte che Carlo Cecchi come pochissimi altri continuava a far vivere nell’Italia berlusconiana del rifiuto forsennato della cultura e del trionfo della televisione commerciale.
Il film si apre con una breve conversazione con l’attore, il cui valore è oggi ancora più prezioso. Cecchi dà prova di lucidità e comprensione del presente nell’affermare che “certe situazioni storiche sono particolarmente adatte, più che adatte, e permettono di cogliere meglio il teatro come necessario“. In una Palermo che in quegli anni stava vivendo una trasformazione radicale, vitale e autenticamente epocale, “una trasformazione storico-politica costata dei morti, stragi […] Amleto non solo diventa necessario, ma diventa la rappresentazione – attraverso un mito meraviglioso come quello di Amleto – della loro vicenda“.
Ambientato tra il teatro di piazza Magione e l’area dei Cantieri Culturali alla Zisa – altre macerie che rinascevano, incarnando il progetto lungimirante di una cultura che si faceva agente di ricostruzione e trasformazione sociale – il film mostra le prove del Sogno di una notte d’estate, e dunque il metodo e il volto di Carlo Cecchi al lavoro con le sue attrici e con i suoi attori (Iaia Forte, Lorenza Indovina, Roberto De Francesco, Spiro Scimone tra gli altri). Nelle sequenze di Comencini il Teatro Garibaldi si mostra letteralmente aperto sul mondo, ferito eppure vivo, con il suo tetto bucato che lo connette al cielo e da cui entra l’acqua quando piove. Gli abitanti del quartiere lo attraversano fisicamente riempiendolo delle loro voci, circondandolo con i loro animali, abitandolo con i giochi e con i silenzi dei bambini che accompagnano attori e operai. Amleto, dunque, andava davvero alla Kalsa, come sottolinea Bavera nel titolo del suo libro, raccontando la compenetrazione assoluta tra un progetto artistico e un quartiere ed esplorando il mistero di un gioco teatrale completamente immerso nel mondo e nello stesso tempo pervaso dal sentimento di non potergli mai appartenere completamente. Un teatro aperto che riusciva a farsi comunità, quando di gentrificazione non si vedeva neanche l’ombra né si conosceva la parola. Un teatro nel quale l’assenza di elettricità, di poltrone ed altri orpelli non scalfiva minimamente e anzi contribuiva a nutrire il fuoco tangibile della creazione.
Amleto va alla Kalsa e Shakespeare a Palermo dialogano a distanza di tempo in modo autentico e proficuo. A voler sintetizzare, si potrebbe dire che il libro di Matteo Bavera sia in fondo almeno quattro cose. Innanzitutto, il racconto di un’avventura fuori dall’ordinario, dalla visione alla realizzazione del recupero di un teatro che rappresenta secondo l’autore «la sommatoria di tutti gli spazi teatrali che avevano attraversato i secoli», e dal quale Carmelo Bene – che proprio lì, anni prima, aveva messo in scena Un Amleto di meno – lo aveva messo in guardia perché a suo avviso era «infestato da forze malefiche, non solo esterne». Ma è anche la storia di un amore magico, controverso e autentico: non di una semplice amicizia, dunque, quanto dell’innamoramento vero e proprio, della passione – vitale e artistica – che può innescarsi tra un organizzatore e un regista impegnati in un progetto che sfiora l’utopia, tra un costruttore, Matteo Bavera, e un creattore, come potremmo definire Carlo Cecchi.
In terzo luogo, il libro evoca un’atmosfera particolare, o forse ne è sintomo: qualcosa che aveva le caratteristiche di una burrasca – o, per restare all’interno del lessico shakespeariano, di una tempesta – e che sembrava percepirsi nell’aria, un’aria che rendeva possibile quegli eventi. E che in fondo è collegata alla quarta possibile definizione di questo libro, che è anche il racconto di un tempo, quello dell’Italia di fine Novecento, o meglio ancora della Palermo all’indomani delle stragi di Falcone e Borsellino. Cioè di un’epoca in cui la società sentiva di essere un po’ più società, e di conseguenza la politica era un po’ più attenta, e le idee potevano trasformarsi in possibilità concrete. In cui la risposta al degrado sapeva non essere esclusivamente securitaria ma anche culturale e progettuale.
La storia raccontata in questo libro potrebbe essere il soggetto di un altro film, ed è forse anche per questo che è pubblicato nella collana Cinema della casa editrice romana. I riferimenti cinematografici, d’altra parte, non mancano: il Teatro Garibaldi vide passare registi come Raúl Ruiz, Wim Wenders, ovviamente Ciprì e Maresco e molti altri. E come dalla Palermo apocalittica Ciprì e Maresco davano vita a un cinema nuovo, così proprio «questo spazio [che] evocava la morte del teatro» risultava un’eccezione fertile, perché «solo dalla fine si poteva provare a dar principio all’opera». Alcuni racconti, come quello dell’uomo che porta un maiale al guinzaglio o delle bande di ragazzini che controllano il quartiere, sembrano riportarci direttamente alla Palermo raccontata da Gianfranco Mingozzi in un film come Li mali mistieri (1963). La figura di Bavera stesso, in fondo, sembra essere uscita fuori da un romanzo di Melville; il suo personaggio, un po’ piratesco, pare quasi una specie di Paulo Branco del mondo del teatro. Ed è come se avessimo tra le mani un libro in cui il celebre produttore portoghese si mettesse a raccontare delle sue avventure negli anni passati a produrre De Oliveira, Tanner, Akerman, Zulawski, Amalric, e infine quei medesimi Ruiz e Wenders passati negli stessi anni da Palermo… I punti di tangenza non sono pochi né casuali.
La scrittura di Bavera mescola finzione e racconto della realtà; il narratore si cela dietro le vesti di un custode, e racconta una città fatta di persone – i cui nomi sono spesso trasfigurati o celati – e di luoghi non meno evocativi, come le trattorie dell’ex Hotel Patria e di piazza Sant’Andrea, oggi entrambe scomparse, dove avvenivano incontri e si elaboravano pensieri e progetti. E lascia al lettore la possibilità di mettersi alla ricerca di quelle tracce e del seguito di quella storia. All’inizio degli anni Duemila, al Teatro Garibaldi di Palermo un giovane Antonio Latella dedicherà un’altra importante trilogia a Jean Genet, mentre Emma Dante muoveva i primi passi con la trilogia sulla famiglia siciliana della sua compagnia Sud Costa Occidentale. Più avanti, un susseguirsi di chiusure e aperture, vitali occupazioni e meno vitali assegnazioni di uno spazio che consente ancora oggi di proiettare nella memoria i fasti di un tempo in cui le possibilità erano realizzabili, e portavano con sé l’idea di un mondo nuovo. In cui si credeva che la cultura potesse essere la spinta autentica per un cambiamento e per una scommessa sul futuro, i cui effetti sarebbero stati tangibili in mondi vicini e lontani – li si vedeva in atto, negli stessi anni e nella stessa città, riverberare a vicenda nel mondo del cinema, della pittura, della musica. Una finestra che era stata aperta per sentire il rumore del mare, per parafrasare il Finale di partita di Beckett; un rumore che non si sarebbe potuto sentire neanche aprendo quella finestra. Un sogno fatto in Sicilia; un gesto apparentemente inutile, e per questo tanto più visionario, tanto più necessario.
Matteo Bavera, Amleto va alla Kalsa, minimum fax, Roma 2025.