Appena superato l’ingresso dell’Arsenale, si apre uno scenario transpecifico: le pietre, si legge su uno schermo, sono organismi viventi, sono il complesso ambiente di interdipendenza transpecie in cui il vivente e il minerale diventano indistinguibili. Sebbene la vita microboplanetaria delle pietre rimane al di sotto della soglia percettibile degli esseri umani, tuttavia essa è, in qualche modo, alla base della sociabilità ambientale. D’altro canto, Emanuela Borgnino, in continuità con quanto detto, aveva notato come nella cultura hawaiana anche le pietre hanno un ruolo sociale:
le pietre che alle Hawaii raccontano la propria genealogia e le storie vissute hanno un peso storico, un peso materiale e un carico invisibile che agisce efficacemente nella relazione con gli altri esseri umani che le frequentano. La logica nativa riconosce alle pietre un’intenzionalità che permette di annoverarle tra i viventi, e questo consente alle formazioni rocciose di relazionarsi con gli umani innescando comportamenti di risposta visibili e documentabili (Borgnino 2022, pp. 56-57).
Alla funzione vitale delle pietre, si aggiunge quella sociopolitica-architettonica degli alberi. Architecture as Trees-Trees as Architecture di OLA-Office for Living Architecture mostra cosa significa pensare un progetto architettonico come fosse un albero, fondendo e articolando in un’unica struttura elementi biologici e tecnici. Baubotanik descrive un metodo di costruzione che consiste nel realizzare strutture tecno-vegetali che sfruttano l’interazione fra tecnologia e crescita delle piante: gli alberi si fondono per creare un organismo più grande mentre al loro interno crescono dispositivi tecnici. Interwoven è un progetto che consiste nello sviluppo naturale di reti di radici all’interno di schemi preimpostati dall’essere umano.

Il Padiglione libanese, dal titolo La Terra si ricorda, prendendo spunto da un territorio devastato dall’ecocidio e dall’urbanizzazione incontrollata quale è il Libano, si presenta come un vero e proprio ministero rivolto alla co-abitazione tra esseri umani e non-umani. Il ministero dell’intelligenza della Terra è composto da diversi dipartimenti: 1) il dipartimento dei rapporti sull’ecocidio, il quale documenta in un archivio le ferite subite dalla Terra; 2) il dipartimento di contro-mappatura, il quale sfida la cartografia dominante per evocare geografie cancellate; 3) il dipartimento delle specie endemiche, il quale si propone di difendere la biodiversità attraverso la conservazione dei semi; 4) il dipartimento di guarigione strategica, il quale sviluppa strategie di rigenerazione ecologica basate sull’epistemologia indigena.
In accordo con le tematiche dei progetti precedenti, il Messico propone la chinampa, un sistema agricolo ancestrale appartenente alla tradizione mesoamericana che conta con più di 4000 anni di storia. Si tratta di blocchi di sedimenti, fango e vegetazione in cui si coltivano fiori, ortaggi e altri prodotti alimentari. Tali blocchi non hanno soltanto una funzione produttiva ma anche ecologica in quanto, in prossimità del lago, innescano sistemi di biodiversità caratterizzati da zone di alimentazione e rifugi di diverse specie, inoltre, questo sistema cattura il diossido di carbonio, purifica l’acqua e genera cibo e ossigeno. Chinampa Veneta, a partire da tali riflessioni preliminari, si presenta come un processo in cui la vegetazione, durante il periodo della Biennale, sarà in continua evoluzione e trasformazione.
Il Padiglione è composto da diverse chinampas e illustra il loro funzionamento: il primo blocco è rigenerato a partire da un chapin, un piccolo blocco di fango e nutrienti che contiene un seme, le altre chinampas sono disposte in modo tale da evocare le rive del Xochimilco, mentre al centro c’è una chinampa vivente nella quale convivono la milpa, un sistema di policoltura ancestrale, e la vite maritata, un antico sistema agroforestale tipico del Veneto e di alcune regioni dell’Italia dove la vite cresce intrecciandosi agli alberi. Si tratta, in tal senso, di stabilire un dialogo transgeografico e transnazionale tra due geografie, culture e sistemi autoctoni di produzione che soltanto in apparenza sembrano non avere alcuna relazione.
Pressure Cooker è, invece, il nome del progetto proposto dagli Emirati Arabi Uniti che consiste nell’analizzare le conseguenze del cambio climatico in relazione alla produzione di cibo. Il progetto mira a ripensare la funzione della serra, soprattuto in contesti aridi come quelli dei Paesi che il Padiglione rappresenta, integrandola negli spazi abitativi. I vari componenti della serra vengono smontati e assemblati in modo da creare strutture che non solo possano far fronte alle temperature alte delle zone aride e desertiche, ma che possano essere pensate specificatamente per il tipo di coltivazione che verrà generata al loro interno, spaziando dai cetrioli, tipici della zona, ai mirtilli, che difficilmente crescerebbero in questi contesti.
Il Way Studio ripensa la natura delle città cinesi. In questo caso specifico la megalopoli tende a convertirsi in un ecosistema tecnobiologico. Il progetto City in China-Nature of All Things, esplora i modi attraverso cui ripensare i trasporti e le biotecnologie in città ad alta densità. L’installazione immagina reti di mobilità 3D che migliorano i collegamenti tra i grattacieli con trasporti energicamente efficienti, mentre l’architettura diviene vivente attraverso l’integrazione di bioreattori ad alghe e pareti che regolano l’umidità attraverso le radici di funghi. Si tratta di sistemi simbiotici in cui umani, natura e macchine collaborano nella creazione di città organiche e resilienti.
Il progetto del Padiglione peruviano, invece, questiona l’uso ancestrale della totara, una pianta endemica simile al bambù, utilizzata dalle popolazioni Uros e Aimara per la costruzione di isole galleggianti abitabili e navigabili. Living Scaffolding, che rievoca anchela spedizione del 1988 attraverso cui un’imbarcazione interamente costruita sulla base delle tecniche ancestrali cercò di affrontare l’Oceano per collegare Sud America e Polinesia, ha il pregio di articolare intelligenza umana e naturale site-specific, mostrando come le conoscenze indigene possano generare soluzioni assolutamente efficienti per affrontare le crisi sistematiche e sistemiche del presente, rievocando l’avvertimento dell’antropologo brasiliano Eduardo Viveiros de Castro secondo cui «quando si umanizza tutto, diviene tutto pericoloso».

Il progetto del padiglione Belgio è probabilmente tra i più interessanti dell’esposizione internazionale, se non altro perché opera come prototipo reale per la configurazione futura — ma già in atto — degli spazi abitativi. Building Biospheres è stato realizzato dall’architetto paesaggista Bas Smets e il neurobiologo Stefano Mancuso e ha il proposito di studiare l’intelligenza vegetale per regolare naturalmente il clima delle abitazioni, sempre più caratterizzate dalla presenza di condizionatori e caloriferi, sempre più isolate dalla biosfera che fondamenta la vita degli abitanti. Se è vero che il clima preferibile in cui vivere è quello caratterizzato da estati calde, inverni miti e temperature costanti, allora l’utilizzo di piante appartenenti a settori geografici in cui è possibile riscontrare tali caratteristiche, e che modificano l’ambiente in cui vivono, può consentire di regolare il clima interno degli spazi abitati. Dunque, l’intelligenza vegetale modifica gli ambienti antropizzati rendendoli più vivibili. Studiando e monitorando il comportamento delle piante — circa duecento quelle presenti nello spazio espositivo —per comprendere di cosa esse necessitino per svilupparsi, le informazioni ricavate sono utilizzate per attivare l’irrigazione, la ventilazione e l’illuminazione della sala in modo da creare un microclima analizzabile e confrontabile con quello esterno attraverso tre stazioni microclimatiche poste all’interno e in prossimità della sala espositiva.
Le tematiche affrontate dalla 19a Biennale di Architettura di Venezia dialogano con la letteratura antropologica, biologica, ecologica, filosofica e politica che si è sviluppata nelle ultime decadi. Da Donna Haraway, Leone d’Oro alla carriera, al già citato Viveiros de Castro, da Anna Tsing e la sopravvivenza della vita nelle rovine del presente ai lavori sul design dell’indigenismo radicale di Julia Watson, dall’insegnamento dei miceli di Yasmine Ostendorf-Rodríguez a quelli delle foreste di Eduardo Kohn, dalle osservazioni di Kopenawa alle analisi di Emanuele Coccia, le riflessioni sugli innesti di intelligenze biotecniche negli spazi abitativi e sociali umani sono all’ordine del giorno.
Tuttavia, progetti come Lunar Ark, che propongono l’installazione di data center lunari, ci ricordano come la linea sottile che divide progresso ecosostenibile e nuove forme di colonizzazione è sempre molto fragile e instabile. D’altro canto, in modo esattamente speculare, copiare le ecologie indigene rischierebbe, come nota lo stesso Viveiros de Castro, di produrre risultati insoddisfacenti in quanto ogni replica del modello è sempre imperfetta e ogni modello è sempre accompagnato da una certa burocratizzazione della vita che in alcuni casi — per non dire sempre — sfocia in forme di controllo e dominio, com’è stato il modello occidentale nei confronti del cosiddetto Terzo Mondo il quale, come ricordava Arturo Escobar nella sua tesi dottorale del 1987, è un artificio linguistico che non nomina una realtà oggettiva quanto piuttosto un campo in cui si applicano logiche governamentali basate su interessi geopolitici.
Inoltre, ciò che il mondo occidentale continua a nominare con la fin troppo felice espressione di “politiche sostenibili”, non è che un’ulteriore forma di espropriazione in quanto, ad esempio, l’estrazione del litio in Africa, l’oro bianco utilizzato per realizzare alcune delle batterie considerate più efficienti per le macchine elettriche, è accompagnata dallo sfruttamento del lavoro, morti, ulteriori ecocidi. Sostenibile è solo il privilegio di chi cammina sulla punta dell’iceberg, al di sotto della quale continuano a muoversi gli stessi processi di sfruttamento e gli stessi fantasmi a cui decenni di cattive politiche estrattiviste e coloniali ci hanno abituato.
Questa Biennale traccia un percorso e solleva diverse questioni. Spetta a noi, o a chi ci seguirà, raccoglierne il lascito e tracciare una linea di demarcazione chiara e netta fra le pratiche ecosostenibili e il neocolonialismo, fra le pratiche indigene virtuose e quelle che sfruttano le prime per colonizzare il decoloniale. Il design e l’architettura hanno sicuramente un’impronta transpecifica, come verranno gestiti i rapporti fra gli attori umani, non-umani e artificiali del teatro planetario, è una partita ancora tutta da giocare.
Riferimenti bibliografici
E. Borgnino, Ecologie native, Elèuthera, Milano 2022.