Oh, io avevo commesso un’azione infernale, e doveva portare a tutti disgrazia;
perché, tutti lo affermavano, io avevo ucciso l’uccello che faceva soffiare la brezza (…)
E immediatamente questa mia persona fu torturata in una tremenda agonia che mi obbligò a raccontar la mia storia;
e solamente dopo averla narrata, mi sentii sollevato.
S. T. Coleridge, La ballata del vecchio Marinaio
Il Vecchio Marinaio di Coleridge, stanco e scheletrico, maledetto da Dio per aver ucciso l’innocente Albatross, trova sollievo solo nel raccontare ad altri le sue tragiche vicende. Allo stesso modo, in Anemone (2025), l’ex paramilitare inglese Ray Stoker deve trovare il coraggio di narrare l’origine del proprio dolore per liberarsi della sofferenza e della vergogna che lo tengono prigioniero.
Nel film d’esordio di Ronan Day-Lewis, il viaggio del protagonista non si compie più attraverso l’oceano sconfinato, ma tra gli abissi della mente. Daniel Day-Lewis (anche co-sceneggiatore), tornato alla recitazione dopo otto anni, interpreta un uomo rinchiuso nel silenzio, rifugiatosi nei boschi del Nord dell’Inghilterra a seguito di alcune azioni compiute in Irlanda durante i Troubles. Vent’anni prima Ray aveva infatti preso parte a delle operazioni segrete organizzate dall’esercito, in cui si era arruolato non per ideologia ma per cercare ordine dopo il caos di un’infanzia trascorsa in case famiglia con il fratello Jem, tra violenza e abusi.
Sin dal primo momento in cui compare sullo schermo, l’uomo viene mostrato nel suo isolamento: i suoi gesti, la sua routine, appartengono a un Purgatorio in cui il tempo è sospeso rispetto ai normali ritmi della civiltà. La brughiera e l’oscurità dei rami intrecciati degli alberi diventano il prolungamento del suo stato interiore: la natura, come in Coleridge, con la sua ferocia espressa attraverso gli elementi, si fa specchio del peccato umano: la vergogna si riflette nel cielo plumbeo. La terra non è solo uno scenario, ma parte del dramma morale che abita il protagonista. Il vento, che sferza costantemente tra le fronde, diventa l’unica voce in grado di esprimere il tormento di Ray. Il paesaggio restituisce così l’immagine di una patria non riconosciuta più come propria: l’Inghilterra che aveva servito si è trasformata in un territorio estraneo, incapace di accoglierlo.
La solitudine dell’ex soldato è interrotta dall’arrivo improvviso del fratello, che lo costringe a riemergere dall’esilio e a confrontarsi con la memoria. Jem lo prega di tornare a casa, di conoscere finalmente il figlio Brian (che non ha mai incontrato il padre, fuggito prima della sua nascita). Il ragazzo ha quasi ucciso un coetaneo prendendolo a pugni; è sempre più spaventato dalla violenza e della rabbia che sente scorrere dentro di sé: una feroce eredità sulla quale però non ha spiegazioni. Le abrasioni sulle sue mani diventano un monito visibile del dolore tramandato di generazione in generazione, il marchio di una genealogia attraversata dalla colpa.
La comparsa di un altro nel microcosmo del protagonista sembra riattivare quel tempo che per vent’anni era rimasto immobile: con il passare delle ore, i due fratelli riscoprono la confidenza perduta. Jem tenta di restituire a Ray la parola, e con essa la possibilità stessa di raccontare, tornando a esistere attraverso il linguaggio. I due fratelli passano insieme i giorni e le notti, dando nuova linfa a un legame familiare che sembrava dissolto: ballano davanti alla luce tremolante del fuoco, nuotano nel mare, camminano tra gli alberi, lottano nel fango. In questa comunione fragile, il nucleo familiare minimo – due corpi-fratelli che si riconoscono dopo anni di distanza – si ricostituisce, trovando nel contatto e nel gesto quotidiano la forma di una comunità. La riconciliazione familiare diventa così anche un ritorno alle origini, alla terra che li ha generati. Non la patria della Storia o delle armi, ma quella primordiale della Natura.
Lentamente, le parole riaffiorano dal passato. I monologhi del soldato emergono in un primo momento come frammenti interrotti dal vento e dalla pioggia, poi si distendono in un flusso continuo, in un fiume di confessioni che sgorga dalle ferite dell’infanzia e scivola verso la rivelazione centrale, la colpa che lo perseguita, che ne fa un criminale di guerra. Durante un’operazione contro gli irlandesi, accanto al rifugio dove si trova il gruppo di Ray un ragazzo di diciassette anni viene dilaniato da una bomba che stava costruendo per attaccare gli inglesi. Rimasto in vita anche se ferito, disperato, chiede aiuto. Il protagonista, davanti al corpo massacrato del giovane, deve scegliere che fare: lasciarlo agonizzare sarebbe una crudeltà, ucciderlo sarebbe un atto di pietà ma equivarrebbe comunque a togliere la vita di proposito a un civile innocente. Alla fine, il soldato spara. Quel gesto diventa la sua condanna eterna. Da quel momento, il senso di colpa lo perseguita; il ragazzo è il suo Albatross, la vittima innocente di un conflitto molto più grande di lui.
Nella confessione Ray trova una forma di espiazione, pur sapendo che non potrà mai cancellare la colpa. Quando conclude il suo racconto, scoppia una violentissima tempesta di grandine: il fragore degli elementi si mescola al suono della sua voce, la natura stessa reagisce alla potenza della sua storia. La furia della Natura rispecchia quella interiore, e la punizione diventa, allo stesso tempo, possibilità di liberazione. Il mattino successivo, il paesaggio è devastato. Eppure, le fragili anemoni di Ray – fiori che aveva piantato anni prima, in ricordo del padre che l’aveva abbandonato – continuano a resistere sotto il ghiaccio. La loro fragile resistenza non è solo simbolo di rinascita, ma anche di un legame finalmente ricomposto tra la famiglia ritrovata e la terra da cui proviene.
Dopo un ultimo confronto violento con il fratello, causato dalla paura di abbandonare le tenebre in cui per decenni ha vagato, Ray sale sulla moto di Jem e torna alla civiltà. Davanti alla casa della sua famiglia, incontra per la prima volta lo sguardo del figlio Brian. I lividi sulle mani del ragazzo non sono più così evidenti: la ferita si sta rimarginando, come anche quella che separava il soldato dalla vita, dall’amore, dal passato. La confessione, finalmente pronunciata, restituisce al ragazzo la possibilità di non essere più soltanto erede del peccato, ma anche, prima di tutto, un figlio in cerca del padre. Ora è realizzabile la riconciliazione tra le due radici del racconto, la famiglia e la patria. Il rientro in città di Ray è anche un ritorno al proprio posto nel mondo, alla propria terra, che può tornare a chiamare casa.
Il cielo, fino a quel momento plumbeo, si apre. Un raggio di sole si fa strada tra le nubi, illumina i volti. Ray sorride, in un gesto di accettazione. La maledizione si dissolve, il racconto è finito, la redenzione è ora possibile: anche l’anima tormentata del vecchio soldato, da violenta tempesta, può finalmente trasformarsi in brezza leggera.
Anemone. Regia: Ronan Day_Lewis; sceneggiatura: Ronan Day-Lewis, Daniel Day-Lewis; fotografia: Ben Fordesman; montaggio: Nathan Nugent; musiche: Bobby Krlic; interpreti: Daniel Day-Lewis, Sean Bean, Samantha Morton, Samuel Bottomley, Adam Fogerty, Safia Oakley-Green, Karl Cam; produzione: Granada Film Productions, Focus Features, Plan B Entertainment; origine: Stati Uniti d’America, Regno Unito; distribuzione: Universal Pictures; durata: 121′; anno: 2025.