Non poteva che essere Werner Herzog il protagonista di About a Hero di Piotr Winiewicz, pseudo-documentario con ampi stralci di fiction, mockumentary a tinte noir in cui realtà e finzione sono diabolicamente amalgamate. Non poteva che essere l’Herzog profeta della verità estatica, l’Herzog dei documentari che sono – in fondo – opere di fiction e dei film a soggetto che sono intrinsecamente non-fiction. Meglio ancora: non poteva che essere un Herzog fake, generato con un’intelligenza artificiale addestrata sulle opere del regista bavarese, per replicarne l’iconica voce narrante e, in alcune brevi inquadrature del finale, anche il volto.
La stessa sceneggiatura del film è accreditata, oltre che al regista Piotr Winiewicz e ad Anna Juul, a un’intelligenza artificiale dal nome evocativo di Kaspar, che richiama uno dei personaggi più memorabili della filmografia di Herzog, il Kaspar Hauser interpretato da Bruno S., l’uomo recuperato alla civiltà soltanto in età adulta. Qui Kaspar rappresenta invece – antiteticamente – la massima espressione della tecnica attuale, l’AI generativa che domina l’odierno dibattito tecnico-scientifico (e non solo) e che nel film dialoga con il regista per creare contenuti che, a un certo punto, sembrano sfuggire al tentativo umano di razionalizzarli e donare loro un senso compiuto.
Kaspar è l’evoluzione dell’Hal 9000 di 2001: Odissea nello spazio (Kubrick, 1968), come sembra evincersi dai (pochi) dialoghi che sentiamo pronunciare direttamente all’AI e come il regista suggerisce visivamente raffigurando spesso forme circolari, alcune di colore rosso, ai limiti della citazione. Come una citazione pare la breve sequenza simil-psichedelica che richiama lo stargate di Douglas Trumbull, momento cardine del capolavoro kubrickiano. Ma Kaspar è anche (incredibilmente) già superato, se si considera che il progetto di About a Hero è cominciato nel 2018, quando l’AI era ancora in una fase decisamente embrionale rispetto al boom registrato negli ultimi anni. Winiewicz si è dovuto pertanto interfacciare con uno strumento che evolveva rapidamente, che registrava continui miglioramenti, nell’ambito di mesi o addirittura settimane, e si è dovuto a un certo punto confrontare con l’inevitabile necessità di chiudere e confezionare il prodotto finito.
Il film inizia con una frase di Herzog che, come insegna l’incipit di Apocalisse nel deserto (Herzog, 1992), è del tutto lecito mettere in discussione. Eppure, il regista bavarese ha davvero pronunciato le parole che gli vengono attribuite in esergo, ossia che nessun computer sarà mai in grado di fare un film buono come i suoi per i prossimi 4.500 anni (“a computer will not make a film as good as mine in 4,500 years”). Correva l’anno 2016 e Herzog presentava al Sundance Lo and Behold – Internet: il futuro è oggi, documentario sul web e i suoi impatti sull’uomo. Meno di dieci anni dopo internet è uno strumento ampiamente consolidato, una rivoluzione digerita e superata dal dibattito sull’AI.
Herzog al progetto di Winiewicz ha voluto dare la sua scettica benedizione, innanzitutto, acconsentendo all’utilizzo di un sé che non è sé stesso. Un placet volto probabilmente a ottenere una conferma del suo pensiero, più che a vedersi smentito; un placet volto ad avvalorare la sua idea romantica e umanista di un cinema che «ha a che fare con la creazione di relazioni immediate e profonde con le persone» (Herzog 2024). Il regista bavarese ha poi donato un breve frammento audio che si mescola alla dominante voce AI-generated, contribuendo all’ambiguità di fondo dell’opera.
Sta di fatto che Winiewicz ha trovato un’idea e una formula sicuramente originali e suggestive per il suo esordio al lungometraggio, tanto da venire selezionato per l’apertura del prestigioso International Documentary Film Festival di Amsterdam nel 2024, con scelta oltremodo controversa se si pensa a quanto distante sia quest’opera dai canoni del documentario o del cinema del reale. Dopo aver girato una decina di rassegne in giro per il mondo, il film è infine approdato al 43esimo Torino Film Festival, nel concorso documentari.
Un’idea così originale, quella del regista polacco trapiantato in Danimarca, che rischia di ridurre l’intera trama al ruolo di gigantesco macguffin: la vicenda è ambientata nella cittadina tedesca di Getunkirchenburg (inventata, ovviamente), che ospita una fabbrica di elettrodomestici che, con il tempo, si è sviluppata in settori produttivi ben più complessi, tanto che nei suoi stabilimenti si è arrivati a progettare e costruire la infinity machine, un dispositivo intelligente deputato a sostituire l’uomo (la mise en abyme è servita, considerato che questa storia è stata partorita da un’AI). In tale contesto, il falso Werner Herzog viene chiamato a investigare sulla morte di un lavoratore di quello stabilimento, deceduto in circostanze misteriose dopo essersi scontrato con quella macchina senziente – c’è chi parla di suicidio, chi di omicidio, chi di un infarto.
La familiare voce narrante herzoghiana, sintetizzata più che discretamente dall’AI, diventa così la voce del detective, che interroga personaggi legati a vario titolo al defunto o alle vicende della comunità. Una giornalista di cronaca nera, interpretata da Vicky Krieps. I dirigenti dell’azienda. E poi ovviamente – e diffusamente – la moglie del defunto, protagonista di una disorientante sequenza (auto)erotica in cui fa sesso con un tostapane delle industrie Hirschon’s, qualcosa che però rimanda più a Cronenberg e a Ducournau che a Herzog.
I personaggi della sottotrama mystery non sono i soli ad avere voce, visto che si susseguono svariate testimonianze di soggetti estranei alla vicenda narrata, che portano il discorso su un piano squisitamente teorico. Dal media lawyer che, esaminando il contratto di produzione, afferma come quel documento possa prevedere la possibilità di inventare di sana pianta le sue stesse parole. Al poeta e scrittore Charles Mudede, che si assume l’arduo compito di dare una interpretazione umanista ai concetti rappresentati nel film. Fino all’attore Stephen Fry, che spiega come l’AI probabilmente non distruggerà l’uomo, ma di sicuro lo umilierà. Il tutto mentre la telecamera letteralmente si distrae, spostando il centro dell’inquadratura verso alcuni dettagli trascurabili dello sfondo: forse un omaggio all’Automavision usata da Lars Von Trier ne Il grande capo (2006), esempio pionieristico – e visionario, col senno di poi – dell’automazione applicata al cinema.
Terminata la visione di About a Hero – ma anche, a larghi tratti, durante la stessa proiezione – si fa fatica a comprendere a fondo ciò a cui si è assistito. Per quanto artigianale, provocatorio e cerebrale, come tutto quel cinema che si impone di far prevalere le idee per far fronte alla scarsità di mezzi, l’impressione è di aver osservato da vicino un rudimentale prototipo di ciò che sempre più assomiglierà a un lungometraggio in un futuro ormai ineluttabilmente prossimo. Uno scenario che per molti è tutt’altro che auspicabile (ricordiamo lo sciopero a oltranza degli sceneggiatori nel 2023, l’anno successivo al lancio di ChatGPT) e che invece stimola la curiosità di altri. Sicuramente è apprezzabile che un esperimento sui generis come About a Hero ci permetta di discuterne, agli albori di una possibile – e non si sa quanto evitabile – svolta epocale.
Riferimenti bibliografici
W. Herzog, Guida per i perplessi. Nuovi incontri alla fine del mondo, Minimum Fax, Roma, 2024.
F. Grosoli, E. Reiter, Werner Herzog, Il castoro, Milano, 2016.
About a Hero. Regia: Piotr Winiewicz; sceneggiatura: Kaspar, Anna Juul, Piotr Winiewicz; fotografia: Emil Aagaard; montaggio: Michael Aaglund, Julius Krebs Damsbo; musiche: Lasse Aagaard; suono: Peter Storm Wich; interpreti: Imme Beccard, Vicky Krieps, Willi Schlüter, Steffen Böye, Ida Beccard, Bernd Tauber, Claudia Harder, Bianca Rusu; produzione: Mads Damsbo, Rikke Tambo Andersen, Sam Pressman per Tambo Film, Pressman Film; origine: Danimarca, Germania, Stati Uniti d’America; durata: 85’; anno: 2024.