«Impegna tutta l’esistenza», questo fa, secondo Pierre Hadot, la filosofia: «L’atto filosofico non si situa solo», e forse neanche principalmente, «nell’ordine della conoscenza, ma nell’ordine del “Sé” e dell’essere: è un progresso» – e forse Wittgenstein non sarebbe stato del tutto d’accordo con questo ottimismo – «che ci fa essere più pienamente, che ci rende migliori. È una conversione» – questo è il punto, come vedremo, della filosofia come forma di vita secondo Wittgenstein; nella filosofia è in questione questo cambiamento radicale nel modo di vivere – «che sconvolge la vita intera, che cambia l’essere di colui che la compie» (Hadot 2005, pp. 31-32). La filosofa non è colei che “studia” la filosofia, così come l’ingegnere studia l’idraulica, o il collezionista di francobolli si occupa di filatelia: mentre non ci aspettiamo che l’ingegnere idraulico conduca una vita “idraulica”, o che il collezionista conduca un’esistenza “filatelica”, ci aspettiamo invece – o almeno questa sembra essere l’idea di Wittgenstein – che la vita della filosofa sia una vita filosofica. O meglio, ci aspettiamo che la forma di vita della filosofa sia una vita interamente costruita intorno alla filosofia. Quando si ha a che fare con la filosofia non è quindi in questione la conoscenza, e tantomeno la conoscenza della storia della filosofia, ma appunto la forma della vita che si conduce. Questo vuol dire, in particolare, che un professore di filosofia, ad esempio all’Università, non per questo è un filosofo: insegnare e studiare filosofia non rende filosofi, non più che studiare e collezionare figurine dei calciatori renda qualcuno un calciatore. Ma questo significa che questo modo di intendere la pratica filosofica, “l’atto filosofico” come lo chiama Hadot, è praticabile anche da chi (e verrebbe da dire soprattutto) non è filosofo di professione, cioè di chi ha fatto della filosofia il proprio mestiere.

Ma che vuol dire, propriamente, una forma-di-vita filosofica? Vuol dire forse vivere in modo “saggio” e “misurato”? In realtà ci sono grandissime figure filosofiche, si pensi ad esempio a Friedrich Nietzsche o a Simone Weil, che hanno condotto esistenze per nulla sagge e misurate; quindi non è tanto la saggezza in questione, quanto, e qui Wittgenstein sembra essere in accordo con Hadot, il loro lavoro filosofico è sempre stato inestricabilmente intrecciato ad un parallelo lavoro su sé stessi. Una vita filosofica è sempre una vita che ruota intorno a certe domande (ogni filosofia degna di questo nome non fa che ritornare sulla stessa domanda), ma contemporaneamente interroga sé stessa nel momento in cui si pone quella domanda: «Il lavoro in filosofia – come, sotto molti aspetti, quello in architettura − è, in verità, più il lavoro su sé stessi. Sulla propria concezione. Su come si vedono le cose. (E su che cosa ci si aspetta da esse)» (Wittgenstein 2026, p. 35). Se torniamo al caso dell’ingegnere idraulico, studiare il funzionamento di una idrovora non richiede che lo stesso idraulico metta in questione sé stesso occupandosi di quell’idrovora: per Wittgenstein, al contrario, ogni oggetto di riflessione filosofica è anche e contemporaneamente un modo di occuparsi di sé. L’esempio dell’architettura è interessante, se si pensa alla celebre Stonborough-Haus progettata dallo stesso Wittgenstein.

Si tratta di un progetto che, com’è stato spesso osservato, mette in mostra lo stile “filosofico” di Wittgenstein quasi più che lo stesso Tractatus logico-philosophicus, l’unico libro che abbia effettivamente pubblicato in vita. In effetti la cifra stilistica di Wittgenstein è tanto importante quanto le sue tesi filosofiche (ammesso che ne avesse qualcuna): come scrive in questi Pensieri 1914-1951 «oggi la differenza tra un architetto bravo e uno mediocre consiste in questo: il mediocre soccombe a ogni tentazione, mentre l’altro vi resiste» (ivi, p. 8). Sia un progetto architettonico, come uno filosofico, sono “luoghi” da abitare che devono lasciare a chi li vive la massima possibile libertà di movimento; devono offrire solo l’essenziale, non devono imporsi: si occupano del come, non del che. Ecco a che cosa si tratta di resistere. Alla tentazione di dire troppo, finendo per credere che il filosofo – o l’architetto – ne sappia più, sulla vita e su come viverla, delle altre persone.

Al contrario, il filosofo si interroga prima di tutto «sulla propria concezione. Su come si vedono le cose. (E su che cosa ci si aspetta da esse)». In questo senso il lavoro propriamente filosofico ha a che fare non tanto con cose determinate (ad esempio, il libero arbitrio o il materialismo), ma su come le cose si presentano a noi, un modo che, in particolare, è influenzato dal modo in cui ne parliamo. Deriva da qui l’interesse di Wittgenstein per il linguaggio, perché si tratta di un dispositivo di cui non ci accorgiamo, che parla e pensa per noi. In questo senso Wittgenstein si occupa del linguaggio non perché costituisca il suo “oggetto” di ricerca – come possono essere gli insetti per un entomologo o la prostata per un urologo – bensì perché se non si tematizza il linguaggio, cioè l’inconscia forma di conoscenza specie-specifica degli esseri umani, si rimane impigliati nella rete delle parole, senza mai arrivare alla cosa che diciamo ci interessa realmente: per questo, «il mio modo di filosofare è per me sempre qualcosa di nuovo, ed è proprio per questo che devo così spesso ripetermi. […] L’essenza di questo metodo consiste nel passaggio dalla domanda sulla verità a quella sul senso» (ivi, pp. 3-4). Wittgenstein si deve sempre ripetere perché non facciamo che dimenticarci che quando crediamo di parlare di qualcosa, cioè della verità (o falsità) dei discorsi che facciamo su questo qualcosa, in realtà ne stiamo soltanto parlando, e quindi rimaniamo fermi al senso di questi discorsi, senza mai avvicinarci a ciò di cui pretendiamo di stare parlando. Si pensi a quegli sventurati che non fanno che ripetere che a loro interessano soltanto i “fatti” e non le parole che li descrivono: e che cos’è un “fatto”, se non appunto anch’esso una parola? Non dovremmo mai dimenticare che sia i “fatti” che le “parole” non sono altro che parole. La filosofia, potremmo dire, comincia con questo “ricordo”.

Per questa ragione, osserva sconsolato Wittgenstein, «com’è difficile per me vedere quello che mi sta proprio davanti agli occhi!» (ivi, p. 67). Per provare a vederlo occorre prima mettere a tema il mezzo attraverso cui vediamo ciò che “sta proprio davanti agli occhi”, cioè il linguaggio che è talmente presente nelle nostre vive che ormai non ci accorgiamo nemmeno della sua invadente presenza (per questo vediamo il senso, e non la verità dei nostri discorsi: vediamo la forma linguistica, non il riferimento delle nostre parole): «Possa Dio concedere al filosofo lo sguardo per cogliere ciò che sta davanti agli occhi di tutti» (ivi, p. 111). Si capisce anche perché la filosofia, per Wittgenstein, non abbia propriamente tesi; il suo compito consiste piuttosto nel provare a sgombrare il campo da ciò che appunto ci impedisce – il linguaggio e i pensieri che ne intessono i discorsi – di vedere “ciò che sta davanti agli occhi di tutti”. Si comprende anche perché un lavoro del genere sia contemporaneamente un lavoro su sé stessi, perché una volta che il campo sarà stato sgombrato si apriranno possibilità di azione che prima semplicemente non riuscivamo nemmeno a immaginare. Ecco il perché del peculiare stile filosofico di Wittgenstein: si potrebbe dire che il motto del suo “lavoro in filosofia” sia, come lui stesso annota, «io distruggo, distruggo, distruggo» (ivi, p. 27). Una “distruzione”, però, da leggere insieme al § 118 della prima parte delle incompiute Ricerche filosofiche: «Da dove traggono importanza queste considerazioni, dato che sembrano limitarsi a distruggere tutto ciò che è interessante, ossia tutto ciò che è grande e importante? (Tutti gli edifici, per così dire, lasciando dietro di sé solo pezzi di pietra e macerie.) Ma quelli che distruggiamo sono solo edifici fatti d’aria, e distruggendoli, liberiamo il terreno del linguaggio sul quale sorgevano» (Wittgenstein 2024).

Si coglie così, infine, la portata liberatoria di questa peculiare impresa filosofica. Non si tratta, per Wittgenstein, di dare risposte ai cosiddetti “grandi problemi” o proporre nuove teorie rispetto a  presunte questioni “filosofiche”: si tratta piuttosto di liberare “il terreno del linguaggio”, affinché si possa lasciarlo libero di svilupparsi liberamente, oppure costruire nuovi edifici. Il lavoro filosofico è un lavoro preliminare per mettere ciascuno in condizione di muoversi, se lo vuole, per conto proprio. Per questa stessa ragione Wittgenstein non ha mai voluto fondare una scuola: «Sono solo io che non posso fondare una scuola, o nessun filosofo può farlo? Io non posso fondare una scuola perché, in realtà, non voglio essere imitato. In ogni caso, non da quelli che pubblicano articoli nelle riviste filosofiche» (Wittgenstein 2026, p. 106). Ecco in che consiste, allora, il caratteristico “atto filosofico” di Wittgenstein, accennare ad una via d’uscita che è sempre stata presente, ma non avevamo mai pensato che fosse davvero percorribile: “un uomo è imprigionato in una stanza, anche se la porta non è chiusa a chiave e si apre verso l’interno, ma non gli viene in mente di tirare invece di spingere” (ivi, p. 74). La filosofia prova a farti venire in mente che la “soluzione” è sempre stata a portata di mano; il gesto filosofico è semplicissimo, ma dalle conseguenze incalcolabili.

Riferimenti bibliografici
P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino 2005.
D. Marconi, Il mestiere di pensare, Einaudi, Torino 2014.
P. Wijdeveld, Ludwig Wittgenstein Architetto, Electa, Milano 2000.
L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, a cura di Luigi Perissinotto, Feltrinelli, Milano 2024.

Ludwig Wittgenstein, Pensieri 1914-1951, a cura di Luigi Perissinotto, traduzione di Tiziana Fracassi, Einaudi, Torino 2026.

Share