Wild horses
Couldn’t drag me away
Wild, wild horses
We’ll ride them some day
(Rolling Stones)

“Wild horses” è un’espressione inglese usata per indicare delle forze che, per quanto cerchino di costringerti a fare qualcosa contro la tua volontà, non sono capaci di piegarti («Neanche dei cavalli selvaggi potrebbero trascinarmi via», canta Mick Jagger). Quello che dà il titolo al film di Martin McDonagh, presentato in concorso all’83ª edizione del Festival di Venezia, non è però un cavallo qualsiasi: è armato di una pistola 9mm. Ambientato nel Cile del 1973, il film segue l’agente della CIA Chris (John Malkovich), malato terminale di cancro che fa uso di morfina per placare il dolore. Il suo collega Lee (Sam Rockwell) cerca di tenere sotto controllo l’anziano compagno che, sentendosi prossimo alla fine, decide di scrivere un’autobiografia. Ma come si inizia a raccontare la vita di un agente che ha pianificato i colpi di Stato orchestrati dagli Stati Uniti in Guatemala e Congo, l’omicidio di Kennedy e le strategie della guerra del Vietnam? «Potrei partire dai dinosauri», pensa Chris; nello specifico, l’uomo si chiede se i dinosauri abbiano un’anima e se verrebbero accolti in paradiso. Per quanto insolita, è la domanda perfetta per mettere a nudo la morale di un uomo intervenuto nei più cruciali eventi del Novecento, segnando la storia globale con la convinzione di agire per un “bene superiore”.
Chris esprime con fermezza una visione del mondo maturata attraverso viaggi ed esperienze fuori dal comune, ma la sua è una prospettiva disincantata, guidata da una logica utilitaristica secondo cui le azioni compiute, per quanto atroci, erano prive di alternative. Lo stesso uomo capace di portare alla detenzione di migliaia di persone in nome della democrazia riduce poi quello stesso valore al più prosaico “rendere i Paesi abbastanza gay da produrre buon formaggio”. Allo stesso tempo, si osservano i semi di una sensibilità selettiva: mentre spia dei giovani comunisti, Chris ammette di preoccuparsi della morte delle falene, dimostrando di provare più simpatia per questi insetti che per gli stessi cittadini del Cile. Il suo sguardo è cinico e il «cinismo assolutizza il potere e piega ogni scelta al predominio della forza» (Berardi 2023, p. 40). Il cinismo appartiene a chi un tempo credeva e che ora, pur avendo smesso di farlo, continua a eseguire gli ordini ricevuti poiché incapace di mettere in discussione lo stato delle cose. In una democrazia popolata da uomini cinici, la libertà diventa così un’illusione e la forza della volontà collettiva si ritrova del tutto impotente.
Armato del suo cinismo, il protagonista si trova a occupare un ruolo quasi profetico, circondato dalle macerie del passato e intento a danzare sull’orlo dell’apocalisse. Chris gode di una posizione privilegiata per osservare il dispiegarsi della storia nel passaggio tra due eventi cruciali: le uccisioni di Kennedy e di Allende. Sebbene l’agente ironizzi sul fatto che l’assassinio di un presidente nero (Patrice Lumumba, primo ministro del Congo) non sia rimpianta quanto quella di un uomo politico bianco, quello di Kennedy è all’origine di un senso di colpa da cui i personaggi americani non riescono a liberarsi: la sua morte segna infatti l’inizio della fine, la rinuncia definitiva a qualsiasi ambizione democratica. Il futuro non fa che confermare questa deriva, culminando nel colpo di Stato dell’11 settembre ai danni del primo presidente marxista eletto democraticamente.
Se il passato non può essere cambiato e il futuro è già scritto, ai personaggi di McDonagh non rimane altra opzione se non la fuga: Chris e Lee decidono così di lasciare il Cile per partire alla volta dell’Isola di Pasqua e contemplarne i Moai. Questo scenario richiama altri paesaggi dalla natura sublime presenti nella filmografia del regista britannico-irlandese, in particolare l’isola immaginaria di Inisherin de Gli spiriti dell’isola (2022). Tuttavia, anche questo tentativo di evasione si rivela del tutto futile: Chris continua a sperimentare un profondo senso di solitudine pur di fronte alla maestosità del panorama, la medesima solitudine avvertita in ogni luogo visitato in passato. L’abbandono del mondo resta soltanto apparente, come riconferma l’inserto della Monument Valley nello sfondo della telefonata tra Chris e suo fratello (una breve comparsa di Tom Waits). L’imponente inquadratura della Valley agisce come un marcatore di genere e di autorialità, configurandosi insieme come spettacolo visivo e geografia deterritorializzata, coerentemente con quanto afferma Palmer a proposito dell’ontologia del western: «the real is turned into backdrop and drained of particularity even while becoming a landscape of peculiarly powerful cinematic appeal» (2016, p. 66). L’Isola di Pasqua, l’immaginaria Inisherin e la Monument Valley sono spazi magnifici e sconfinati nei quali la figura umana sembra riassorbita. Territori apparentemente scanditi da un tempo geologico incommensurabile rispetto a quello umano. Eppure, chi tenta di sfuggire alla storia trovando rifugio in questi luoghi è destinato a rimanere deluso: come ricordano diversi scambi di battute nel film, la bellezza dei paesaggi non deve far dimenticare che essi sono stati un tempo abitati da popolazioni sterminate con la violenza. La rimozione dei nativi si sovrappone così come un’ulteriore traccia fantasmatica a questo costante tentativo di fuga dall’orrore.
Cosa fare, dunque? Contrapponendosi al cinismo, Franco Berardi sceglie l’ironia: «L’ironia non può essere disincantata, non essendosi mai fatta incantare» (2023, p. 47). La forza corrosiva dell’etica ironica risiede nella capacità di immaginare nuove forme di gioco, anche quando non si è certi dell’esito. Nel film, questa nuova apertura interpretativa può assumere la forma di uno sguardo insolito, come quello di un’opera western osservata dalla prospettiva di un cavallo – che Chris definisce “un western deprimente”, giacché l’animale che nasce accanto ai cowboy finisce poi per morire insieme ai nativi. Ma lo scarto decisivo avviene attraverso l’incontro di Chris con una giovane studentessa femminista: consapevole del destino che attende lei e gli altri comunisti, l’agente le prospetta due alternative, abbandonare lo scontro politico e disertare ritirandosi su un’isola sperduta, oppure rispondere con la stessa violenza, agendo anche quando nulla sembra poter cambiare. Se Chris morirà perseguendo la prima via, la studentessa sceglierà l’azione violenta. Con questo film McDonagh non si propone di riscrivere gli eventi storici, come avviene nel cinema di Quentin Tarantino o Marco Bellocchio; il regista si ferma un passo prima, limitandosi a modificarne le premesse. Senza pretese di sancire alcuna verità, il processo immaginativo non sceglie di percorrere una sola delle vie possibili, ma rivendica uno spazio di possibilità. Il racconto mette così in scena i momenti immediatamente precedenti a un’apocalisse già annunciata – situata nel Cile degli anni settanta così come nel nostro presente – chiedendoci di agire anche quando tutto sembra ormai perduto.

Riferimenti bibliografici
F. Berardi, Disertate, Timeo 2023.
R.Barton Palmer, Shot on Location: Postwar American Cinema and the Exploration of Real Place, Rutgers University Press 2016.


Wild Horse Nine. Regia: Martin McDonagh; sceneggiatura: Martin McDonagh; fotografia: Ben Davis; montaggio: Mikkel E. G. Nielsen; musiche: Carter Burwell; intepreti: John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Mariana di Girolamo, Ailín Salas
Tom Waits, Parker Posey; produzione: Blueprint Pictures, Film4 Productions; distribuzione: The Walt Disney Company Italia; origine: Regno Unito; durata: 118′; anno: 2026.

Share