50 anni di Watergate

di ELISABETTA RAIMONDI

Watergate: Portraiture and Intrigue, la mostra.

Gaslit (Ross, 2022).

La notte del 17 giugno 1972 una banda di cinque ladruncoli maldestri, passati alla storia come “idraulici” (plumbers) sebbene vestiti con giacca cravatta e guanti da chirurgo, tentò di sabotare gli uffici del Comitato Nazionale del Partito Democratico situati nell’enorme complesso residenziale Watergate di Washington, venendo colta in flagrante da una squadra di poliziotti travestiti da hippy nella stanza 214, oggi rinumerata 205 ma sulla cui porta campeggia la targa con le scritte “SCANDAL ROOM” e “ORIGINALLY 214”. In un appartamento del palazzo di fronte, sempre parte del Watergate, affittato per preparare il piano e monitorare visivamente e con dei walkie-talkie l’irruzione, i due altrettanto maldestri capi banda Gordon Liddy e Howard Hunt, coinvolti come gli altri cinque con Fbi e/o Cia, lasciavano tracce che avrebbero condotto non solo al proprio arresto, ma anche alla Casa Bianca. Non fosse stato per la serietà della vicenda, l’episodio in sé poteva essere fin da allora il punto di partenza per un film comico, magari una commedia all’italiana anni 50-60 sullo stile della “banda degli onesti” o di quella dei “soliti ignoti”, oppure una dark comedy alla fratelli Coen. Cosa che, come vedremo, è in parte avvenuta oggi in occasione del suo cinquantesimo anniversario.

Subito denominato “Watergate”, la cui desinenza avrebbe siglato tutti gli scandali a venire, il caso coinvolse l’intera gerarchia nixoniana, dai semplici idraulici, quattro dei quali di origine cubana reclutati a Miami, alle più alte sfere amministrative, e fu oggetto di indagini che, pur permettendo a Nixon di farla temporaneamente franca tanto che in novembre fu rieletto presidente, proseguirono imperterrite. Le più tenaci e decisive, condotte da Bob Woodward e Carl Bernstein del Washington Post con l’auto di un informatore definito Gola Profonda – sulla cui identità la coppia “Woodstein” mantenne il segreto per più di 30 anni fino a quando non fu lui stesso nel 2005 a svelare di essere l’allora vice-capo dell’FBI Mark Felt – vennero raccontate nel loro libri All the President’s Men e The Final Days. Il primo dei due divenne l’omonimo film di Alan Pakula del 1976, talmente famoso che ancora oggi ci immaginiamo i due giornalisti come Robert Redford e Dustin Hoffman quarantenni. I loro continui articoli fecero cadere una dopo l’altra le teste di tutti gli uomini del presidente, a partire da John Dean, il primo del gotha nixoniano a svuotare il sacco, dimostrarono come il Watergate fosse solo la punta di un iceberg di intrighi, corruzioni, riciclaggio di denaro, crimini e insabbiamenti prolungati negli anni, e portarono infine alle dimissioni di Nixon, rese il 9 agosto 1974 per evitare l’ormai certo impeachment.

Oggetto nei decenni di molti libri, film, interviste, documentari e della piece teatrale Frost-Nixon di Peter Morgan – da cui l’omonimo film di Ron Howard  – portata in scena in Italia dai due mostri sacri del Teatro dell’Elfo Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, quella  fase storica è oggi commemorata con diversi eventi. Uno di quelli qui presi in considerazione è la mostra Watergate: Portraiture and Intrigue, allestita allo Smithsonian Museum of American Art di Washington in una suggestiva galleria dove le pareti blu e le luci soffuse enfatizzano le 25 opere esposte, visibili anche online. Il manifesto riproduce la caricatura che fece da copertina al numero di aprile 1973 di Time Magazine, in cui sei dei principali uomini del presidente – Jeb Magruder, Bob Haldeman, John Dean, John Mitchell, Maurice Stans e James McCord, l’unico a essere anche idraulico – sono legati con cavi di telefoni cuffie e cimici in un cerchio al centro del quale c’è Nixon, ciascuno con il dito puntato verso il compare dopo di lui. Tra altre caricature, disegni, fotografie, collage, dipinti, e persino una sorta di monte Rushmore in miniatura con i volti scolpiti di Richard Nixon e Henry Kissinger, spicca il bel volto sorridente di Martha Mitchell in un quadro a olio, a sua volta copertina di un numero di Time Magazine del 1970, a testimonianza della popolarità di quella donna, invitata a tutti i programmi tv più visti e adorata dalla stampa.

Moglie del potentissimo John Mitchell, Procuratore Generale di Richard Nixon dimessosi nel 1972 per dirigere il CREP – quel Comitato per la Rielezione del Presidente dove i milioni di dollari arrivavano a flusso continuo e di cui Woodward e Bernstein riuscirono ad avere l’elenco dei componenti, così importante per le loro indagini – Martha, abituata a dire sempre quello che pensava anche su faccende politiche distinguendosi quindi dalle altre mogli di quella cerchia di potere maschile, è anche la protagonista di due produzioni tv del 2022: la serie Gaslit, visibile su Starzplay, e il documentario Netflix L’effetto Martha Mitchell. Tra le produzioni commemorative è anche in arrivo l’attesissima serie tv Hbo White House Plumbers, in cui vedremo i già citati Howard Hunt, Gordon Liddy e John Dean interpretati da Woody Harrelson, Justin Theroux e Domnhall Gleeson.

La cosa più interessante, e anche la più divertente per i cinefili un po’ maniaci di confronti connessioni omissioni e citazioni, riguarda i punti di vista attraverso cui lo scandalo viene oggi analizzato rispetto alle principali produzioni cinematografiche esistenti. Sebbene ciascuno dei cinque film più importanti – oltre a Tutti gli uomini del Presidente (1976) di Alan Pakula, ricordiamo Secret Honor (1984) di Robert Altman, Gli intrighi del potere: Nixon (1995) di Oliver Stone, Frost-Nixon (2015) di Ron Howard e The Silent Man (2017), il cui titolo originale è Mark Felt: The Man Who Brought Down The White House, di Peter Landesman – abbiano affrontato la vicenda in modi differenti e unici, nessuno aveva ancora posto il focus né su Gordon Liddy e i suoi “plumbers”, né su John Mitchell e John Dean, né tanto meno su Martha Mitchell. Contrariamente agli uomini, nei film più o meno ricorrentemente citati e/o visibili, Martha è presente esclusivamente in quello di Oliver Stone, dove viene nominata in un paio di conversazioni da cui si evince come Nixon, nel film Sir Anthony Hopkins, non la sopporti e dove compare in una breve scena interpretata dalla Madeline Kahn di Frankenstein Junior, ma dove non le viene attribuito il ruolo determinante che in effetti ebbe nella caduta di Nixon.

Nella serie Gaslit Martha, una straordinaria Julia Roberts, fa la parte del leone rispetto ai tre pur importantissimi protagonisti maschili. Intrecciandosi con il terribile dramma che la coinvolge, due filoni della serie toccano anche, come si accennava prima, diverse gradazioni della commedia, soprattutto quello dei “plumbers” dove Shea Wigham nei panni di Gordon Liddy ci offre un capolavoro di grottesco tragicomico che lascia il segno. Molto apprezzabili anche Sean Penn e Dan Stevens, rispettivamente John Mitchell e John Dean. Nel documentario L’effetto Martha Mitchell, interamente basato su filmati e documenti autentici, vediamo invece i veri coniugi Mitchell e veniamo a conoscenza di informazioni interessanti che dimostrano come la vicenda di Martha raccontata in Gaslit non solo abbia ben poco di inventato a fini spettacolari, ma sia stata omessa nei film precedenti.

Per esempio vediamo Woodward e Bernestein darle credito nei loro articoli sul Washington Post sebbene nel film di Pakula non la si citi mai; vediamo anche uno stralcio di una delle interviste che Nixon concesse a David Frost, in cui il presidente dice: “Sono convinto che se non fosse stato per Martha non ci sarebbe stato alcun Watergate”, frase non riportata nel film Frost-Nixon con Michael Sheen e Frank Langella. Commenti analoghi li sentiamo nei famosi nastri registrati, quelli da cui mancavano i 18 minuti incriminanti Nixon, dove Martha viene nominata per più di 100 volte in diverse conversazioni, dapprima come fonte di costante preoccupazione e poi, dopo lo scoppio del Watergate, come persona da far tacere e da fare passare per pazza. Non è un caso che il titolo dato alla serie sia il participio passato del verbo “gaslight”, che ha più o meno il significato di manipolare le persone per far credere loro ciò che non è vero, fino al punto da convincerle di essere impazzite. La particolarità del termine è che il suo uso e significato sono entrati a far parte del vocabolario direttamente dal mondo del teatro e soprattutto del cinema, dopo l’enorme successo dello splendido thriller psicologico Gaslight, di George Cukor del 1944, titolo italiano Angoscia, ambientato nella Londra di fine ottocento, in cui Charles Boyer convince sua moglie Ingrid Bergman che sta diventando pazza poiché sente dei rumori in soffitta e vede le luci della casa abbassarsi, quando è lui stesso a manovrare le manopole del gas. In realtà il film americano è il remake di un film britannico del 1940 a sua volta tratto dalla piece teatrale del 1938 Gas Light. Sebbene la Metro-Goldwyn-Mayer avesse voluto come clausola del contratto per l’acquisto dei diritti la distruzione di tutte le copie del film inglese, negativi compresi, per evitare concorrenza e confronti, la pellicola del ’40 è fortunatamente stata salvata e restaurata.

Insomma si potrebbe andare avanti all’infinito tra citazioni parallelismi e curiosità e questo pezzo è solo un breve resoconto di un gustoso e maniacale passatempo, e ciononostante dai risultati sicuramente molto parziali, che chi scrive si è concessa con calma guardando e riguardando e prendendo appunti, in attesa di continuare il divertimento con White House Plumbers. Per concludere riporto solo alcune delle curiosità annotate, in questo caso riguardanti Gola Pofonda, lasciando a chi voglia il divertimento personale di trovarne altre.

Hal Halbrook, il primo a interpretare Mark Felt nel film del 1976, inizialmente non voleva accettare il ruolo, ritenendolo poco importante anche perché le scene erano girate nella quasi totale oscurità. Fu solo grazie all’insistenza di Robert Redford, che lo convinse della rilevanza storica di quell’uomo senza identità e quindi del ruolo, che Holbrook accettò, libero peraltro di dare la connotazione che voleva al personaggio, citato nei crediti accanto al nome Holbrook come Gola Profonda. Dopo la rivelazione di Mark Felt, apparsa per la prima volta in un articolo di Vanity Fair del 2005, anche Woodward raccontò la sua storia con Felt, incominciata molto prima del Watergate, sintetizzandola in un articolo del Washington Post e raccontandola nel libro The Secret Man: The Story Of Watergate’s Deep Throat. Quando poi nel 2017 Landesman, girò il film con Liam Neeson, di cui era anche sceneggiatore, Woodward e Bernstein polemizzarono con lui, ritenendo che la dicitura del titolo “The Man Who Brought Down the White House” non fosse veritiera, in quanto la caduta di Nixon “fu il lavoro di molti” e “Mark Felt fu solo una delle diverse dozzine di fonti che usammo”.

Alla mostra di Washington una bellissima foto di Mark Felt di Richard Avedon, oltre a coglierne l’autorevolezza, lo stile e l’eleganza, mostra come Liam Neeson abbia saputo incarnare quelle caratteristiche. Quanto alle scene del garage dove Felt e Woodward si incontravano, ce n’è una nel film di Landesman dove è Bernstein a incontrarlo, almeno a giudicare dall’aspetto fisico, dalla capigliatura e dall’abbigliamento dell’attore molto simili a quelli di Dustin Hoffman. In Gaslit invece nell’unico incontro tra Felt (Reed Diamond) e Woodward (Stephen Todt), non solo vengono ricalcate diverse inquadrature del film di Pakula, ma il Woodward che vediamo camminare nel parcheggio ha lo stesso vestito di velluto marroncino a coste di Redford nonché, nei pochi secondi in cui il suo volto è inquadrato nella penombra sembra addirittura il suo sosia. La differenza sostanziale è che in Gaslit Woodward può permettersi di chiamarlo Mark, cosa impossibile nel 1976. Rivediamo Woodward di sfuggita solo in un’altra scena negli uffici del Washington Post dove Martha chiede alla sua amica giornalista se quello sia Bob Woodward.

In chiusura un omaggio a due attori da poco scomparsi: Paul Sorvino, l’Henry Kissinger di Oliver Stone, e Philip Baker Hall che, in Secret Honor di Robert Altman offre, in un monologo teatrale di 90 minuti spesso delirante e sospeso tra memoria di fatti reali e immaginati, un’interpretazione di Nixon talmente grandiosa che persino il famoso critico cinematografico Roger Ebert scrisse: «Raramente ho visto sullo schermo novanta minuti più coinvolgenti. Nixon è interpretato da Philip Baker Hall, un attore che non conoscevo, con una tale selvaggia intensità, una tale passione, un tale veleno, un tale scandalo, che non ci si può staccare».

Watergate: Portraiture and Intrigue, a cura di Portrait Gallery’s, 25 marzo 2022 – 5 settembre 2022, Smithsonian Museum of American Art di Washington.

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