In luogo al disincanto

di DENIS BROTTO

Vitaliano Trevisan tra scrittura e cinema.

La morte di Vitaliano Trevisan, improvvisa e inattesa, segna una perdita enorme, non ancora del tutto ponderabile, nell’ambito della letteratura italiana. È in un tempo unico il venir meno di una delle rare voci nuove e intense della scrittura contemporanea (proprio lui, che contemporaneo non si riteneva affatto), ma anche la scomparsa di un acuto osservatore delle enormi contraddizioni che segnano il nord-est italiano, del Veneto in primis. Una perdita che assume i connotati della privazione, per quell’opera in continuo divenire che era la sua scrittura, intrisa di distaccata ironia, di risentimento, di racconti di cemento, lamiere, moto, fabbriche, soldi, scarti, interiora. I quindicimila passi (2002), Il ponte. Un crollo (2008), Works (2016) e il testo teatrale Il delirio del particolare (2020) hanno delineato un percorso in grado di accostare ossessioni di provincia e malessere universale.

Andrea Cortellessa ha definito la scrittura di Trevisan come «lo sguardo più disincantato, cinico, visceralmente violento e gelidamente accorato», in un processo espressivo in cui l’idea di integrarsi è stato vissuta più come rischio di smarrimento della propria indipendenza che non come possibilità di crescita. In tal senso, il rapporto con le forme espressive si è radicato da subito con l’ubicazione geografica. Ma in Vitaliano Trevisan, il rapporto con queste forme è segnato anche da un continuo legame con le strutture del linguaggio filmico. La scrittura per il cinema, il lavoro attoriale, più raramente la regia.

L’incontro casuale con Matteo Garrone, avvenuto a Santarcangelo di Romagna nel 2002, durante una lettura pubblica de I quindicimila passi, segna il solco di questa esperienza. Garrone rimane affascinato dalla figura di Trevisan, al punto da proporgli una duplice collaborazione. Sceneggiatore e attore protagonista del film Primo amore (2004). Un’opera sorprendente, in grado di irretire quanto di sedurre. Un’esperienza, per stessa ammissione di Trevisan, logorante. Nato lungo le coordinate de Il cacciatore di anoressiche (1997), l’autobiografia di Marco Mariolini, il film vira in direzione delle oreficerie vicentine, del suono della batteria, della ricerca impossibile della purezza. Un’opera ridotta all’essenziale, come all’essenziale è volto l’ossessivo tentativo di riduzione del corpo messo in atto dal protagonista nei confronti della donna amata.

Trevisan è Vittorio, orafo vicentino, che incontra una giovane ragazza, Sonia (Michela Cescon) attraverso un inconsueto appuntamento al buio. Se l’attrazione mentale è immediata, è invece il corpo di lei a non essere aderente all’immagine ricercata da Vittorio. All’insoddisfazione di uno segue l’accettazione di un processo di scarnificazione da parte dell’altra, sino al finale, con quella morte inferta a colpi di martello dalla vittima al carnefice. Una chiusura che sembra richiamare, fuori dalla finzione, l’uccisione di Joe Orton, il drammaturgo inglese assassinato allo stesso modo da Kenneth Halliwell, suo compagno e collaboratore. Proprio Joe Orton, assieme a David Mamet, rappresenta del resto, per Trevisan, un riferimento dichiarato, da studiare e da cui apprendere.

Vengono poi ulteriori esperienze attoriali, con personaggi di secondo piano ma in grado comunque di lasciare il segno: Riparo (2007) di Marco Simon Puccioni; Cose dell’altro mondo (2011) di Francesco Patierno, in cui Trevisan interpreta un tassista xenofobo; Senza lasciare traccia (2016) di Gianclaudio Cappai; le due interpretazioni per Antonio Padovan, con il proprietario di un poligono di tiro in Finché c’è prosecco c’è speranza (2017) e il personaggio stralunato de Il grande passo (2019). Infine, Trevisan è presente in una delle scene più riuscite di Effetto domino (2019), per la regia di Alessandro Rossetto, in cui interpreta un prete anticonvenzionale e in grado di offrire un riparo meno consolatorio e, proprio per questo, più autentico alle anime perse della provincia veneta. Da aggiungere, l’esperienza di regista e attore per Still Life, del 2006, un horror indipendente ambientato tra le vette montane di Asiago e scritto dallo stesso Trevisan.

In modo affine agli ambiti in cui si è sviluppata la sua scrittura, Trevisan ha frequentato un cinema spesso di confine, di rottura, di narrazione del margine, perseguendo quella «vulnerabilità delle situazioni» rimestata in Works come forma di adrenalina, «droga potente». Nelle sue interpretazioni per il cinema, Trevisan ha portato se stesso, il proprio sguardo inquieto, gli zigomi sporgenti, il tormento ravvisabile nei movimenti minimi del volto. Per sua stessa ammissione ha scelto di rinunciare a qualsiasi ricerca psicologica del personaggio, tentando di creare un vuoto di pensiero. Svuotare la mente. Eccolo il principale compito dell’attore. Cercare di non pensare. Trevisan ha più volte osservato come il lavoro d’attore gli abbia concesso la libertà di dedicarsi alla scrittura «senza dover rendere conto a nessuno». Cinema come momentanea fuoriuscita dal quel diversorium, da quel rifugio, che è la scrittura. Ma anche cinema come tentativo trasversale di misurarsi con altre forme di elaborazione espressiva.

Se la sua opera letteraria è testimone di un impegno preciso, quello di identificare il modo più adatto per far rendere al meglio la propria voce, il lavoro attoriale si è invece legato principalmente a una questione di ritmo musicale, in una condizione in grado di riportare la dimensione cinematografica a quella dell’amata musica jazz. Il suono di batteria di Paul Motian (altra icona ricorrente) in Nirvana e Moon Beams, incisi accanto a Herbie Mann e Bill Evans, come impulso scenico, misura armonica su cui regolare la propria interpretazione. Questioni di ritmo, di tempo. Per Trevisan, l’interesse per il cinema si configura su opere e autori del passato. Germi, Kubrick, o quell’Amore tossico (1983), citato in Works, che segna l’esordio alla regia di Claudio Caligari, altro autore di confine e poco incline ad ammansire, nelle sue opere, la realtà circostante. Verso il cinema odierno emerge viceversa una sorta di scherno, per una forma espressiva divenuta «show business»; una profonda distanza per un cinema considerato ormai incapace di produrre miti, ipertrofico, e le cui immagini hanno «formattato la nostra memoria».

Intenso e rilevante è stato infine il rapporto di Trevisan con il teatro. L’adattamento di Giulietta degli spiriti di Fellini nel 2004, la scrittura de Il lavoro rende liberi, portato in scena da Toni Servillo nel 2005, e poi i Due monologhi, Oscillazioni e Solo RH, interpretati da Roberto Herlitzka nel 2007. Ma tra le riscritture interpretative per il teatro va ricordata anche quella di 4.48 Psychosis, ultima opera della drammaturga Sarah Kane, da lei scritta nel 1999, pochi giorni prima di suicidarsi. Trevisan l’ha portata in scena nel 2012, assieme all’attrice Eleonora Giovanardi, in occasione di un Festival da lui ideato, con un titolo premonitore, Suicide Parade. In una intervista di quel periodo, mentre si prepara una sigaretta, Trevisan ricorda come sino a qualche tempo fa i morti per suicidio venissero seppelliti al di fuori del cimitero, assieme agli attori: «Figure demoniache, fuori dalla grazia di Dio». Già, la grazia, quella che in Works sembra costantemente venir meno di fronte ad un paesaggio, geografico, umano, morale, via via sempre più scorticato ed eroso. Un territorio raschiato, una identità livida. Coordinate inesorabili della sua scrittura, del suo esistere, in una realtà considerata «agghiacciante».

In una conversazione con Gilda Policastro, Trevisan chiosa: «Non ho mai riletto nessuno dei miei libri. Non li voglio nemmeno più vedere. In casa li ho nascosti». È probabile che Trevisan non abbia mai rivisto nemmeno i film dei quali è stato interprete. Grazie alla vicinanza con Matteo Giancotti, studioso particolarmente attento alla sua opera, molte erano le iniziative in preparazione all’Università di Padova, previste assieme a Trevisan per l’uscita di Tulipani neri, il prossimo autunno, e per le nuove edizioni dei suoi scritti. Il dovere, ora, è quello di andare a riscoprire i suoi lavori. E ancor più, di far conoscere la sua nodale opera letteraria.

 

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