Il dibattito contemporaneo sul rapporto fra arte, cultura digitale e pratiche sociali si concentra sempre più su come gli algoritmi di intelligenza artificiale stiano trasformando i processi di creazione visiva, ridefinendo la nozione stessa di autorialità e il legame fra tecnologia e percezione, aprendo una nuova stagione della medialità, in cui il gesto artistico si sposta dal virtuosismo della mano a quello verbale e del calcolo.

Sulla scia del principio oraziano dell’ut pictura poësis, che riconosce la corrispondenza profonda fra parola e immagine, la produzione artistica mediata dall’intelligenza artificiale ne sembra realizzare una declinazione contemporanea. La parola – il prompt – descrive un’immagine ma al contempo ne attiva la possibilità generativa, fungendo da codice operativo e da fondamento concettuale dell’opera. In questa prospettiva, il testo stesso può essere inteso come ekphrasis, intesa come dispositivo di traduzione e produzione visiva.

Laboratori del virtuale: autorialità e sperimentazione

La traduzione del linguaggio in immagine operata dai modelli generativi inaugura una nuova fase della medialità, in cui la creazione artistica si colloca tra la codifica computazionale e la persistenza dei media materiali.

In questa direzione si concentra la riflessione di Piero Fragola, musicista e artista multimediale che ha già elaborato opere d’arte, mostre e videoclip musicali realizzati con l’ausilio di algoritmi di intelligenza artificiale e rielaborati attraverso una performatività artistica fisica. Per le mostre di pittura From Princesses to Zombies (sezione della collettiva I’m Not a Robot) e Freeze Frame, realizzate insieme a Matteo Giampaglia, le immagini generate dai software d’I.A. venivano poi rielaborate con pittura a olio e materia, sfidando i confini tra automazione e manualità. Come osserva Mario Pireddu (2024), il lavoro di Fragola e Giampaglia esplora il rapporto tra identità umana e creazione automatica, ridefinendo l’artista come parte di un processo co-creativo, in cui la tecnologia diventa componente attiva di un linguaggio poetico condiviso.

In questo stesso orizzonte di ricerca si colloca anche il videoclip del brano musicale Cold and Dim, che riesce a fondere algoritmo e materia, digitale e concreto. Le immagini, generate a partire da uno storyboard originale ispirato al testo della canzone e realizzate mediante processo generativo, sono state poi stampate su pellicola mediante film recording, in una riflessione sul confine fra organico e inorganico, umano e artificiale, reale e simulacro.

Fragola lavora già da molto ad una ricerca sull’ibridazione fra tecnologia e materialità anche nei suoi precedenti videoclip musicali; realizzati per le etichette Raster e Tiptop Audio Records, classificati a festival e presentati in rassegne internazionali, come Mutek, Berlin Music Video Awards, Asolo Art Film Festival e Invideo, i videoclip di Hold Your Breath (Angle, 2016) e Unnatural Instinct (Belief Defect, 2018), realizzati con Giampaglia, utilizzavano pittura ad olio o ad inchiostro indiano con tecniche di stop motion ispirate al cinema delle origini e realizzate attraverso editing digitale realizzato fotogramma per fotogramma.

Cold and Dim è il primo brano del disco Romance Ruins, primo titolo del progetto musicale di Fragola, Concrete Noir, edito dall’etichetta indipendente Frequens Records. Il videoclip della canzone, proprio come i progetti nell’ambito delle arti figurative esplorati in collaborazione con Giampaglia, mira a sottrarre la sintografia al carattere effimero del digitale, dandogli una vita concreta in forma analogica e sensoriale. La canzone nasce da un suono elettronico in cui la precisione del controllo digitale incontra la presenza fisica della sintesi analogica. Le timbriche e la voce sono trattate come strati di una stessa materia sonora; la voce, in particolare, emerge come una presenza corporea e al tempo stesso distante, che attraversa il brano, affiorando e dissolvendosi fra sintetizzatori, riverberi e stratificazioni, in una continua tensione tra presenza e memoria.

La scelta della pellicola per il videoclip costituisce la naturale estensione visiva di questa ricerca sonora. Alla materia dei sintetizzatori analogici corrisponde la materia fotosensibile del film: in entrambi i casi, il processo di registrazione imprime grana, instabilità, saturazioni e tracce del tempo. Il videoclip traduce visivamente la stessa tensione tra tecnologia, presenza fisica, trasformazione e memoria.

La trama tematizza l’idea stessa di sperimentazione radicale che accompagna questa ricerca: un laboratorio in cui si manipola un oggetto misterioso e delicato, esseri umani, sia donne che uomini, che operano in questi ambienti e ne attraversano gli algidi spazi, l’estetica brutalista che negli edifici di cemento esalta il contrasto fra grigio anonimato architettonico e vita brulicante che lo anima.

L’immaginario della sperimentazione tecnologica, gli ambienti metallici, la luce fredda, i gesti ripetuti di tecnici e scienziati costruiscono una coreografia che sembra annullare la distinzione tra soggetto e macchina, trasformando il laboratorio in una camera di risonanza in cui la materia è continuamente sottoposta a manipolazione e riscrittura.

La freddezza cromatica e l’estetica brutalista degli ambienti rimandano esplicitamente a un immaginario cinematografico cyberpunk: un universo in cui la vita artificiale non è solo simulacro, ma entità capace di emozione, di desiderio e di dolore. Nel laboratorio di Cold and Dim l’“esplosione” non è solo scenica: è una bomba algoritmica che trasforma il virtuale in evento, eco della “bomba del virtuale” evocata da Paul Virilio (la bomba informazionale che comprime spazio/tempo) e delle simulazioni iperreali di Jean Baudrillard. Un po’ come nel Progetto Manhattan, la scienza opera in laboratorio su materie e calcoli complessi; l’esito, oggi, è un’esplosione di segni che lascia una ricaduta di simulacri.

Dal dato sintetico alla materia: il processo tecnico come gesto artistico

La produzione di Cold and Dim unisce complessità tecnologica e riflessione concettuale, trasformando il processo tecnico in gesto estetico. Le immagini generate dall’intelligenza artificiale, dopo l’animazione e la correzione colore, sono state trasferite su pellicola cinematografica 35 mm in bianco e nero, con gamma e contrasto calibrati per favorire la resa fotochimica. Questo passaggio dal digitale al fotochimico conferisce consistenza materiale attraverso la luce e i sali d’argento. La grana diventa così traccia tangibile della luce impressa, segno di un ritorno dell’aura nell’epoca postdigitale, dove il pixel si fa materia.

Come osservava Baudrillard, l’avvento del virtuale ha introdotto una forma di minaccia sottile ma radicale: quella della sostituzione dell’esperienza concreta con la sua simulazione. Nella cultura delle immagini sintetiche e degli ambienti digitali, ciò che è tangibile tende a dissolversi nel flusso dei segni, e il reale diventa un effetto, non una sostanza. La grana mitiga l’artificialità delle immagini generate dalle I.A.; è la trama della pellicola, un fenomeno fisico e materico dovuto ai minuscoli sali d’argento sospesi nell’emulsione fotosensibile che, una volta esposti alla luce e sviluppati, si aggregano per formare l’immagine.

Il video si articola ulteriormente nella fase di trasferimento fotochimico su copia positiva 16 mm, in cui è stato introdotto un processo di decadimento controllato. La pellicola, sviluppata e stampata mediante una stampatrice ottica 35/16 mm in modalità bipack, viene sovraesposta a un overlay con effetto di degradazione analogica, ottenendo una superficie segnata da macchie, aloni e screziature. Il processo, realizzato presso il laboratorio Movie and Sound a Firenze, si fonda su di una strategia che evoca la pratica del trucage sperimentale, rilegge il difetto come forma di collaborazione fra la materia e l’imprevisto, l’aleatorietà della natura, che interviene sulla pellicola come un laboratorio biologico di immagini. Il film, aggredito da processi organici e reazioni aleatorie, restituisce una dimensione temporale in cui la creazione dell’immagine è traslata nel dominio della materia. Qui il decadimento non è semplice effetto del tempo, ma condizione originaria: l’immagine generata dall’algoritmo nasce già fragile, senza corpo né storia, e solo il trasferimento su pellicola le conferisce parvenza di realtà. È un film di spettri digitali, visioni che cercano il reale ma restano imprigionate tra simulacro e dissolvenza.

L’intervento finale di scansione ad alta risoluzione, per la restituzione in formato digitale, completa un ciclo mediale chiuso ma non reversibile: ciò che nasce digitale ritorna analogico e poi di nuovo digitale, attraversando tre ontologie dell’immagine – la sintesi, l’impressione e la registrazione. È una parabola sulla metamorfosi dei media e sulla ridefinizione del visivo nel contesto dell’arte algoritmica.

Co-creazione: intelligenza artificiale, autorialità distribuita, alea fotochimica

Cold and Dim si muove nella dimensione di un’autorialità distribuita, dove il controllo si alterna all’imprevisto e la creazione diventa negoziazione fra intenzione e emergenza. Questa prospettiva si pone in linea con la rivoluzione concettuale inaugurata da Marcel Duchamp, per il quale il gesto – la decisione di dichiarare artistico un oggetto comune – prevale sull’opera in sé, spostando l’asse della creazione dall’esecuzione alla scelta, dal fare al pensare.

Nel caso di Cold and Dim, questa co-autorialità si estende anche alla dimensione materiale e fisica: la chimica della pellicola, la decomposizione organica, la luce, l’errore diventano elementi compartecipanti nella generazione dell’immagine. L’AI e la pellicola, estremi tecnologici apparentemente inconciliabili, convivono dunque come poli di un unico ecosistema creativo.

Il videoclip può così essere letto come un palinsesto, dove ogni passaggio – generazione, registrazione, decadimento, scansione – stratifica nuovi livelli di senso. In questa prospettiva, Cold and Dim è un esperimento di “archeologia del futuro”: un tentativo di reinscrivere la cultura dell’algoritmo in un orizzonte fotochimico, restituendo alla visione la sua dimensione sensibile.

La pellicola, come la fotografia, è testimonianza del passaggio della luce e della sua trasformazione in immagine, secondo quell’ontologia del reale che André Bazin definiva un tratto fondamentale del «complexe de la momie» (= “complesso della mummia”) intrinseco al linguaggio del cinema, ma stavolta è una copia senza originale, di un iperrealismo generato e infine concretizzato nell’emulsione filmica. In questa alleanza fra intelligenza artificiale e decomposizione fotochimica si manifesta una nuova idea artistica come divenire materiale, farsi e disfarsi nel tempo.

Riferimenti bibliografici
A. Bazin, Che cos’è il cinema?, Garzanti, Milano 1991.
C. Fernández-Castrillo, The AI Work of Art in the Age of its Co-Creation, «magazén | International Journal for Digital and Public Humanities», 4 (2), 2023, pp. 357–384.
R. Catanese, Bill Morrison, Decasia: The State of Decay. L’alchimia della rovina, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2023.
W. J. T. Mitchell, “Ekphrasis and the Other”, in Id., Picture Theory: Essays on Verbal and Visual Representation, Chicago University Press, Chicago 1994, pp. 151-182.
M. Pireddu, The New Fables. Generatività e conoscenza tra fenomenologia, mediologia e post-medialità, «H-ermes. Journal of Communication», 26, 2024, pp. 37–54.
P. Virilio, La bomba informatica, Raffaello Cortina Editore, Milano 2000.

Tags     AI, materia
Share