20 anni e 60 numeri di Fata Morgana. Quadrimestrale di Cinema, Immagini, Idee.
Abbiamo chiesto a studiosi autorevoli di scrivere e pensare con e a partire dalla rivista.
Come il film di Werner Herzog da cui prende il nome, “Fata Morgana” è uno spazio di discussione in cui convivono molte idee di cinema, non necessariamente concordi. Si tratta tuttavia, come vorrei suggerire, di idee di cinema integrabili. Ma solo a condizione di riconoscere nel gesto dell’integrare una delle performance più caratteristiche dell’immaginazione consistente nel mettere alla prova procedure inedite (e tendenzialmente creative) per sintonizzare cose disparate senza neutralizzarne la diversità. Un’attività, si deve aggiungere, nella quale è il cinema stesso a eccellere. Su che cosa mi appoggio per avanzare questa tesi? La risposta, non proprio originale, è che mi appoggio sulla mia esperienza personale (su “Fata Morgana“ ho pubblicato 6 contributi di una certa ampiezza dal 2006 al 2023), il che non avrebbe nessun particolare interesse se questa esperienza non mi si fosse rivelata, alla distanza, come l’articolazione, per me istruttiva, di una idea di cinema che non sapevo fosse la mia e che – ma l’ho scoperto solo a cose fatte – innerva quattro libri, i quali (con la sola eccezione del secondo) non si occupano tematicamente di cinema, anche se gli riservano di regola un ruolo cruciale. Li elenco in ordine cronologico: Bioestetica (2007), L’immaginazione intermediale (2010), Tre forme di creatività (2017), Immagini sincretiche (2024). Questi libri hanno avuto origine da quattro dei miei interventi usciti su “Fata Morgana“, e dunque sono nati da occasioni contingenti e non da un piano di lavoro o da un progetto di ricerca meditato. Libri che mi è sembrato necessario scrivere dopo aver avuto l’occasione di anticiparli su “Fata Morgana” – anche se all’inizio non sapevo affatto che quelle fossero delle “anticipazioni” e solo ora, mentre ne scrivo qui, mi rendo conto che configuravano un movimento di integrazione (filosofica) che aveva già all’origine un referente naturale nel cinema, benché il cinema non ne fosse, con una sola eccezione, il tema specifico.
Con questo ho chiarito il mio debito, non piccolo, con la rivista di cui festeggiamo il ventennale. In quel che segue proverò a esplicitarne alcune implicazioni che mi piacerebbe condividere con chi per avventura mi stesse leggendo e ne volesse magari sapere qualcosa di più. Dovrò dunque parlare di un percorso personale – cosa di per sé irrilevante – cercando però di mostrare che si tratta, anche, di un percorso che eccede il fatto che riguardi proprio me e aspira a presentarsi, con qualche ragione, come un percorso che fa emergere qualcosa sullo stato delle cose relativo al cinema, nel senso indeterminato dell’espressione, su cui tornerò nelle battute finali. Due parole sui libri anticipati da “Fata Morgana”. Bioestetica. Senso comune, tecnica e arte nell’età della globalizzazione discuteva della perdita di esemplarità dell’esperienza dell’arte nel mondo compiutamente tecnicizzato e globalizzato che in quegli anni, l’inizio del nuovo millennio, veniva riferito in primo luogo alla rivoluzione digitale. Nella conclusione del libro si accennava alla possibilità che fosse il cinema a riattivare il circuito virtuoso tra il senso condiviso – il Gemeinsinn che Kant aveva messo al centro della sua estetica – e la prassi artistica. In che modo? La domanda, ancora in buona parte indeterminata, risulta affrontata in modo tematico e ampiamente discussa nel libro successivo, L’immaginazione intermediale. Perlustrare, rifigurare, testimoniare il mondo visibile, nel quale l’esemplarità del cinema viene riconosciuta, in particolare, nella sua capacità di “autenticare” le immagini tecniche in un mondo che stava cominciando a praticare l’indiscernibilità tra il reale e il simulato. Il concetto di “autenticazione” veniva contrapposto a quello di “autenticità” e individuato nel gioco di differenze che il cinema riesce ad attivare magistralmente tra le diverse procedure espressive sollecitate dal carattere multimodale dell’immaginazione, a cominciare dal rapporto capitale tra il visivo e il sonoro. Che a questo gioco si potesse imputare la capacità di recuperare l’istanza testimoniale neutralizzata dalle potenze della contraffazione era ampiamente documentato; ma sotto quale profilo si trattasse di un gioco che rivelava qualcosa di significativo a proposito della creatività artistica era un punto che restava ancora da sviluppare nelle sue premesse teorico-epistemologiche e nelle sue specifiche modalità di manifestazione.
La risposta sarebbe arrivata, qualche anno dopo, con Tre forme di creatività. Tecnica, arte, politica, un saggio di taglio filosofico-antropologico nel quale una tesi intorno alla quale lavoravo da almeno un quindicennio raggiunge una formalizzazione esplicita: la creatività umana è in primo luogo una creatività tecnica, direttamente connessa con le strategie adattative del vivente umano e con la peculiare storicità delle sue forme di vita, per eccellenza trasformative. Compariva in quel libro un concetto che successivamente non ho fatto altro che raffinare. Parafrasando Chomsky, lo avevo definito come una “rule-making creativity”. Quella creatività, cioè, che consiste nel rimodellare le forme di vita del vivente umano grazie a nuove regolamentazioni associate all’emergenza di nuove tecnologie particolarmente influenti. Nella fattispecie il digitale, che in quegli anni – siamo nel 2017 – si stava già predisponendo all’irruzione delle intelligenze artificiali. Tempo cinque anni e su “Fata Morgana” sarebbe uscito un ampio saggio, L’immaginazione al futuro prossimo. Il Syncretic Turn della cultura digitale, in larga parte rifluito, l’anno dopo, in Immagini sincretiche. Leggere e scrivere in digitale, un libro cui ascriverei due movimenti interconnessi: da un lato un indispensabile aggiornamento della problematica dell’“autenticazione” delle immagini, resa più complessa ma anche più urgente dalla compiuta indistinzione tra reale e simulato patrocinata dalle IA generative; dall’altro la messa in chiaro dello statuto eminentemente integrativo dell’immaginazione umana cui sembra oggi prospettarsi il compito (antropologico) di misurarsi in modo audace e spregiudicato con ciò che, sullo stesso terreno, risulterebbe accessibile (ma forse no?) all’immaginazione artificiale. Con il che siamo al tema che occupa la mia riflessione attuale, istruisce il mio sguardo di spettatore e alimenta il desiderio che il cinema continui a non deludere le mie aspettative.
Prima ho detto che non è tanto il mio percorso personale degli ultimi vent’anni quanto il fatto che sia legato in modo non marginale a una rivista come “Fata Morgana” a far emergere qualcosa di rilevante sullo “stato delle cose” relativo al cinema, lasciando volutamente indeterminati il significato e la latitudine di questa espressione enigmatica. Fin qui ho circoscritto e condensato in pochi tratti essenziali in che senso le “cose” in questione siano quelle di chi, come me, scrive saggi di estetica filosofica e argomenti affini. L’ambito teorico che ho ricostrmorganauito – raffiguriamocelo come un piccolo cerchio – mostra che, allo stato, questa pratica di scrittura (insieme mestiere e consuetudine) si è imprevedibilmente avviata lungo una direttrice antropologica (l’unica, a dirla tutta, che al momento mi interessa davvero) di cui fa parte un’interpretazione molto precisa (e forse non scontata) dell’immaginazione umana in quanto capacità di integrare, senza omologarli, elementi diversi o addirittura disparati. Un’interpretazione a sua volta intimamente tributaria nei confronti del cinema inteso come sorgente inesauribile di occasioni per “immaginare” nel senso appena definito. Ma attorno a questo piccolo cerchio – tangente in qualche punto ma non concentrico – aggiungerei che ce n’è uno più ampio (la circoscrizione teorica di “Fata Morgana”: lo stato delle cose relative a una rivista che favorisce un’integrazione tutt’altro che pacifica tra molte e diverse idee di cinema), con cui il primo comunica secondo linee di scorrimento disomogenee (per direzione e velocità) e porose, cioè provviste di vie di fuga verso un cerchio ancora più ampio, quello in cui lo stato delle cose riguarda la condizione antropologica dell’immaginazione umana nell’epoca delle intelligenze artificiali generative e della compiuta indistinzione tra il reale e il simulato. Il diagramma che ho abbozzato è ovviamente molto mutevole e non rispetta, se non in modo asintotico e sempre riorganizzabile, le determinazioni reciproche del dentro e del fuori, dell’inclusione e dell’esclusione. Io credo che sia un buon modello della prassi integrativa imputabile alla vita di una rivista: una prassi aperta alle emergenze e agli sconfinamenti, all’evoluzione ordinata e all’exaptation inattesa. In ogni caso io me lo sono immaginato così, e così lo consegno alla sua sede accreditata.
Riferimenti bibliografici
P. Montani, Bioestetica. Senso comune, tecnica e arte nell’età della globalizzazione, Carocci, Roma 2007.
Id., L’immaginazione intermediale. Perlustrare, rifigurare, testimoniare il mondo visibile, Laterza, Bari-Roma 2010 (ristampa con nuova Introduzione Meltemi, Sesto San Giovanni 2022).
Id., Tre forme di creatività. Tecnica, arte, politica, Cronopio, Napoli 2017.
Id., Immagini sincretiche. Leggere e scrivere in digitale, Meltemi, Sesto San Giovanni 2024.